Panni stesi al sole…

Ieri sera, ero seduto comodamente sul divano a guardare la tele, il Grande Fratello, e…  a questo punto devo dire a mia discolpa che non c’era nient’altro di bello da vedere… (evvabè….)

In effetti, lo guardo raramente e ogni volta, mio malgrado, faccio delle considerazioni che a volte mi lasciano l’amaro in bocca.Quest’anno, come ormai è consuetudine, ci sono delle belle figliole e dei bei figlioli, la casa è sempre più bella, arredata con un gusto ed una perizia che non trova riscontro nella maggioranza di case abitate dalle persone normali, (e già soltanto per questo bisognerebbe aprire un capitolo a parte… ), uno sfarzo quasi sottomesso, che appare quel tanto che basta, ma che senz’altro fa la differenza, come al solito, urla, atmosfera che crea aspettative, gridolini, smorfie, risate isteriche e pianti, insomma, il tutto ovviamente all’insegna dell’audience.E fino a qui, niente di nuovo e niente di male, per carità.Ad un certo punto, suono di campane, la presentatrice annuncia un evento storico, l’ingresso nella “grande casa” di un ragazzo non vedente e per rendere la cosa ancora più appetibile, prima di farlo entrare lo invita nello studio per intervistarlo. Applausi, baci e abbracci, il ragazzo è simpatico e dimostra di essere molto a suo agio, insomma, fosse stato un ragazzo normale, sarebbe entrato e basta, (vuoi mettere che si discrimina al contrario?), ma essendo un non vedente, si è voluto caricare di aspettative il suo ingresso, manco fosse stato un’attrazione da circo equestre…

Come se non bastasse, alla fine l’opinionista di turno (non si capisce bene cosa ci stiano a fare questi opinionisti che tra l’altro non hanno opinioni particolarmente intelligenti… ), esordisce dicendo che questo evento è l’occasione (unica… ) che hanno gli Italiani, per vedere come vive la sua giornata un non vedente… (…), e la presentatrice: “mi hai tolto le parole di bocca… “
Scusatemi, mi è concesso di rimanere io senza parole?

E già, perché il punto è proprio questo, tutto fa spettacolo, a maggior ragione l’handicap, perché ci è data la possibilità di spiare, non solo le giunoniche forme delle ragazze che partecipano, ma anche i movimenti sicuramente impacciati di un ragazzo che dovrà muoversi in un ambiente che non gli appartiene, con tutte le conseguenze del caso.

Direte, ha voluto liberamente partecipare, è vero, ma cosa ci sta dietro le motivazioni che spingono gli autori a fare certe scelte o a gestire il programma in un certo modo, cosa si vuole realmente dimostrare, forse che l’universo giovanile è rappresentato da quattro scalmanati in cerca di notorietà, che le punizioni inflitte, alle volte in maniera sadica e senza motivo, i tradimenti di ognuno nei confronti degli altri, i pianti che spesso suscitano pietismo, questo volersi raccontare a tutti i costi, lo stare 24 ore al giorno per tre mesi senza fare nulla, con la speranza di uscirne vincitori e con un bel bottino nelle tasche, diventare famosi e ricchi senza fare poi più di tanto, siano un’ottima alternativa alla vita di tutti i giorni?
Se ci pensate, in tutti i programmi che riguardano i giovani, tipo amici e reality vari, la competizione è vissuta come un libero arbitrio, baci e abbracci, ma di rispetto e consapevolezza degli altri, non c’è neanche l’ombra.

Panni stesi al sole, senza forma né sostanza…

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61 pensieri su “Panni stesi al sole…

  1. Non “siamo”, ma “sono”: quelli che vanno al GF ci vanno per loro libera scelta, cieco compreso: magari ha solo bisogno di soldi, o forse di sentirsi “normale” (e qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte).

    La conosco certa gente della televisione, che farebbe qualsiasi cosa pur di fare audience. Li conosco quelli che per apparire in tv cinque minuti si accoppierebbero con un babuino, si farebbero filmare pure i villi intestinali con le fibre ottiche (ci sarà qualcuno a cui interessano i villi intestinali di qualcun altro?) e q.a.

    Cionondimeno, mi fa sempre pena l’handicap mostrato per incuriosire, come mi hanno sempre fatto pena i “fenomeni da baraccone”, quelle persone che come unico mezzo per vivere devono mostrare le proprie deformità.

    Siamo una società superficiale, e bisogna cominciare a non accettarla questa superficialità; a volte basta poco, anche spegnere il televisore: perché forse, se l’idiozia non facesse audience, sarebbero costretti a propinarci qualcosa di intelligente.

    *** Magari in ore diurne ***

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  2. very

    caro Arthur, mi piace proprio il tuo post perchè metti in evidenza un fenomeno che negli ultimi anni ha invaso i media: il voyerismo che colpisce gli italiani ( e non solo ) a livello mediatico.. Sempre + programmi trash, di poca sostanza ma intenzionati a colpire lo spettatore con qualcosa di accattivante, provocante o di diverso, al costo che questa diversità sia di cattivo gusto o intenzionata a nuocere gli stessi partecipanti dei vari programmi…
    sono programmi lanciatissini, con audience, successo etc etc. tutti ne parlano, “nessuno” li guarda ma l’audience c’è…e intanto qualcuno si arrichisce con i diritti, con la notorietà, con i scandaletti pubblicati sui vari giornali di gossip ( vedi Belen e Corona….), a volte purtroppo illudendo anche gli stessi partecipanti.. ( oggi proprio, mentre ero dalla parrucchiera, sfoliando uno dei giornali ho letto che il primo vincitore di amici torna a fare l’operaio… ) Personalmente auguro tutto il meglio per quel povero non vedente. ma vedrai che anche lui sarà usata come “esca” per fare numeri mediatici, per alzare l’audience per poi finire nel dimenticatoio…
    su tutto questo, una soluzione personale c’è l’ho: spegnere il televisore ed ascoltare un pò di buona musica o vedere un bel Dvd, visto che oramai neppure film si possono vedere…
    mi resta sempre una domanda però : ma io sono cretina che pago il canone? e visto che lo pago, non è che la mia quota può andare da P. Angela e non alla Marini per andarsene sul isola???

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  3. La situazione è tale che non me la sentirei di puntare il dito contro chi “tenta la fortuna” con la speranza di trovare un posto al sole. Non è detto che chi partecipa al “grande Fratello” sia un incapace; alcuni concorrenti hanno dimostrato poi di valere (mi vengono in mente l’inglese che ora fa “Le iene” e Fabio Montrucchio). Lo stesso dicasi per “Amici”, dove bisogna dimostrare di valere per poter andare avanti.
    Critico invece tutta l’organizzazione, il puntare su ciò che può far presa sul pubblico, che può fare audience, le liti create ad arte, il buttare in pasto al pubblico i problemi (reali o presunti) dei concorrenti.
    Devo dire che “Amici” mi piace, al di là delle polemiche, delle discussioni, delle speculazioni, almeno nella parte in cui si fa spettacolo vero (danza, canto, musical).
    Gli altri reality li ho un po’ seguiti in passato per curiosità, ma ora non riesco proprio a guardarli; lo stesso dicasi per “uomini e donne” (bellissima la parodia di Zelig), che non reggo per più di due secondi e di cui non ho mai capito la logica (ammesso che ce ne sia una).
    Inoltre ritengo assolutamente fuori luogo tutte le prove da superare; ricordo che in una edizione passata de Il Grande Fratello pretesero che i concorrenti dimagrissero di non so quanti chili (roba da denuncia!).
    Arthur dice che l’arredamento è gradevole e costoso; a parte che anche dietro a queste cose c’è un business non indifferente, che prevede persino la vendita di oggetti, suppellettili, biancheria, mi sembra indispensabile offrire a dei reclusi un ambiente quanto meno confortevole: credo che risponda ad un’esigenza di igiene mentale.
    Certo se non ci fosse audience tutti questi programmi non verrebbero prodotti; allora non ci resta che l’arma del telecomando perchè il palinsesto delle varie rete pubbliche e private subisca i necessari cambiamenti. Tuttavia dubito che le cose cambieranno: a quanto pare la maggioranza condivide e sollecita certe scelte, e non solo in campo televisivo.

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  4. @Very: tutti noi vorremmo che i nostri soldi andassero a gente come Piero Angela anziché alla Marini e affini… ho detto “tutti”? Credo di aver fallato: se alla gente non interessasse la Marini, il GF ed altro dello stesso squallido livello, avrebbe nel telecomando una grossa arma: i programmi che non fanno audience spariscono in quattro e quattr’otto.

    Ma questi non spariscono… vorrà pure dir qualcosa?

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  5. Non volevo puntare il dito sui concorrenti, assolutamente, e concordo con voi che è tutto quello che ci sta dietro il vero responsabile, però c’è anche da dire che chi utilizza questi contenitori, lo fa anche con la speranza, non solo di avere degli sbocchi professionali, (pochi in verità… ) ma anche visibilità e guadagni facili, non certo supportati da professionalità e competenze.

    Che poi qualcuno riesca anche ad affermarsi per le sue qualità, è vero, ma quanti realmente?
    Nel frattempo, le aspettative sono enormi, e le migliaia di persone che fanno i provini ne sono la prova tangibile.

    Credo che la questione non sia nemmeno se i nostri soldi siano spesi bene o male, ma è piuttosto, senza per questo voler fare nessuna morale, l’esempio che si da, il messaggio che passa, indubbiamente poco edificante.

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  6. Oh no, la questione è proprio come vengono spesi i nostri soldi, e questo, dei messaggi che passano, è sicuramente il peggiore.

    Per il resto, siamo in una società poliedrica, passa tutto e il contrario di tutto, ma quello che passa di più forse è proprio che non c’è una regola, e quindi vale la pena di essere se stessi per convinzione, non perché ce ne verrà alcun merito, ed essere onesti per scelta di vita, non per timore di un’improbabile fio da pagare.

    Eh no, caro Arthur, a me è proprio come vengono spesi i soldi che dà fastidio! Poi, chi la vuole guardare quella roba la guardi, siamo in democrazia, ma non si tolgano i soldi all’Istruzione e alla Sanità, alla ricerca scientifica e farmaceutica per darli a chi ha più tette, più deretano, chi mostra di più, chi fa più il pazzo, l’osceno, chi fa più pena…

    Eddai!

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  7. Mia cara Lady, non ho detto che non importa come sono spesi i nostri soldi, ho solo detto che la questione del messaggio che passa la ritengo ancora più grave.

    Eddai!

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  8. Insisto: il messaggio che passa è corretto, e cioè che non è con le capacità, l’onestà e l’amor proprio che si fanno i soldi o si conquistano fama e visibilità (purtroppo).

    Di qui a essere io quella che passa i soldi a chi non ha capacità, onestà e amor proprio ce ne corre! Posso pure capire che la vita vada così, ma siccome non lo ritengo giusto, non voglio certo contribuire di tasca mia a finanziare il […omissis…] di turno!

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  9. La cosa certa è che chi ha un handicap sa aprezzare la vita molto più di noi, perchè la vive con intensità
    ne ho visto un pezzetto, in effetti non cè mai nulla di buono ultimamente alla tv, e sinceramente hanno giocato molto sullo scoop, attirare sempre l’attenzione con qualcosa di nuovo fa parte del grande gioco, o forse meglio del grande circo che ormai è la tv
    sinceramente spero che questo simpatico ragazzo possa vivere qualcosa che sicuro non dimenticherà, e che possa trovare tra gli altri conponenti della casa amici che resteranno nel tempo.
    In merito alla vittoria….prestino per dirlo, spero vinca la lealtà e la simpatia
    poi se per qualche anno smettono di farlo, a parer mio, ottengono maggior effetto al ritorno…
    panni stesi…come quelli sulla foto li vedevo anni fa
    quanti ricordi…

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  10. @Irish: sagge parole!

    E per i panni stesi come quelli della foto… l’ho scattata qualche anno fa in una viuzza di Lerici, mentre passeggiavo senza una meta fissa, come mi piace fare quando visito una città, alla ricerca di cose da vedere e, ovviamente da fotografare.
    Se quei ricordi vuoi quindi riviverli dal vero, la distanza non è poi tanta…

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  11. sancla

    Sono arrivata tardi, avete già snocciolato per bene la questione. ormai posso solo concordare in pieno con le tue osservazioni, arthur, e quotare Irish Coffee.

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  12. Anch’io arrivo tardi, ma non potevo non passare per dire quanto mi sia piaciuta questa metafora dei “panni stesi al sole”, foto compresa!

    Sull’argomento, seppur inserito in un altro contesto mi ero già espressa nel blog di Rosamaria, anche se lì non si parlava di reality ma di Facebook e della voglia (più o meno consapevole) di “esibire” se stessi.
    E scrivevo così: “Cosa diversa è invece la motivazione che spinge la persona a voler rendere (e a volte persino ostentare) pubblico il privato, e a mio parere, quando la vita diventa reality show, che sia in un blog, che sia in un social network o che sia in televisione, allora c’è qualcosa che non va.”

    Nulla in contrario contro chi decide di partecipare o guardare il GF, o contro forme più o meno dichiarate di egocentrismo (chi di noi non lo è un po’…) tuttavia sono rimasta un po’ sconcertata da un’affermazione della stessa conduttrice che, intervistata alla vigilia della prima puntata della trasmissione diceva che “in questa edizione abbiamo inserito persone con alle spalle un vissuto difficile, tutti con una grande voglia di riscatto…”
    Ed io mi sono chiesta…perchè? la “voglia di riscatto” passa anche attraverso quel tipo di televisione?
    Mah, io resto perplessa…

    ‘Giorno Arthur!

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  13. ‘giorno Elle, non avevo letto questa intervista e più che altro mi viene da pensare che forse era soltanto una battuta per ricercare ascolti.

    Evvabè… anch’io non condivido questo voler rendere a tutti i costi pubblico il proprio privato, ma probabilmente questo dipende soltanto dal fatto che ormai siamo diventati tutti dei gran guardoni e che le nostre curiosità trovano giovamento dalle peripezie altrui.

    @Sancla: Tardi? E perchè mai? Sei benvenuta sempre e comunque.

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  14. Oh sul voyeurismo, sulla voglia di sbirciare dal buco della serratura mi sembra ci sia tutta una scuola di pensiero applicata non solo ai reality ma anche ad altri ambiti più seri…vedi lo spinoso e controverso argomento intercettazioni che muove cotanta politica!

    E allora giù slogan…”bisogna tutelare la privacy”…perchè?!? esiste ancora???

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  15. Caro Arthur, tu dici “voler rendere a tutti i costi pubblico il proprio privato”, ma questo è un concetto che ha molte valenze. Sul mio blog ho voluto mettere qualla massima “chi sa ascoltare vive più vite” perché la ritengo profondamente vera. Chi ti apre il proprio cuore, chi ti racconta la propria vita, in fondo ti rende più saggio e ti fa un regalo.

    I gruppi di aiuto si fondano su questo, sul fatto che uno si possa rispecchiare nell’esperienza dell’altro e si senta capito, o che vedendo chi ha preso una strada diversa sappia che una strada diversa si può prendere, anche partendo dallo stesso punto.

    Le esperienze degli altri, i sentimenti degli altri, ci fanno crescere e maturare.

    Poi, come per tutte le cose, dipende come si fa e perché si fa: la condivisione di se stessi intanto dev’essere una libera scelta, non un’invasione, sia pure in buona fede(come ci rimasi male quando confidai a un’amica che stavo male e lei corse a dirtelo!); in secondo luogo, io non devo essere obbligata a guardare dal buco della serratura: se uno si mette in mostra per avere un momento di gloria, per ricercare soldi e successo, oppure solo per solitudine o per esibizionismo, io comunque non devo essere obbligata ad assistere all’esposizione della sua intimità (anche questa invasione, stavolta “in entrata”).

    A proposito, con la famosa vicina discuto sempre per i suoi panni stesi al sole sulla facciata del condominio, modello ballatoio anni ’50: permettete che a me delle sue lenzuola e delle mutande di suo marito non me ne importi un fico secco? Su tutta la via, solo fuori del suo balcone si vede questa bella mostra.

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  16. May Lady, ciò a cui faccio riferimento è quel volere a tutti i costi raccontare le proprie sventure in televisione, in programmi che affidano tutto il loro “successo” alle sciagurate rivelazioni di gente che così spera di vivere un momento di gloria anche soltanto per un giorno e sinceramente non ho mai capito come mai si ha bisogno di questo, o forse è soltanto perché non si ha nient’altro da proporre.

    Ciò che dici è vero, ma credo sia tutta un’altra storia.

    @Rosamaria: ebbene lo confesso, è proprio a quello che mi riferivo… 🙂

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  17. hai ragione, come te adoro le viuzze dove scoprire anche gli angoli bui
    tornare alle origini non è cosa facile, provare a riviverle lo si può fare nei cortili che t’han visto crescere
    quelli che ancora esistono
    come si dice…vivere per raccontarla…
    vero, solo che una volta si stava ad ascoltare volentieri i discorsi dei vecchi, i racconti
    un’usanza che va via via sciamando..
    e si cercano altri lidi, altre avventure..
    buon week end 🙂

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  18. E già, mia cara Irish, e comunque per i discorsi dei vecchi, c’è sempre nonno Archimede, così giusto per non farci mancare nulla, e tu May Lady lo sai già…

    *** Buon viaggio! ***

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  19. il fatto preoccupante è quando si sottolineano le cose, o le persone. questo fa capire che le scelte quando si fa il casting sono fatte proprio per indurre un certo sguardo pruriginoso sugli ospiti dei programmi. le persone non sono più persone ma simbolo di ciò che è ‘diverso’ e che può rappresentare curiosità in chi guarda.

    e il fatto che ci sia chi guarda (con gli occhi e gli intenti di cui sopra) è abbastanza deludente.
    proprio da far cadere le braccia (se non ci fossero già cadute anni fa, come dice Lady)

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  20. Io più che altro resto senza parole… mi sento preso in giro, come se fossi un bamboccione, cieco, sordo e senza idee, a cui bisogna raccontarla per fargliela capire…

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  21. Giusto per concludere questo post, ieri sera al grande fratello un altra follia: un padre, decide di chiedere perdono alla figlia dopo che l’aveva abbandonata nove anni fa, e ovviamente la figlia partecipa al reality… scena penosa, con un padre che continuava a dire che per lui era stato difficile farlo, ma chissà perchè, aveva scelto le telecamere per questa confesione…

    Follia, follia collettiva!

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  22. Poi, i padri che abbandonano i figli, e che poi dopo anni si ripresentano con la lagrimuccia, li inforcherei col tridente a prescindere dal mezzo di comunicazione che usano…

    Certo, se poi il mezzo usato per la lagrimazione sono le telecamere, ci metterei pure sopra un po’ di benzina, così, giusto perché una bella fiammata in diretta fa spettacolo (avete da accendere? Io non fumo).

    Abbandonare un figlio è un atto ignobile e, per quanto mi riguarda, assolutamente imperdonabile. I figli hanno bisogno dei padri, le figlie forse (forse) ancora di più. L’abbandono di un padre è un prezzo che i figli pagano per tutta la vita, e quando sento canzoni come “Piange il telefono”, io sono sempre dalla parte di quella donna che lo pianta lì senza voltarsi indietro.

    *** Bon vojage papy, dove hai fatto l’estate fai l’inverno! ***

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  23. Ricordo il tormentone e credo che quella canzone sia stata anche la più brutta che Domenico Modugno ha cantato.

    E cambiando discorso… una bella canzone di Domenico Modugno l’ha cantata ultimamente Negramaro ed è molto bella.

    Meraviglioso…

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  24. La spettacolarizzazione del dolore (soprattutto di quel tipo di dolore, mi riferisco al padre che chiede perdono alla figlia) è qualcosa di inaudito!
    L’assenza di un padre non so se possa essere recuperata nel tempo (sono più portata a credere di no), men che meno con un approccio iniziale davanti alle telecamere.
    Che la storia sia vera o inventata, montata ad hoc giusto per far audience o meno, per me è semplicemente squallido portarla “in pubblica piazza”.
    Ci sono emozioni che nel bene o nel male, vanno vissute nel privato, ognuno tra le pareti del proprio cuore.
    Imperdonabile quel padre, imperdonabili quel tipo di trasmissioni, imperdonabile quando la vita diventa un reality show.

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  25. Quando mi capita di assistere a scene del genere io mi indigno. Sono certa che tutti questi “colpi di scena” siano stati pianificati a beneficio dell’audience; in questi casi mi sento manipolata, presa in giro, provo un profondo senso di nausea.
    Credo che questa sia la vera volgarità. In genere si tratta di buttare in pasto agli spettatori persone che vengono convinte (non riesco a pensare diversamente) con promesse di guadagni immediati o futuri: è una cosa oscena, ma è la realtà odierna. Non me la sento di puntare il dito contro il protagonista della storia: non ne conosco le vicende e non so bene con quali argomenti siano riusciti a convincerlo. Allora, che fare? Farci il callo? Ribellarsi? Limitarsi a cambiare canale?
    Per ora mi sono limitata all’ultima soluzione, ma onestamente non so se basti.

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  26. Quando ho pensato questo post, anch’io ero convinto che puntare il dito sui concorrenti era cosa inutile e che i veri responsabili fossero quelli che ci stavano dietro, con le loro logiche di guadagno e quant’altro, ma il fatto di ieri sera, preannunciato come un evento unico nella storia dei reality, mi ha lasciato un vuoto dentro e a questo punto, non ho potuto non ritenere responsabile anche chi, da questo gioco si faceva manipolare, qualunque fossero le sue motivazioni.

    Qui non si tratta soltanto di fare ciò che dici, Rosamaria, anche perché cambiare canale o ribellarsi (come… ) non credo porti a dei cambiamenti radicali; ormai siamo vittime di una morale così elastica che non riesco più a pensare cosa sia giusto o sbagliato e lo spettacolo indecoroso di politici che in nome di un potere ormai sempre di più corrotto, si arroccano il diritto di rappresentare la nostra volontà, vestendo gli stessi panni dei giudici e dei giudicati, sta sotto gli occhi di tutti.

    Non mi ha scandalizzato ciò che è successo ieri sera, mi sono soltanto messo nei panni di persone che conosco e che portano dentro di se, il peso e lo sconforto di aver avuto un padre come quello. Quell’uomo era una maschera, senza animazione e senza emozioni, un essere informe che sulla parola padre ha costruito la sua esistenza, prima con una figlia abbandonata e ora con un figlio nato da un’altra compagna.
    Ho pena per lui, soprattutto perché so cosa vuol dire amore paterno, ma mi spiace, la sua apparizione dietro le telecamere di ieri sera, non riesco proprio a giustificarla e tanto meno a capirla, neanche come realtà odierna.

    Già, ciao Mino, anche a me non è mai piaciuto come cantante, ma ho rispetto del suo dolore…

    Panni stesi al sole, senza forma né sostanza… una metafora che oggi più che mai da ragione a se stessa.

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  27. Caro Arthur,
    più volte mi hai rimproverato di fare un monumento al dolore, ma quando leggo cose come “cambiare canale o ribellarsi (come… ) non credo porti a dei cambiamenti radicali; ormai siamo vittime di una morale così elastica che non riesco più a pensare cosa sia giusto o sbagliato” mi sembra che il monumento si stia facendo alla rassegnazione e all’inazione.

    Non che non capisca questo stato d’animo, tutti noi ci siamo scontrati con il senso d’impotenza e con l’inutilità di tante nostre lotte, ma dobbiamo avere la forza di non mollare e, magari dopo un attimo (o un periodo) di smarrimento e di sconforto, rimboccarci le maniche e riprovarci ancora.

    Hai visto mai… tante volte si danno tante capocciate al muro, ci si va pure con l’ariete o con la dinamite senza ottenere niente e poi, basta togliere una briciolina, un minuscolo sassetto, e il muro crolla: mai demordere!

    E per quanto riguarda la televisione, utile o no, io canale lo comincerei a cambiare…

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  28. E’ strano che proprio tu, May Lady, mi dica queste cose.
    La mia non è rassegnazione e tanto meno un inno all’inazione.
    Mi ritengo uomo del mio tempo con tutte le convinzioni sbagliate che possono esserci.
    Ho sempre lottato, ed anche in prima linea e tu dovresti saperlo che quando prendo a cuore un problema, mi infiammo al punto da non guardare troppo per il sottile, ma il problema è un altro, purtroppo.

    Viviamo, secondo me, in un’epoca in cui tutti si lamentano di tutto a poi, al momento di fare delle scelte, scelgono il male peggiore (che strano, dovrebbe essere al contrario… ), mi riferisco in particolar modo alla situazione politica attuale e questo perché non si ha voglia di vedere le cose per quelle che sono, e alle volte può far comodo sapere che se qualcuno d’importante ruba, la scusa per rubare è oltremodo giustificata e quindi…

    Io preferisco non cambiare canale, perché farlo significa ancora una volta demandare, lasciare che qualcun altro risolva il problema al posto mio, e per lottare, il problema va conosciuto in tutta la sua interezza, altrimenti è soltanto un blaterare senza senso e null’altro.

    I reality esistono perché promettono chimere e la gente ha bisogno di sognare, ha bisogno di credere che dal suo appartamentino striminzito, due stanze con servizi, può vivere in un attico su Piazza Navona, con vista ineguagliabile e vasca matrimoniale ad idromassaggio. Poi se questi sogni non si avverano, è soltanto colpa del destino. (…)

    L’unico modo che ho per lottare, è parlare di queste cose, scriverne, sensibilizzare opinioni che per certi versi preferiscono restare addormentate, appoggiare le lotte che nascono non da verità presunte, ma da verità accertate, insomma, sono una goccia che cerca di unirsi a tante altre per suscitare un’onda che prima o poi travolga ogni cosa che c’è di sbagliato.

    E’ troppo?

    L’America lo sta, forse, facendo, e per farlo ci vuole coraggio, che a noi, ho l’impressione, manca del tutto.

    Ciò non toglie che alle volte mi senta svuotato, inerme, senza parole, per un attimo turbato e confuso, ma la voglia di lottare c’è, credimi, fa parte del mio dna e guai a chi me la tocca.

    E poi, cosa rispondi ad una donna che ti dice che suo padre, quando lei aveva undici anni, è andato via ed è cresciuta all’ombra di questo dolore?

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  29. Cosa rispondi? Quello che rispondi a chi un padre non l’ha mai conosciuto, ed è cresciuta non solo all’ombra del dolore, ma dei complessi, della sensazione di inadeguatezza e diversità. Conosco il dolore di questi figli, e conosco quegli allegri gaudenti dei padri che hanno pagato col sangue dei figli la libertà di andare spensieratamente ad “appozzare” a destra e a manca senza assumersi alcuna responsabilità.

    Io gli risponderei sempre la stessa cosa: “Dammi un fiammifero, che la benzina ce la metto io”.

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  30. Mi pare che il problema di fondo fosse un altro, e cioè: è lecito sbattere il mostro in prima pagina, svelare al mondo drammi che si sono consumati, in tempi più o meno lontani, in un ambito familiare che, in genere, risente di equilibri e situazioni che è assolutamente improbabile riuscire a risolvere in qualche decina di minuti di fronte ad una platea tanto vasta? Certo che no.
    Gli stessi equilibri e le situazioni di cui sopra sconsigliano ogni generalizzazione, ogni rivendicazione, ogni giudizio: si tratta di problemi talmente delicati e con così tante corresponsabilità che eviterei accuratamente di trattarli in maniera sommaria e superficiale.

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  31. @romaguido: il problema di fondo sarà pure stato un altro ma, giunti a tanti commenti, mi pare pure normale che da cosa nasca cosa e che il discorso si ampli: poi, l’episodio del padre che ha abbandonato la figlia è stato trattato in questo contesto.

    Tu chiedi se è giusto lavare i panni in pubblico, e dici “Certo che no”: già qui si sta dando un giudizio sommario, perché il dolore è comune, e condividerlo può anche essere un dono fatto al prossimo, che si può immedesimare e rispecchiare in una situazione, sentirsi meno solo, esaminare strade alternative per affrontare una situazione.

    Io non sono contro i panni stesi al sole, io sono contro la spettacolarizzazione del dolore, sono contro i drammi mostrati in piazza non per farli comprendere, ma per fare audience, senza rispetto e senza dignità.

    Per quanto riguarda i padri che abbandonano i figli, soprattutto prima che nascano, mi prendo la responsabilità di un giudizio generalizzato e sommario: di fronte ai bambini abbandonati, di cui peraltro mi occupo da una vita, divento una furia.

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  32. @Rosamaria: scusa, ma non ti seguo, non mi pare che certi problemi siano stati trattati in maniera sommaria e superficiale.

    Io non esprimo giudizi, ma soltanto dei pareri che possono anche non essere condivisi, per cui, vuoi per cortesia spiegarmi, se hai voglia, il motivo di questo tuo commento?

    Anche perchè non mi rende particolarmente felice sentirmi dare del superficiale…

    @May Lady: dopo aver pubblicato il mio commento in risposta a Rosamaria, ho letto il tuo che condivido in pieno.

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  33. @ Arthur
    Mi riferivo a frasi come questa: “Dammi un fiammifero, che la benzina ce la metto io”.
    Sai bene che non condivido certe generalizzazioni. Sono convinta che in una famiglia esistano tante di quelle componenti che, sia pure nelle similutidini, ogni caso non può non rappresentare un caso a sè.
    Nella mia vita ho visto padri e madri snaturate, ho visto genitori che, pentiti, facevano ritorno all’ovile, per esserne poi sbattuti fuori dagli stessi figli. Mi chiedo, a questo punto, se i figli abbandonati, pur nel dolore che si può ben comprendere, non si siano risparmiati le situazioni incresciose di famiglie in cui la convivenza a volte diventa un inferno.
    Sono ben conscia di quanto sia difficile l’equilibrio all’interno di una coppia e che la responsablità aumenti notevolmente con la nascita dei figli; proprio per questo non me la sentirei di liquidare l’argomento addossando tutte le colpe a chi va via; a volte è una fortuna che si tolga di mezzo affrancando i figli da una presenza capace di fare solo danni.

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  34. Beh, generalmente chi va via non lo fa per “affrancare i figli da una presenza capace solo di fare danni”, e poi, cara Rosamaria, mi sento assolutamente fraintesa: io non sto parlando di padri che vanno via, ma di padri che abbandonano. Qui non stiamo parlando di separazioni, di chi va via e di chi resta, del perché va via o del perché resta: qui stiamo parlando di PADRI CHE ABBANDONANO I FIGLI. Non di padri che vivono lontano dai figli. Non di padri che avevano o non avevano i loro bravi motivi per andare via: ora sei tu che stai generalizzando l’inopportunità di generalizzare (suona un gioco di parole, ma non lo è).

    Io sto parlando di CHE ABBANDONANO I FIGLI, e se pure questo potrebbe essere un bene per il figlio, che non se ne fa niente di un padre che non lo vuole, tanto più che solitamente non è un tipo che potrebbe essere per il figlio un punto di riferimento, non è una giustificazione a un atto così criminale.

    Non mi piace chi non si assume le proprie responsabilità, non mi piace il buonismo del “non si può giudicare” applicato a tappeto a tutto e a tutti, e non mi piacciono i padri che ABBANDONANO i figli (e ripeto, non ho detto “si allontanano da casa”).

    Poi, se non vuoi contribuire coi fiammiferi, semmai li compro da sola.

    By the way, non parlo per un fatto personale: mio padre ci adorava, e non c’è cosa che non abbia fatto per noi figli. Io e il padre di mia figlia ci eravamo lasciati prima ancora che io scoprissi di essere incinta, e sono stata io a non voler sentire ragioni e a non voler tornare insieme “a qualsiasi costo”: ma lui per sua figlia c’è, c’è sempre stato, e sua figlia sa di avere un padre che la adora e a cui si può rivolgere. Non certo per risolvere un problema, (e qui sono ingiusta, perché qualche problemino qua e là gliel’ha pure risolto), ma per farsi volere bene, viziare, coccolare, ascoltare.

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  35. “non mi piace il buonismo del “non si può giudicare” applicato a tappeto a tutto e a tutti”.
    Non si tratta di buonismo, è semplicemente prendere le distanze da ciò che non si conosce a fondo. Esistono fior di specialisti: psicologi, analisti, sessuologi, terapisti, consulenti della coppia e della famiglia, che mettono la loro professionalità al servizio degli altri. Se l’analisi e la soluzione di casi tanto drammatici fosse così semplice probabilmente tutti questi esperti non avrebbero ragione di esistere.
    Ribadisco che per me ogni caso è un caso a sè e non se ne dovrebbe parlare senza aver prima sviscerato a dovere tutte le situazioni che hanno portato a comportamenti poco canonici.

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  36. “psicologi, analisti, sessuologi, terapisti, consulenti della coppia e della famiglia” […] “non avrebbero ragione di esistere.”: in molti abbracciano questa corrente di pensiero.

    Comunque, pour parler, mi illustreresti qualche caso in cui un padre aveva le sue buone ragioni per abbandonare un figlio?

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  37. Credo che il discorso ci porterebbe molto lontano, Lady. Personalmente andrei ancora più a monte: credo che ogni nuova vita vada responsonsabilmente “pianificata”, ossia che debba costituire un progetto di vita, nato a partire da due persone che desiderino condividere gioie e dolori per tanti, tantissimi anni e che s’impegnino con tutte le loro forze a portare avanti questa impresa, che, lo ribadisco, non è per niente facile.

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  38. Cara Rosamaria, sono due discorsi diversi: che quella di un figlio sia una scelta impegnativa siamo d’accordo, sulla pianificazione ognuno è libero di avere le proprie idee, ma qui stiamo parlando di un figlio che già c’è. Come c’è, perché c’è, è un discorso che a quel punto diventa ozioso: c’è.

    Un discorso che mi fece inorridire, e mi pare sia stato affrontato a Forum, era di un padre che aveva abbandonato il figlio perché disabile, e lui “non ce la faceva a vederlo così” (e invece la madre ne era felice?)lui “aveva sognato un figlio normale” (ma va? invece il resto dell’umanità si occupa del figlio disabile perché in realtà è così che l’aveva sempre sognato!).

    Si dà il caso che esistano dei doveri, che casualmente sono anche legali, me che prima di tutto sono morali: ci sono situazioni che si scelgono, altre che capitano tra capo e collo, senza che ce le siamo andate a cercare, cionondimeno dobbiamo affrontarle.

    Tu mi parli anche di figli che hanno sbattuto in faccia la porta al genitore pentito: beh, se un uomo che ha abbandonato un figlio, magari vedendo un bimbetto ai giardini, si commuove, illumina e ravvede, può essere un discorso, ma la maggior parte dei padri si ricorda di avere un figlio quando si ritrova vecchio e malato, bisognoso di un essere umano accanto (e tutte le donnine allegre dove sono?) e magari persino di affetto.

    E allora, io sono dalla parte dei figli che li mettono alla porta, che voltano i tacchi, le spalle e tutto il resto, e continuano la loro vita esattamente come hanno fatto fino ad allora: soli.

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  39. Non intendevo criticare quei figli, volevo solo mettere in evidenza che, da “abbandonati”, avevano probabilmente passato del tempo a rimpiangere inutilmente un padre che forse non meritava le loro lacrime. Tutto qui.
    Quanto all’handicap, ognuno reagisce come sa, come può; tutto dipende da come si è stati educati, dai valori ricevuti in famiglia. Certe situazioni esistono, è innegabile; ma nessuno potrà imporre ad un altro essere umano di provare amore quando non ne è capace. In genere per amare bisogna essere stati amati e non tutti hanno avuto questa fortuna nella loro vita.

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  40. Questo è pacifico: l’amore se non si prova non si prova.

    Questo non toglie l’obbligo di assistenza.

    I figli poi che piangono perché non hanno un padre le lagrime le versano per l’appunto per il non avere un padre, e non piangono la persona specifica, che probabilmente sanno da sempre essere immeritevole.

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  41. Ribadisco che un essere umano è troppo importante per lasciare al caso la sua nascita; la saggezza spingerebbe a valutare a priori tutte le conseguenze di un atto poco meditato su creature innocenti che non hanno chiesto a nessuno di venire al mondo.
    Tuttavia, una volta che il bambino è nato, sia esso biondo o bruno, bianco o nero, sano o diversabile, non si può restituirlo al mittente: bisogna rimboccarsi le maniche e assumersi le proprie responsabilità. Ma tutti sono capaci di tanto.

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  42. E già, rimboccarsi le maniche e assumersi le proprie responsabilità.

    E sul fatto dell’amore… è vero, chi non è stato amato, spesso non riesce ad amare, ma sarei un po’ cauto dal giustificare o quanto meno capire il suo comportamente soltanto per questo, perchè alla stessa stregua, chi “non conosce amore” oltre che a lasciare i figli, commette violenze inaudite e va anche oltre…

    Fore più che da capire, questa gente sarebbe da aiutare, ma senza arrivare a casi estremi, quanti padri che abbandonano sono veramente aiutati a capire il loro comportamento? Forse in qualche modo, dovrebbero essere costretti a fare delle terapie, e la stessa cosa vale per i flgli.

    Comunque, vedo com piacere che l’equivoco è stato chiarito.

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  43. No, Arthur, io non giustifico affatto. Certe situazioni ci sono, sono incresciose, ma non sono quasi mai da attribuire ad una sola persona. Tuttavia, capire le cause che hanno portato ad un comportamento aberrante sicuramente non basta a risolvere i problemi di chi, suo malgrado, ne subisce le conseguenze.
    Purtroppo è quasi una reazione a catena, che oggi si estende a macchia d’olio. Qui si è parlato di obbligo di assistenza e sono tante le famiglie sfasciate in cui si deve rilevare persino la mancanza di “sussistenza”. In genere i figli, anche quando il genitore non latita, vengono usati come arma di offesa, di difesa, di ricatto, il genitore assente viene presentato come un depravato e tutto ciò disorienta non poco bambini e adolescenti, che saranno i genitori (più o meno responsabili) di domani.
    La terapia coatta non credo sortisca risultati positivi; d’altro canto, i casi in cui la richiesta d’aiuto sia spontanea sono già a buon punto sulla via della soluzione.
    Il problema che tu hai sottoposto alla nostra attenzione è talmente complesso ed ha tanti di quei risvolti che sarebbe davvero difficile venirne a capo. L’unica considerazione che se ne può fare è che,anche e sopratutto in questo campo, prevenire è meglio che curare; il nostro auspicio è, quindi, che quanto è stato detto qui possa costituire un buon deterrente per chi decida di affrontare con spensieratezza e nonchalance un passo che potrebbe rivelarsi fatale per soggetti innocenti, capaci, a loro volta, di incidere più o meni negativamente nella società di domani.

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  44. Papone, ritorno a trovarti in un momento rubato alla frenesia impazzita di questi ultimi mesi, un vortice che sa un po’ di rivoluzione. Forse sto vivendo quella che Hegel chiamava Aufhebung, il movimento per cui ciò che era viene “tolto e al contempo mantenuto” in un superamento che non è solo voltar pagina, ma una specie di salto che porta con sè tutto ciò che è stato, senza dimenticarlo ma trasfigurandolo… Detto in termini “profani”: ci sono momenti di svolta in cui si va avanti e tutto sembra essere diverso, cambiato, ma poi ti rendi conto che quel salto non lo avresti fatto se non avessi vissuto tutto quello che hai fatto e che ti è successo fino a quel momento.
    Eccomi, quindi, nel pieno di questa rivoluzione che senza voi, senza di te, non ci sarebbe stata. Ogni cambiamento è un po’ una perdita, e forse questo spiega perchè ho quasi una certa difficoltà a riprendere i consueti ritmi da blogger…
    Mi dirai cosa c’entra tutto questo con questo tuo interessantissimo post… forse nulla, se non fosse per il fatto che esprimi ancora una volta ciò che penso anche io con una chiarezza che io non saprei avere…
    Il Grande Fratello, e tutto ciò di cui è sintomo ed espressione, è proprio il contrario di quella Aufhebung che descrivevo: non è un esperimento, un tratto che si carica del percorso delle vite, ma un ritagliare un angolo patinato, che esula dalla realtà e ne crea un’altra, che fa forse più rumore, ma che non è vita. E’ quel secondo mondo che ormai ci costruiamo inevitabilmente, perchè stiamo dimenticando a conoscere, vivere e costruire il nostro. “Abbiamo il palato bruciato”, diceva un mio amico, anche i sapori più semplici ci sfuggono, e allora ricorriamo ai condimenti fittizzi di un universo parallelo, in cui anche essere ciechi (evitiamo gli eufemismi alla “non vedente”, quasi che “cieco” fosse un insulto!) diviene un’occasione per fare spettacolo, anzichè una sfida toccata in sorte a qualcuno meno fortunato.
    Ecco, quello che mi piace della mia esperienza con te e con gli altri è che per noi il blog non è stato mai “spettacolo” in questo senso, mai una fuga dalla realtà e dalla vita, ma vi abbiamo portato sempre quello che siamo, ce ne siamo fatti carico, e credo che questa sia la responsabilità di essere vivi, fino infondo.
    La mia assenza rientra in questo, allora, e, forse paradossalmente, anche in essa c’è una verità che regalo a te e agli altri, la sincerità di essere me stessa, in questo momento che non ha rifugio, case isolate, riflettori e telecamere, ma che è così come lo vedete.
    Un bacio grande papone.
    A presto.

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  45. A presto a te, Engel, ci vediamo domenica… e ne abbiamo di panni da lavare, alla “nostra” lavanderia… tra un fritto misto e un abbacchio al forno!

    *** ihihihih, rdc pronta all’attacco! ***

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  46. Mia cara Engel, papona, leggendo il tuo commento mi è venuto in mente la prima volta che ti ho commentato, la sensazione che avevo provato nel leggere le tue parole, e la voglia di dirti che non eri sola ad affrontare certi percorsi e che la mia mano era tesa nel momento in cui tu avresti avuto voglia di prenderla.

    Quanta acqua è passata sotto i ponti… ahimè, non lo dico perché è poco e talmente tanto allo stesso tempo, eppure questo rapporto, fatto di momenti assolutamente al margine tra un commento e l’altro, ha avuto la forza di resistere e di creare delle emozioni che io stesso stento a riconoscere come sintomo di una conoscenza che si sta consumando tra le pagine dei nostri blog.

    Potenza della rete, dicevo qualche mese fa, potenza della vita, mi viene da dire oggi.

    La tua assenza non è mai stata un problema, sappiamo d’essere nei tuoi pensieri e l’attesa, al tuo ritorno, è sempre ben compensata.
    Noi non diamo spettacolo, è vero, o almeno lo credo, e questo percorso, questo bisogno di comunicare che abbiamo ne è la riprova.

    Ricambio il bacio e ci aggiungo anche un abbraccio grande grande.

    E per domenica…

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