Pensieri…

           Una strana accozzaglia di pensieri oggi m’invade, tanto che non riesco neanche a pensare, sono così fulminei che non ho il tempo di leggerli per come vorrei.

          Mi capita alle volte di essere così frastornato, penso a delle cose ed altre prepotentemente s’affacciano, fanno capolino tutto d’un tratto, magari cercando risposte, magari urlando che erano lì prima degli altri, ma tutto è inutile, l’attesa è lunga e alla fine rimane delusa.

           Ora mi viene in mente lo sguardo di quella bambina che, su di una sedia a rotelle, scuote la testa e osserva qualcosa che sembra essere lontano, così lontano che anche seguendolo con gli occhi, non si riesce a vederlo.

          Ora è seduta sulle gambe del padre, che con la mano, tiene quella testolina che sembra stia per cadere, e lei la scuote ancora, poi lui canta una canzoncina e ogni due parole, la bacia sulla fronte e ogni volta che lo fa, lei smette di scuotere la testa e in un soffio dice: eh…

          Ricomincio a pensare… ricomincio a pensare a quella vita, a tutto l’amore che bisogna dare per farla sentire meno sola, ma che non è mai abbastanza per colmare un vuoto che sarà, purtroppo, sempre uguale.

          Ricomincio a pensare e di nuovo mi sento frastornato, una strana accozzaglia di pensieri m’invade, ma solo perché riesco a leggerli come non vorrei…

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64 pensieri su “Pensieri…

  1. So cosa significa. In classe di mia figlia, all’asilo, c’era una bambina sulla sedia a rotelle. Aveva quattro anni.

    Sbagliavano le insegnanti a non punirla mai, la stavano facendo venire su una piccola selvaggia (ricordi il film “Anna dei miracoli”?) ma, d’altra parte, come si può avere il cuore di punire una creaturella di quattro anni che in giardino non può correre con gli altri?

    Compito ingrato è educare questi bambini, ci dicono che vanno trattati come normali, e so che è vero, so che è giusto, ma te la senti tu di dirle “Oggi non scendi in giardino”, sapendo che anche se ci scende già la vita l’ha messa in punizione e non potrà correre con gli altri?

    O dove la metti, dietro la lavagna, che non potrà raggiungere con le sue gambe? Gli altri bambini cominciavano a detestarla perché era la cocchetta delle maestre e le maestre, ingenue, non capivano questo meccanismo, e la proteggevano ancora di più.

    A un certo punto quasi tutti i bambini, a casa, hanno iniziato a mettersi, chi ce l’aveva, sul passeggino, a pretendere di essere invalidi, e volevano essere trasportati per tutta casa. Dicevano che quella era una bimba fortunata, che non doveva faticare, che veniva servita e riverita: ah, quanto è difficile capire, per grandi e per piccini!

    La solidarietà forse non è innata, forse va insegnata. Probabilmente, a quei bambini che simulavano la disabilità, si sarebbe dovuto impedire di alzarsi quando si erano stancati. Bisognava far loro capire che, per la loro amica, quel gioco non finiva mai.

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  2. balibar

    Ho lavorato per quasi dieci anni come operatore sociale (educatore) con persone con handicap psichico (marginalmente fisico) di grado da grave a lieve.

    Ma mi sembra di capire che per la bambina che ha reso tumultuosi i tuoi pensieri non valga un vero pensiero educativo. Le loro relazioni si manifestano solo con uno scambio d’amore, un amore che per loro è fondamentale perché è il solo nutrimento che li faccia vivere.
    Tant’è che non riescono a sopravvivere alla perdita dei loro riferimenti affettivi (solitamente genitori o fratelli/sorelle).

    Questa semplicità dei loro bisogni essenziali mette in crisi spesso quelli che sono i nostri irrinunciabili bisogni.

    Con questo non voglio dire che dovremmo condurre tutti una vita ascetica, ma almeno essere consapevoli che alcune cose sono un di più che possiamo permetterci.

    @Diemme: dove è possibile fare un intervento educativo, credo che valgano, più o meno, le indicazioni del video.
    Io, seppur con amore, non avrei problemi a dire “Oggi non scendi in giardino”, mi sembrerebbe anche di rispettarla di più come persona. Ma il discorso diventa lungo.
    Avevo visto “l’altro blog” linkato ma pensavo fosse abbandonato. Scusa.

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  3. Quella che racconti, arthur, è una scena che giustamente non lascia spazio ad altri pensieri.
    Ma non deve trattarsi di pensieri necessariamente tristi o disperati; la situazione dei “diversabili” (che non è un eufemismo, ma sta ad indicare che si tratta di persone con doti spesso insospettabili) oggi è nettamente migliorata, grazie al coraggio di tanti genitori che si sono battuti strenuamente per i diritti dei loro figlioli meno fortunati.
    Una di questi è Lucia Frisone, una tua indomita conterranea, interpretata da Lunetta Savino in una fiction estremamente commovente, Il figlio della luna. Lucia riesce a far accettare il proprio figlio, tetraplegico (che i medici danno per spacciato) in tutti gli ambienti utili alla sua crescita, fa addirittura modificare la legge che voleva i ricercatori universitari “di sana e robusta costituzione”perchè Fulvio, è questo il nome di suo figlio, possa intraprendere la carriera universitaria ed ora, grazie a lei, l’Università di Catania può contare su un fisico nucleare di valore.
    Perchè non pensare che anche la bambina di cui parli arriverà, un giorno, ad avere un futuro radioso o almeno sereno, nonostante il suo handicap?

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  4. Mi sovviene ora che tra i metodi utili in casi come quello che descrivi, arthur, era una volta molto in voga quello della scuola di Filadelfia, usato anche per fare di bambini superdotati dei veri e propri geni; il metodo consiste nello stimolare il bambino attraverso una serie di cartelli molto colorati e accattivanti e so che veniva consigliato anche per patologie molto complesse, per esempio l’idrocefalia (spero che il termine sia corretto), che provocano una drastica riduzione della efficienza degli organi di senso e di locomozione.
    Non so se oggi si ricorra ancora a questi sistemi, che impegnavano genitori e volontari nella preparazione dei cartelli e nella stimolazione continua dei bambini; penso che, se così fosse, grazie al computer, ai maxischermi, alle lavagne eletroniche, la cosa potrebbe essere molto più semplice ed efficace.

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  5. Alanford50

    Mi trovo daccordo con Balibar, Le loro relazioni si manifestano solo con uno scambio d’amore.

    Questo scambio immagino sia assolutamente gratuito e totalizzante, ho letto che lui per un certo periodo lo ha fatto per mestiere, quindi per certi versi gli invidio quella capacità che ha di donarsi, perché per un genitore è facile anzi naturale mettersi totalmente nelle loro mani a loro disposizione arrivando a parlare l’unica lingua che loro sono in grado di comprendere e di meravigliosamente usare a loro volta per comunicare, ma per un estraneo deve essere uno sforzo tremendo, perché regalare tanto amore non fa sicuramente parte della nostra quotidianità, non ce lo hanno insegnato, non fa veramente parte di noi, anzi per certi versi se lo facciamo gli attribuiamo sempre un certo prezzo, ma quasi mai veramente gratis.

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  6. balibar

    Arthur, spero di non snaturare il senso del tuo post.

    @Romaguido: giusto quello che dici, ma mi viene da fare qualche considerazione.
    L’handicap può essere di diversa gravità e vedere compromesse, in alcuni casi, quasi totalmente le funzioni cerebrali.
    Esistono delle griglie, cioè delle relazioni per punti mirate, per stabilire quali sono le capacità di base su cui poter lavorare.

    Ho visto molti genitori sperare nel miracolo, altri rassegnati, altri accettare la situazione per quello che era, altri ancora tendere al rifiuto.

    Io lavoravo in un centro diurno, dove c’erano una serie di attività produttive da svolgere, quando anche la cura di un orto o la presenza costante al lavoro degli altri poteva considerarsi produttiva.
    Quel “…eh..” che dice Arthur era la risposta vincente.

    Si procedeva per obiettivi, ma l’importante era che ognuno desse per quello che gli era possibile.

    Personalmente non mi piacciono molto le definizioni “portatore di handicap”(e qui mi faccio forte del parere di un professore universitario non vedente che diceva “io non porto proprio niente!”) e neanche “diversamente abili”, così politically correct.
    Io allargherei il concetto di normalità, o rivedrei quello di diversità.

    Giustamente poi parli dell’impegno dei volontari e Alanford di impegno gratuito.
    Questo sarebbe un bel dibattito perché, stante che si lavora con esseri umani, i volontari, anziché essere un valido supporto, sono andati a sostituire personale retribuito che ha studiato la materia per anni e magari ci si è anche laureato. Chi lo fa per lavoro non è un meccanico privo di sentimenti, ma sa come operare al meglio(almeno ci si augura). Certo l’impegno emotivo è grande.
    Quante volte con i colleghi ci siam sentiti dire “che bravi! Che pazienza! La vostra è una missione” e noi tranquillamente rispondevamo “no. E’ il nostro lavoro”

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  7. Giovanna Amoroso

    Caro Arthur,

    ciò che scrivi colpisce direttamente al cuore…
    Essendo io mamma, resto ulteriormente colpita.

    Sono veramente una mamma fortunata, mi ripeto ogni giorno, mentre osservo correre allegro e felice il mio splendido bimbo…

    Buona giornata

    Giovanna

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  8. @ Balibar
    mi unisco ai complimenti di Alanford, perchè da come parli si evince che sei motivato, sensibile, competente; ma, credimi, non è la prassi per tutte le persone che lavorano con/su/per gli “esseri umani”. Tu dici “almeno ci si augura” e la mia esperienza, purtroppo, m’insegna che la dedizione, la competenza, l’amore, la sensibilità costituiscono ancora un valore aggiunto per chi (e, lo ribadisco, non è l tuo caso), conseguito un titolo ed un’abilitazione per certi lavori, troppe volte risulta competente solo sulla carta.
    Rilevi che i volontari abuserebbero della professione, togliendo il pane ai professionisti del sociale; in realtà io mi riferivo ad un caso ben preciso: un bambino macrocefalo, con ridottissime (se non quasi nulle) capacità sensoriali e di deambulazione; veniva trattato quotidianamente col metodo di Filadelfia, da due turni di quattro volontari per volta (quattro ore per turno). I volontari gli leggevano i cartelli (preparati “a mano” dal padre, nelle ore libere dal lavoro, sui più svariati argomenti) e lo stimolavano perchè accennasse a qualche movimento (cui era impedito dall’enorme peso della testa), sua madre, che aveva rinunciato al suo lavoro per seguire nel migliore dei modi il suo secondogenito, provvedeva all’andirivieni di tutte queste persone, le addestrava, teneva i contatti con gli altri genitori, tutta la casa, che aveva dovuto subire una drastica modificazione nella destinazione d’uso dei vari ambienti, ruotava attorno a questa incessante attività, non so fino a che punto proficua (la volontaria che mi aggiornava sulla situazione fu chiamata altrove ed io non ne seppi più nulla). Ecco, Balibar, non credo che nessuna struttura convenzionale potrebbe offrire, a meno di parcelle stratosferiche, assolutamente proibitive per dei professionisti che vivono del loro lavoro, un simile trattamento con del personale qualificato.

    P.S. Il post è molto poetico, struggente; ma a volte può essere utile guardare certe situazioni in maniera produttiva, chiedersi se si possa intervenire per migliorare la qualità di vita di chi versa in condizioni che appaiono disperate. L’esempio riportato, probabilmente un caso limite, potrebbe essere un utile incentivo all’azione. Non credo che così abbiamo snaturato lo spirito con cui la discussione è partita. 🙂

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  9. @ tutti: vi ringrazio per i vostri commenti ma purtroppo, in questo momento non ho il tempo per rispondere come vorrei e quindi, a più tardi.

    @ Balibar: sì, la foto è molto bella, l’ho fatta un po’ di anni fa ed anche la bambina che ho fotografato era molto bella. Come forse saprai, io uso la foto come metafora, non è mai, o quasi, lo specchio delle mie parole o dell’argomento che tratto. In questo caso, rappresenta una bambina che ride felice e contenta, quello che vorrei che fosse ogni bambino, quindi è “un’idea”… e poi, ad ognuno, la sua libera interpretazione e comunque, grazie.

    E se intanto, in mia assenza, volete continuare a discutere…

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  10. livyxb

    Sono emozionata nel leggere le vostre esperienze, ed i vostri pensieri.
    Avere un figlio disabile è una sfida, che va condotta da soli e senza contare troppo nell’aiuto delle istituzioni (e lo dico proprio perchè ci lavoro). Mi fa rabbia ogni giorno fare i conti con i tagli dei fondi, con le difficoltà burocratiche, quando vedo con i miei occhi genitori con le lacrime agli occhi che vanno avanti solo grazie all’aiuto dei volontari. E penso: quando questi genitori coraggiosi non ci saranno più?……

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  11. Com’è bello ciò che hai scritto Arthur, ma oggi non è la giornata giusta per commentare… ché scriverei i pensieri come non vorrei e finirei per frastornarti anch’io.
    Però volevo dirti che è stato bello farmi invadere dall’accozzaglia di quei tuoi pensieri. Li ho sentiti.

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  12. balibar

    @Romaguido, grazie anche se i complimenti m’imbarazzano tantissimo.
    Solo un attimo per ribadire che è giusto quello che dici, la polemica sui volontari fu forte, ed io non sono qui a negare il loro grande apporto. Ma al solito le istituzioni, anziché farsi carico dei problemi, tagliano senza molti scrupoli.

    Quando c’erano i soldi europei era un fiorire di cooperative sociali, poi tutti a casa. Ne nascevano talmente tante che alla fine anche la professionalità era spesso diventata ahimè un optional.

    Ma ancora un pensiero per la bambina raccontata da Arthur e a chi come lei, con il loro sguardo lontano, ci fanno intravedere i mondi che sono anche dentro di noi, ma che non siamo capaci, o non osiamo, guardare.

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  13. balibar

    Arthur, la foto è bella perché Lei è bella. Hai fermato un attimo di comunicabiltà estremamente gioiosa e naturale, spontanea.

    Poi non sono poeta e meglio non so dire.

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  14. @ Balibar
    Una definizione che io trovo molto bella è quella di “bisogno educativo speciale” (Dario Ianes ne è un accanito sostenitore), che può riguardare ciascuno di noi in un momento particolare della nostra vita. Laddove si voglia intervenire correttamente, il bisogno educativo speciale del singolo diventa il bisogno educativo speciale del suo gruppo e, in ultima analisi, della società. Si tratta di una filosofia largamente condivisibile ma, si sa, tra il dire e il fare…

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  15. balibar

    @Romaguido
    Già…conosco sommariamente il concetto (ma posso approfondirlo) e condivido.

    Mi scoccia dover sempre fare dei raffronti con l’estero ma da confronti diretti con belgi e nord europei mi risulta che in società strutturate diversamente dalla nostra, le cose funzionino meglio. Sembra sempre che dobbiamo rincorrere il compromesso fra quello che si potrebbe fare e quello che si riesce a fare.

    Comunque tieni presente che ho lasciato l’ambito educativo da molto tempo, anche se la sfera psicologica non ho mai smesso di studiarla (nel senso più ampio).

    Che dici, abbiamo abusato a sufficienza dell’ospitalità di Arthur?
    Io devo comunque andare e grazie per il confronto.

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  16. balibar

    @Laura:
    grazie per la precisazione.
    Io intendevo dire che il termine “diversamente abili”, di cui si fa largo uso in tv, sui giornali e dove non so, a me personalmente non piace.
    Sarà una questione superficiale? A me disabile sta benissimo, mantiene la dignità della persona e le sue peculiarità.
    Poi non sono certo il tipo che sale in cattedra per insegnare quello che non so 🙂

    Grazie anche per il link

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  17. Balibar, arthur ci ha invitati a continuare e non credo che si arrabbierà per le nostre parole. Noi abbiamo spostato il discorso su un piano più pratico, freddo, se vuoi, ma utile a comprendere che si tratta di una realtà che può e deve essere affrontata serenamente.
    Quanto alle parole, si versano fiumi d’inchiostro ed ognuno ha le sue definizioni, più o meno tendenti a modificare la forma, ma che tuttavia poco possono, ahimé, nella sostanza.
    L’argomento che stiamo trattando qui mi sta molto a cuore perché, per motivi di lavoro, mi trovo spesso a dover fare i conti con delle realtà che, a mio avviso, trovano nella sensibilità delle persone una risorsa ancora più preziosa rispetto alle competenze (spesso possedute solo sulla carta) di chi dovrebbe farsi il maggior carico del problema.
    Ma non è per insegnare che siamo qui: possiamo cercare di dire la nostra, non certo risolvere un problema di cui il fior fiore di esperti continua a discutere animatamente, senza trovare, peraltro, nelle istituzioni il giusto riscontro (non a caso citavo Dario Ianes).
    E purtroppo anche per l’estero bisogna fare dei distinguo, visto che nazioni ritenute civili (l’Inghilterra ne é un esempio), pur affidando i disabili (vedi che imparo presto? 😉 ) a personale specializzato, tendono a relegarli in una sorta di classi differenziate assolutamente sconsigliabili ai fini dell’integrazione.

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  18. Bene, eccomi qua finalmente e prima di iniziare dico subito: Balibar, perché dovrei arrabbiarmi? Avete espresso i vostri pareri con competenza e convinzione e come penso e spero saprai, sei sempre il benvenuto tra le mie pagine, quindi…

    @ Diemme: la storia che hai raccontato, ci fa vedere chiaramente quanto, in generale, siamo poco informati sui disabili e sui loro problemi e ovviamente i bambini, sono i primi a farne le spese. Come dice giustamente Balibar, bisogna essere coscienti dell’handicap per poterlo comprendere, ma non è da tutti poterlo fare. Da un paio d’anni a questa parte, noto che sempre più spesso si vedono adulti e ragazzi in carrozzina, sembra che anche il disabile abbia in qualche modo preso confidenza con la “normalità” e incomincia ad uscire sempre più spesso.

    A marina di Massa, hanno attrezzato un’ex colonia a centro per disabili, così passeggiando d’estate sulla spiaggia, capita di vederli sui loro lettini a prendere il sole e la sera, in gruppo, sempre con le loro carrozzine, “scorazzare” per le vie del centro. Vederli in giro fa riflettere, perché finalmente c’è la voglia, da parte loro, di mischiarsi, incuranti degli sguardi curiosi che alle volte la gente riserva loro.

    Nel campo naturista dove sono stato, c’erano anche dei disabili e viverci vicino, in quel contesto, è una grande lezione di vita.

    @ Sancla: non serve commentare, condividere dei pensieri è già una gran cosa.

    @ api: grazie per le parole che dici sempre e sapere che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, mi rende felice.

    @ Liviana: ciò che ti domandi, alle volte me lo domando anch’io e la risposta è sempre la stessa: speriamo che qualcuno ci pensi…

    @ Giovanna: guardando alle volte le madri che accudiscono i loro figli in carrozzina, ho l’impressione che anche loro si sentano in qualche modo fortunate, perchè l’amore che leggi nei loro occhi è così grande che sembra non cercare nient’altro. L’amore è la fortuna e tu sei fortunata perchè ami il tuo bambino.

    ps: x Rosamaria, Alanford, Balibar, Elle e Laura… pazientate, ci sentiamo più tardi… 😉

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  19. balibar

    Romaguido
    sembri avermi letto nel pensiero. Mentre ero fuori ripensavo ai commenti chiedendomi se avevo urtato la sensibilità di qualcuno. E ricordavo, fra me e me, i miei “maestri” e primo fra tutti il bravissimo Andrea Canevaro.

    Carismatico, attentissimo, positivo ma realista, anche una semplice chiaccherata diventava una lezione.

    Come ti ho detto sono ormai piuttosto disinformato e mi spiace che insieme a Ianes debba affrontare battaglie così dure.

    Ma il centro del nostro parlare non erano gli educatori, ma il benessere di chi è disabile.

    Io non sono genitore, quindi tanto meno so cosa vuol dire avere un figlio disabile anche se i rapporti con le mamme e i papà sono quasi sempre piuttosto stretti.
    A me, riferendomi all’handicap psichico, veniva richiesto di creare od aumentare le autonomie di base dei ragazzi (bè, alcuni anche adulti).
    Ho visto il loro benessere crescere nel sentirsi, nello svolgimento di alcune mansioni, sicuri anche senza la presenza del sostegno di altri.
    Certo non potevo pretendere che D. d’imparasse ad allacciarsi le scarpe, ma di chiedere un aiuto sì.
    F. invece con i lacci non ce la faceva, ma con le chiusure a strap e dell’impegno la cosa era fattibile.

    Esprimersi, stabilire dei codici comunicativi comuni.

    Vederli arrabbiati, offesi, delusi, contenti, capaci di chiedere era un successo. Per questo ho giudicato bello l’…eh… della bambina “di Arthur”.

    Ma la cosa veramente importante era il lavoro di equipe, primo fra tutti l’agire in accordo con le famiglie.
    Perché non tutti i genitori ce la fanno ad accettare la situazione, alcuni si chiudono in una possessività dolorosa, altri sistematicamente disfano quello che via via si costruisce. Anche loro devono riconquistare l’idea di una parte di vita “normale”.

    E qui mi fermo, sperando di aver fatto passare la sensazione che lavorare o vivere con i disabili non è scevro dal sentimento e, se non si è attenti, ci si può bruciare (burnout, appunto). E’ una poesia sghemba, strana, che non risparmia freddezze, antipatie, inc***ature, dolcezza e amore.
    Ma non è la “normalità” tutto questo?

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  20. Ed eccomi finalmente a voi…

    Innanzitutto, anch’io mi unisco ai complimenti di Alanford e Rosamaria perché, Balibar, si vede che conosci a fondo l’argomento che stiamo trattando ed oltre che consapevole, sei anche molto motivato.

    Contrariamente a voi, io invece non conosco molto il mondo dei disabili, ho una nipotina ormai ventisettenne che è down ed è di una tenerezza infinita. La bambina del mio racconto, la vedevo ogni mattina al mare, accompagnata dai suoi genitori e sulla spiaggia, il padre la teneva tra le braccia e le parlava spesso.

    Non so quale fosse la sua malattia, ma probabilmente, come Balibar ha giustamente intuito, lo scambio di amore era l’unico modo per interagire con lei e se da un lato la scena provocava tenerezza, dall’altro faceva pensare a quella dedizione senza limiti, a quel genitore la cui vita era praticamente dedicata a lei, a quanto amore e a quanta forza d’animo doveva esserci, altrimenti quel dono sarebbe diventato solo una condanna…

    E’ vero, tanti genitori non accettano, tanti genitori sperano nel miracolo, altri si rassegnano, ma tanti accettano e con coraggio lottano, come Lucia Frisone, per ottenere ciò che nella normalità è concesso senza riserve. (grazie Rosamaria per la segnalazione… )

    E forse è questo il punto, cosa è realmente la normalità? Cosa ci fa credere di essere normali rispetto ad altri, solo perché il nostro corpo non ha nessun handicap? Forse abbiamo paura della differenza, ma mi domando, non è forse un handicap la mancanza d’amore, l’egoismo, l’essere ciechi e sordi ai bisogni degli altri?

    Ho una cugina che da piccola ha avuto la poliomelite. E’ stata negli anni operata varie volte, ma il suo corpo è sempre rimasto deforme, ma non lo era la sua anima, la sua mente… Ricordo che venne una volta dalle mie parti per sottoporsi a delle cure e quando l’andavo a trovare, mi parlava della sua voglia di amore, della sua voglia di innamorarsi di un uomo ed essere amata a sua volta. Avrebbe voluto vivere da sola, lottava con tutte le sue forze per ottenere quella libertà che per necessità di cose in qualche modo le veniva negata e soffriva, lei che dentro si sentiva donna, ma nessun uomo riusciva a vederlo…

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  21. @ Elle: beh, se avessi scritto i tuoi pensieri, li avrei aggiunti ai miei, una frastornata in più non credo mi avrebbe fatto male… 😉

    Grazie!

    @ Laura: grazie anche a te per il link che ci hai proposto, è un bel sito che con calma mi riservo di visitare come si deve.
    Bella la storia di Silvia che Diemme ci ha segnalato, una ragazza down di venisei anni che deve dimostrare ad una commissione medica di avere la sindrome…

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  22. balibar

    Caro Arthur,
    allargo un po’ il tiro.
    Una parte delle mie radici è in un paese di montagna che, fino a non molto tempo fa, per molti mesi l’anno (quelli non turistici) viveva un po’ ripiegato su se stesso.
    E’ comune che fra gli abitanti ci fosse qualcuno con handicap (i matti del paese). Ma nessuno li teneva rinchiusi in casa (cosa che in altri posti accadeva), la gente li aveva visti nascere, crescere ed erano, a tutti gli effetti, parte di loro.
    Normalmente erano salutati, rimproverati, gli venivano fatti i complimenti o venivano presi in giro. Erano parte della comunità. Gli abitanti non sapevano il significato della parola integrazione. Le difficoltà della famiglia erano condivise da tutti.
    Ecco, per dirti una bella favola, che ha senso solo in una prospettiva ristretta e particolare, ché, allargandosi vede subentrare vergogna, discriminazione, difficoltà burocratiche.
    Veramente viene da pensare che i primi da educare siamo noi stessi, del nostro modo di considerare la vita e gli altri.
    D’altra parte non penso di dire niente di nuovo.

    @Alanford: scusa se non ho dato il giusto peso al tuo commento.

    Ps leggevo in un blog di qualcuno che si chiedeva perché veniva sempre avvicinato da persone con problemi e se ciò fosse possibile. Certo che sì, anche la disponibilità viene recepita, indipendentemente dalla professione (ripeto che sono anni che non opero più nel settore, però…)

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  23. @ Balibar: e già, i primi da educare siamo noi, ma come? L’episodio che raccontavo, cioè di quei disabili che in gruppo e in carrozzina andavano per le vie di Marina di Massa e abbastanza rappresentativo se lo si considera in quest’ottica. La loro presenza per le strade, nei locali è al tempo stesso educativa, perché ci abitua a considerare la diversità come una cosa normale, un po’ come in quel paesino che fa parte delle tue radici.

    Ancora una volta, è il loro coraggio a prevalere, e non la nostra buona volontà.

    @ Alanford: concordo in pieno con ciò che dici, anche la mercificazione dell’affetto alle volte fa parte di noi, ma solo perchè non siamo abituati a dare amore senza pretenderlo.

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  24. In effetti il problema di un disabile dovrebbe essere problema dell’intera comunità e forse, in quel momento e in quel contesto, cesserebbe persino di essere un problema, ma solo un aspetto della vita un po’ più impegnativo.

    Un problema collaterale, ma non per questo meno serio, alla presenza di un disabile in casa, è che la famiglia si ritrova isolata. E’ il solito fastidio di rapportarsi a ciò che non è lucido, scintillante e perfetto?

    Generalmente nelle classi, se c’è un disabile, magari lo si chiama “diversamente abile” perché fa più “politically correct”, però alle feste di classe non si invita.

    Io ho insegnato a mia figlia che se si fa una festa per tutta la classe, si invita tutta la classe. Non mi interessano argomentazioni del tipo “Ma tanto non ci viene”. Se non ci viene, è una sua scelta, MA LUI E’ INVITATO, esattamente come gli altri.

    Poi, se un genitore con meno complessi e più voglia di reagire alla vita lo porta, magari tenendoselo accanto, può essere per lui(lei) un’occasione di stringere amicizia con altri genitori, di rapportarsi a interlocutori adulti.

    Che poi, questi altri adulti, potrebbero vedere “come si fa” ad occuparsi del bambino, e non trovarlo terribile, Potrebbero alla fine dire alla madre “Se devi andare dal parrucchiere cara, non ti preoccupare, per un paio d’ore puoi lasciarlo a me”.

    Goccia a goccia si fa il mare. Diversamente asciutto.

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  25. “Mentre a Roma si chiacchiera, a Sagunto si muore”.
    Credo che giocare sulle parole sia un modo come un altro per allontanarsi dalla risoluzione del problema.
    Già arthur e balibar pongono l’interrogativo su che cosa possa essere definito, senza ombra di dubbio, “normale” e arthur, a riprova che certe cose possono trovare comprensione solo attraverso una giusta dose di sensibilità, dice:

    “E forse è questo il punto, cosa è realmente la normalità? Cosa ci fa credere di essere normali rispetto ad altri, solo perché il nostro corpo non ha nessun handicap? Forse abbiamo paura della differenza, ma mi domando, non è forse un handicap la mancanza d’amore, l’egoismo, l’essere ciechi e sordi ai bisogni degli altri?”

    .
    Bravo, arthur, pur non essendo un pedagogista o un professionista del sociale, tu fai rientrare il problema nei giusti binari. Ecco come giustifica, infatti, Dario Ianes, uno dei più accreditati esperti dell’integrazione (insieme ad Andrea Canevaro, come giustamente diceva Balibar), l’adozione della espressione “diversabilità”.

    Per quanto riguarda l’integrazione dei ragazzi con handicap, devo dire che gli adolescenti ci danno dei punti: più d’una volta li ho visti accettare con molta naturalezza il compagno meno fortunato, rivolgendoglisi con dolcezza, proteggendolo, ma anche pretendendo, al momento opportuno, il rispetto delle regole. E dicono bene i costruttivisti, il processo formativo non educa solo gli allievi, ma permette anche al docente di apprendere, a sua volta, dai destinatari dell’intervento educativo.

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  26. alanford50

    Ciao a tutti.

    Scusate se insisto, c’è un punto che mi affascina e sconvolge allo stesso tempo, mi riferisco alla figura dei genitori di questi ragazzi toccati dal destino.

    Mi riferisco alla loro capacità di donare amore in modo totalizzante ed assolutamente gratuito, ed è proprio quest’ultimo termine che mi sconvolge perché mettendomi in gioco in prima persona e paragonando l’amore viscerale che ho verso il mio unico figlio mi accorgo e mi rendo conto che comunque non è mai stato totalmente gratuito, non lo è mai stato fino in fondo, non lo è nella misura che nella realtà potrebbe essere, tutto ha una specie di prezzo tacito a volte nascosto, sempre una specie di io do se tu mi dai, credo che se anche a livello assolutamente involontario ed inconscio in fondo sia così per quasi tutti noi genitori, mentre mi sembra di capire che nei casi di cui abbiamo parlato tutto ciò non avvenga quasi mai, se non mai del tutto, anche nei casi dove il dolore la fa da padrone e domina i sentimenti, ebbene quella totale gratuità per certi versi l’invidio, in modo sano ovviamente, ma riconosco che per quanto amo ed ho amato in modo totalizzante, coscientemente ma anche razionalmente e visceralmente mio figlio non sono mai riuscito a farlo totalmente gratis, come ritengo dovrebbe essere per ogni figlio sano oppure no.

    Ciaooo neh!

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  27. balibar

    @Alanford
    Non essendo genitore ti posso rispondere solo come persona e lo faccio riportandoti una frase di mio padre, peraltro affettuoso e molto presente.

    Non ricordo esattamente il contesto però a me e a mia sorella, ormai grandicelli, disse:
    “…perché non pensate che io mi tolga il pane di bocca per voi. Siamo in quattro? Divideremo per quattro”. Crudo, eh.

    A prescindere che poi nella sua vita lo abbia fatto o meno, in quel momento ci ricordava di esistere anche lui come persona.

    Così come non penso che sia giusto annullarsi per un amore, o per seguire un ideale, mi spaventa un po’ l’idea di poter essere un genitore totalizzante.
    Che vive solo in funzione del figlio.
    In taluni casi questi può diventare il perno dell’universo familiare, ma non l’universo stesso.
    A meno che non rientri, ma non penso, nella categoria di quei genitori che chiedono ai figli d’incarnare i loro desideri giovanili, o in pratica di farsi solutori delle loro frustrazioni, come persona credo sia normale dare e chiedere, anche affettivamente.

    Io ricevevo appoggio dai miei genitori quando dimostravo di essere in grado di procedere da solo.

    Così nell’ambito dell’handicap un centro diurno serve a far crescere le competenze del disabile, ma riporta anche un certo equilibrio nell’ambito familiare (dovrebbe).

    @Romaguido: grazie mille.

    @Diemme: è una strada lunga ma, se pensi che fino a qualche decennio fa, “certi figli” venivano tenuti nascosti in casa, passi avanti ne sono stati fatti.

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  28. Quello che dici, Balibar, è vero, ma solo se parliamo di malattie gestibili, che in qualche modo possono far vivere l’handicap non soltanto come una menomazione, ma in quei casi in cui, come la bambina del mio racconto, è una vita che “vive”, come non può non esserci da parte dei genitori un amore totalizzante? Lo so che anche soltanto concepirla, la cosa può far paura, come dice Alanfornd, ma che alternative ci sono?
    Non è la prima volta che ho l’impressione di vedere questo tipo di amore, in un padre che coccola il suo bimbo inerme, o di una madre e tante volte mi sono domandato cosa farei al loro posto, ma è una domanda retorica, perché bisogna viverle le cose per poterle capire veramente.

    In ogni caso, totalizzante o meno, è un amore che fa riflettere, e comunque, io c’ho letto anche gioia, serenità, mi sarò sbagliato?

    In tutta questa discussione, mi piacerebbe sentire il parere di chi le vive sulla sua pelle queste storie, e quindi spero che qualcuno mi legga.
    Visitate anche il blog di Anita Pallara e appena lo trovo, vi metto il link di una madre che di figli disabili ne ha ben due…

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  29. balibar

    Arthur,
    diventa difficile definire i termini. Non penso che ti sia sbagliato sui sentimenti di quel papà.

    Io vorrei che la mamma di quella bambina avesse il tempo di andare dalla parrucchiera e di sentirsi bella. Che il padre potesse andare una domenica pomeriggio allo stadio.
    Che trovassero sempre motivo di amore fra di loro indipendentemente dal figlio.
    Questo perché a mio parere farebbe bene a loro ed al figlio.
    Per questo mi spaventano i genitori che un giorno ti diranno “ho sacrificato tutta la vita per lei” e occorrerebbe che la comunità, a partire da noi stessi, come dice Diemme, sia partecipe.

    Non voglio raccontare favole, personalmente cerco di stare attento a non creare piccole discriminazioni, ad esempio sul lavoro. Possiamo partire da ciò che ci circonda.

    Ps Sempre da non-padre: il figlio, e questo è per me sempre valido, si nutre dell’amore dei genitori, ma può nutrirsi anche dell’amore di altri. I genitori devono nutrirsi anche loro di amore, e male non sarebbe che questo venisse non solo dal loro stare insieme e dai figli.

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  30. Carissimi,

    avevo postato un lungo commento ma è andato perso. In quel commento narravo la storia di un padre con due figli disabili, del suo coraggio e della sua capacità di essere vicino ai figli senza rinunciare a una vita normale, per sé e per loro.

    Bene che si sia cancellato, visto che in fondo raccontavo, anche se in forma assolutamente anonima, fatti personali, emozioni private.

    Quello che voglio dire però è che questi due figli sono oggi entrambi laureati, lavorano con soddisfazione e sono circondati da amici che li amano: ogni tanto il lieto fine esiste anche nella realtà.

    Aggiungo un grazie a Balibar per le sue testimonianze e per averci ricordato i centri diurni (credo però sempre in numero insufficiente, o sbaglio?), che permettono al figlio di vivere in famiglia e alla famiglia di vivere, concedendo spazi per un intervento educativo e riabilitativo mirato senza ricorrere all’istituzionalizzazione.

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  31. balibar

    Arthur,
    giusto una cosa, che poi non sono abituato a discussioni così lunghe e finisce che mi sembra di esagerare.

    Io non conosco quale fosse la situazione al mare, però se la trovavi per te arricchente, magari avresti potuto avvicinarti e fare due chiacchere con i genitori, chiedere il nome della bambina. Senza paura di cadere nel buonismo, per mutua conoscenza. Siamo esseri umani e sulla stessa barca.

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  32. silvia

    Il marito di una mia amica ha avuto un incidente ed è rimasto sulla sedia a rotelle, dopo essere stato per quasi un anno in coma. Capisce, ma non del tutto. La sua vita è cambiata completamente, i suoi ritmi, il suo tempo libero, le sue vacanze, non dico che vive in funzione del marito ma quasi, anche se riesce lo stesso a ritagliarsi degli spazi, perché a detta sua, se non li avesse, sarebbe la disperazione.

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  33. Una cosa vorrei aggiungere a proposito di buonismo: ‘sta storia di “Che cos’è la normalità” mi pare un virtuosismo sofistico, che non mi trova per niente d’accordo.

    Qui non stiamo parlando se sia normale o meno essere bianchi o neri, cristiani o musulmani, qui stiamo parlando di paraplegici, tetraplegici, persone con ritardi mentali gravi che impediscono loro l’autonomia e persino lo scambio comunicativo, che va dal difficoltoso al pressoché impossibile.

    Come giustamente fece notare Balibar in un commento successivo al mio primo, con la bambina di cui racconto l’intervento educativo di un certo tipo era possibile, ma non è sempre così.

    Allora, chiamiamo il problema col proprio nome, e poi affrontiamolo. E’ chiaro che i tipi di disabilità sono diversi, è chiaro che ci sono casi in cui non c’è impedimento a una vita “normale”, intendendo per normale una vita autonoma e con possibilità di regolare partecipazione alla vita lavorativa e sociale, ma non è sempre domenica.

    Io conosco una vedova con un figlio con grave ritardo mentale: non è “diversabile”, è disabile.

    Poi, chiaramente, ci sono coloro che, a fronte di un handicap, hanno delle eccezionali doti in altri settori, altri in cui è proprio la disabilità a favorire lo sviluppo di altre abilità, e anche a dotare queste persone di una tenacia e una volonta straordinarie.

    Ma, questo, è un altro film. Forse.

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  34. @Silvia: io credo che viviamo sempre in funzione di qualcos’altro, siano i figli, i genitori anziani, un certo tipo di lavoro. Quando l’integrità psicofisica di un coniuge viene meno, il problema forse non sta tanto nell’assisterlo, quanto nel venir meno di un punto di riferimento: voglio dire, non abbiamo solo un impegno in più, come potrebbe essere con un figlio o un genitore, ma anche un aiuto in meno, e spesso è questo che spiazza.

    Fa bene la tua amica a ritagliarsi i suoi spazi: quando io dicevo che tutta la comunità dovrebbe prendersi carico di una persona in difficoltà intendevo anche questo, concedere all’assistente “d’elezione” la possibilità di ricarica, senza la quale non potrebbe farcela.

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  35. @ diemme
    Portando avanti la loro proposta sul termine “diversabilità” e ponendosi il problema delle eventuali implicazioni sociali ed emotive legate alla nuova definizione, Ianes e Canevaro si rivolsero ad una persona autorevole:
    “Una persona diversabile che ha lottato molto, in questi anni, per ridurre l’handicap anche attraverso una maggiore conoscenza diffusa nelle persone è Claudio Imprudente. A lui ho espresso il timore che la crescente attenzione alla proposta di chiamare questo anno europeo “Anno della diversabilità” possa nascondere un po’ di condiscendenza, di buonismo, forse addirittura di pietismo riverniciato. Ecco la sua risposta:

    Certamente! Il buonismo e il pietismo sono atteggiamenti di approccio ad una realtà che non si conosce: solo la conoscenza può abbattere queste barriere interiori. L’anno europeo delle persone con disabilità sarà un anno informativo che darà grande visibilità al settore. Sarà importante sfruttare l’occasione per cambiare biglietto da visita. Un nuovo biglietto da visita. Il termine disabile è un biglietto da visita che parte già male. È come se uno bussasse alla porta e vi dicesse: “Buongiorno: sono una persona non-abile”. Il biglietto da visita deve cambiare: bisogna sottolineare le abilità e non le disabilità” (Imprudente in Canevaro e Ianes, 2003).

    Qui, a riprova di quanto diceva arthur, la testimonianza di una madre ,riportata dallo stesso Claudio Imprudente.
    P.S. Il primo link su Claudio riguarda un video, presente su Facebook, tratto da un servizio che Rai 3 ha dedicato qualche mese fa a questo coraggioso, ironico, geniale scrittore tetraplegico, che viaggia in continuazione, incontrando studenti e autorità per sensibilizzarli al problema dell’handicap.
    Claudio non ha l’uso degli arti, nè quello della parola, è invalido al 110%, ma è riuscito a scrivere libri che vanno a ruba usando una tavoletta trasparente (il video linkato mostra come riesca a farlo; chi non vuole registrarsi su facebook può trovare su you tube altri video che lo riguardano).

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  36. Beh, credo che l’ultimo intervento di Rosamaria, anche con le parole di Claudio Imprudente, chiarisca molte cose di quanto abbiamo detto, e su queste parole (“Il biglietto da visita deve cambiare: bisogna sottolineare le abilità e non le disabilità”), ci rifletterei un po’…

    @ Balibar: già, come hai potuto non pensarci? 🙂

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  37. Il puntare sui punti di forza e non sulle carenze è un metodo che si applica sempre quando si vuole avere un approccio costruttivo: questo rende diversa la soluzione, non il problema.

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  38. parole che ci fan capire quale grande fortuna abbiamo nella vita
    sperare che possano avercela tutti è il minimo
    la cosa che mi lascia senza parole, davanti a queste belle persone, è il capire quanto sono felici e amano la vita
    questa è la vera scuola che insegna…

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  39. Massimo Lorusso (Webmaster, giornalista free-lance, scrittore, volontario, creatore di spot publicitari, consulente informatico, art director, Presidente RSD Sorriso ONLUS, ecc… ecc…) ha 38 anni; era un valente nuotatore quando, poco più che adolescente, un tuffo sbagliato lo paralizzò costringendolo su una carrozzina.
    Ma non si è dato per vinto: svolge una serie di attività molto interessanti, tra cui un volontariato attivo, attraverso cui cerca di ridare il sorriso e la speranza a disabili e non.
    Su Facebook partecipa attivamente con note interessantissime, video delicati, discussioni improntate all’azione fattiva, concreta, positiva, che non concede alcuno spazio alla commiserazione, alla malinconia fine a se stessa, agli inutili piagnistei.
    Da qualche tempo ha fondati la RSD Sorriso ONLUS, che ha come scopo la costruzione di una residenza per disabili finalmente a misura d’uomo. Per questo organizza incontri ed eventi di spettacolo, il cui ricavato viene destinato agli scopi della fondazione.
    Il prossimo evento si terrà domenica 20 settembre 2009, dalle 16.00 alle 19.00, presso il Grand’Hotel dei Cesari, Via Mantova, 3, Anzio (Roma).

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  40. Grazie Rosamaria, sei una fonte inesauribile di notizie.

    Come ho già detto, sono abbastanza digiuno sull’argomento, se non per fatti di vita vissuta, la mia nipotina down, un amico che ha due figli schizofrenici… e quindi tutta questa discussione mi ha aperto le porte di un mondo che sarebbe meglio conoscere più da vicino, e come dice Balibar, perché siamo esseri umani e sulla stessa barca.

    Quindi, giusto per non fare a meno dei convenevoli, un grazie oltre che a te, anche a Diemme e a Balibar, visto che siete le persone che hanno affrontato con competenza e serietà l’argomento.

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  41. @ Irish: più che le mie parole, sono i fatti che ci fanno capire la fortuna che abbiamo…

    Qualche anno fa, ho visto un film con Giancarlo Giannini “Ti voglio bene Eugenio”; è la storia di un ragazzo Down, di una donna sua amica, di intrecci persino banali, ma che alla fine lo rendono protagonista assoluto.
    Guardandolo, ripensavo alla mia tenera nipotina, a cosa sarà della sua vita e cosa avrà veramente perso nel non viverla normalmente.

    Fortuna, da un lato, come dice il protagonista del film, sfortuna dall’altro, per essere così diversi? Ma poi, è un bene essere normali?
    In fondo, anche da “diversi” si soffre e ci si dispera, ma basta un non nulla, magari l’idea di un bel gelato e tutto torna come prima… 😉

    Ciao Irish e ben tornata.

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  42. Ricevo da Rosamaria questa richiesta che Massimo Lorusso fa a chiunque voglia partecipare alla sua causa con la sua collaborazione ed io ve la giro con enorme piacere, riservandomi di offrire, appena chiariti i dettagli, anche la mia collaborazione.

    Ciao!
    Come ben sai, la “RSD Sorriso ONLUS” si propone di puntare solo ed esclusivamente alle cure mirate, alle esigenze della persona, alla dignità, libertà e gioia dell’assistito, dando loro la possibilità di sentirsi e diventare socialmente utili: sarà la prima in Italia, in assoluto, ad avere solo camere singole per dare amore e rispetto singolarmente, assicurandone la privacy. Il “disabile” dovrà sentirsi “liberabile” nel pieno rispetto della dignità.
    La tua creatività, novità e il tuo estro può essere fondamentale per far crescere questo progetto. In che modo puoi fare questo?
    Con un disegno, un collage, un video, un dipinto, una poesia, uno spot con la tua volce, un manifesto, tutto questo legato allo scopo della RSD Sorriso ONLUS.
    Se, ad esempio, decidi di creare un video con foto che descrivono la disabilità e il nostro progetto, non dimenticarti di inserire il logo RSD Sorriso ONLUS che trovi nel gruppo. Oppure un manifesto, con immagini suggestive. Tutto materiale virtuale, digitale, che inserirai nella tua bacheca e con il tag al sottoscritto. Se no come so che c’è?
    Ho creato video e anche spot con la mia voce. E’ un’idea. Anche tu puoi farlo. Oppure potresti scrivere un articolo. Usa la tua creatività, il tuo estro e fai spuntare la novità. I you ready?
    Grazie per la tua spontanea collaborazione!!!
    Un abbraccio sincero,
    Massimo Lorusso
    Presidente RSD Sorriso ONLUS

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  43. sai Arthur credo che noi tutti siamo un pò normali e un pò diversi
    non mi piace considerare diverse quelle persone che sono portatrici di un handicap, un errore purtroppo spesso inevitabile quello dei geni
    tra le mie letture, (avevo capito che anche a te piace interessarti a tutto), mi è capitato spesso di leggere che queste disfunzioni sono dovute ad un errore di concentrazione della nostra energia
    le persone down hanno molta più energia a livello del cuore, riconoscono l’amore sotto un’espressione diversa dalla nostra, sanno amare senza condizioni
    hanno capacità a livello creativo superiore a molte persone, chiamiamole, normali
    ma la normalità, secondo te, come va interpretata?
    com’è?
    come deve essere un individuo per rientrare nella categoria dei “normali”?
    perchè il semplice contatto con una persona down, o portatrice di un handicap, ti trasmette positività
    mentre con certe persone, facenti parte della categoria del normale, trasmettono molta negatività?
    ok
    buon week 😀
    mare…mare…mare… ti copio!!

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  44. Sì, anche a me, Irish, piace interessarmi di tutto, ma a ciò che hai detto, ti rispondo soltanto raccontandoti una storiella, che credo spieghi in qualche modo quale è la mia idea della normalità.

    Come ho già detto, ho una nipotina down, è tenera, parla a bassa voce e quando io alle volte la prendo in giro, lei sorridendomi, con quel suo sorriso timido, mi risponde: “ma dai… “

    Al matrimonio di un’altra mia nipote, quest’inverno, ad un certo punto, visto che a lei piace cantare (è stonatissima…) ed anche ballare, mentre l’orchestra suonava un bel valzer, sono andato a prenderla e abbiamo incominciato a ballare. Lei era felicissima, praticamente volava tra le mie braccia e rideva felice, ma in un modo che mi faceva capire con quanta anima e corpo si stesse dedicando a quel ballo. Poi, siccome io per natura sono anche un po’ burlone, mentre la musica stava per finire, sempre ballando l’ho accompagnata al suo tavolo e proprio all’ultima nota suonata, l’ho presa in braccio e l’ho fatta sedere nella sua sedia. E’ scoppiata a ridere, mi ha teso le braccia al collo e mi ha stretto forte forte. Ecco, cosa è per me la normalità, gioire delle cose semplici e lei l’aveva fatto e in quel momento, eravamo felici in due.

    Poi, per il resto, non saprei, come dice Spaziocorrente, la diversità è dentro di noi, non fuori e di questo sono fermamente convinto.
    Buon week anche a te, io purtroppo, ormai, solo lago, lago, lago… 😆

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  45. Probabilmente, Irish, la risposta sta nelle parole di balibar:
    “leggevo in un blog di qualcuno che si chiedeva perché veniva sempre avvicinato da persone con problemi e se ciò fosse possibile. Certo che sì, anche la disponibilità viene recepita, indipendentemente dalla professione.”.
    Tu dic che i down hanno molta più energia a livello del cuore e questa energia crea un flusso d’amore (in questo caso amore puro, senza sovrastrutture, infingimenti, giudizi – e pregiudizi, interessi più o meno materiali), che non tutti riescono a recepire: bisogna esservi predisposti, bisogna aver ricevuto molto amore, sopratutto da piccoli, o almeno essere stati capaci di elaborare tutti gli episodi in cui quel flusso d’amore ci è stato negato, si è interrotto, lasciando ferite talvolta difficili da rimarginare.
    E’ così, arthur?
    Bentornata, irish!

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  46. bel post che mette luce su una situazione che non sempre viene messa in risalto ma che è realtà…
    belle le tue parole, parole che fanno male ma che fanno riflettere…
    p.s. non mi trovi più a pensieriliberiincrisi, ma a questo nuovo indirizzo
    a presto

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  47. Carissimo Arthur,

    tante sono le emozioni, le sensazioni, i colori, i profumi che porto nel cuore, regalo del mio ultimo viaggio.

    Domenica pomeriggio, nella zona del Porto a Palermo. Seduta al tavalo dove stavo pranzando ho notato una coppia bellissima. Erano biondi e alti, dal fisico sportivo, ed elegantemente vestiti. Che bellissima coppia, ho pensato. I loro volti sorridenti e felici. Poi, ho notato un passeggino molto grande, e mi sono detta: che strano, è un mix tra un passeggino ed una carrozzella. Li guardavo ammirata, dolci, mano nella mano. Si sono recati verso il bancone della gelateria. Era necessario scendere qualche gradino. Prima è sceso lui e lei è rimasta sorridente vicino al passeggino, poi lei. Che bellissima famiglia, dicevo fra me.

    Ho ripreso il mio pranzo. Quando mi sono alzata per andare via, un brivido mi ha attravversato il corpo. La pelle mi si è increspata. Per un attimo il battito mi si è fermato. Ero sconvolta per ciò che avevo visto. Mi sono chiesta perchè Dio permette tanta sofferenza, da credente e praticante. Il mio cuore piangeva.

    Il piccolo, era seduto sulle ginocchia della mamma e il papà teneva la coppetta gelato e il piccolo lo prendeva con il cucchiaino. Capelli bianchi, pelle color latte, il corpicino come quello di un bimbo di sei mesi, ma non era piccolo. Aveva il faccino come un vecchietto e le manine con la pelle increspata. I suoi genitori erano il ritratto della felicità. La luce brillava sui loro occhi. Loro, il loro piccolo, e tanta energia positiva.

    Mi sono sentita il nulla per essere triste per quello che nel mondo può succedere. La famiglia più bella che avessi mai visto in vita mia.

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  48. Mia cara Stellina, capisco cosa vuoi dire, perchè la stessa emozione l’ho provata io questa estate con la bambina del mio racconto.

    Sono tante le famiglie che soffrono, ma anche tante quelle che vivono queste “sventure” affrontandole con l’amore, con il sorriso, perchè, come è stato già detto in questa discussione, normalità non è soltanto un fatto esteriore, è molto di più.

    Sono tante le domande che mi sono posto ripensando a queste cose, e probabilmente tante continuerò a farmele, ma di una cosa sono certo, che se si esce un attimino dal nostro piccolo mondo, ci si accorge che tanta realtà che non ci appartiene, dovrebbe invece far parte di noi, una volta tanto, nella nostra coscienza e non solo.

    Bentornata Monica!

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  49. @Stella: “perchè Dio permette tanta sofferenza”… E’ una domanda che ci facciamo sempre, in tante occasioni. C’è una signora che dichiara di essere diventata atea dopo il crollo della scuola di San Giuliano.

    O forse siamo noi che pretendiamo di conoscere una realtà di cui probabilmente non conosciamo che una minima parte, e allora tutto questo ci dovrebbe indurre a vedere gli altri e le altre realtà con un altro cuore, un’altra mente, aprire il famoso terzo occhio. Non è facile.

    Chissà se questo nostro viaggio è solo una piccola parentesi di un percorso più lungo. Chissà se verrà un giorno in cui capiremo il senso delle cose.

    A me più che la disabilità, che non dipende da noi e con la quale poi, alla fine, si riesce a convivere e sovente anche con risultati eccellenti, fa effetto la violenza. Forse è più fortunato un bambino disabile che uno di strada.

    Ma, se mi metto a parlare della violenza, esco dal seminato. O forse no: “Signore, perché permetti tanta violenza su anime innocenti? Perché esistono bambini che vorrebbero non essere mai nati?”

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  50. @ Diemme: le domande che ti poni, sono sacrosante, ma la più vera tra tutte è che forse dovremo avere il coraggio non solo di guardarle certe realtà, ma anche di conoscerle, perchè quello che può essere fatto, magari in silenzio, non è mai abbastanza.

    E sulla violenza, beh, un altro capitolo parecchio doloroso, che abbiamo affrontato parecchie volte…

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  51. Quello che può essere fatto può essere fatto per tutti. Ognuno ha una propria disabilità, un impedimento, un complesso paralizzante.

    Mi lascia sempre di stucco come le persone soffrano per cose cui noi non pensiamo. Penso alla solitudine delle persone anziane, ma anche di quelle giovani che, per timidezza o altro, non riescono ad avere una vita sociale (sentimentale poi non ne parliamo).

    Mi ricordo una persona, sana e libera, ricoverata in ospedale con un forte esaurimento nervoso, che venne presa per un braccio da un medico e portata negli altri reparti, dove c’erano i malati “veri” che lottavano per vivere. Si rivoltò a lui con disprezzo, dicendogli “Questi stanno male. Questi hanno diritto a lamentarsi: e non si lamentano, stanno qui a lottare per vivere!”

    Io credo che la disabilità sociale sia forse la peggiore.

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