Senza titolo!

                    Ventotto persone tra cui ventidue bambini, hanno perso la vita in un incidente stradale avvenuto in un tunnel a Sierre, nel cantone Vallese. E’ la notizia che fa bella mostra di sé nelle prime pagine dei giornali oggi.

Notizia agghiacciante che lascia senz’altro senza parole, ma non è di questo che voglio parlare.

Ormai le notizie corrono in un modo sorprendente, con una tecnologia sempre più sofisticata; a volte pochi minuti dopo che è avvenuta una tragedia, ne siamo a conoscenza. E’ da un lato sintomo che non esistono più barriere o confini, che l’esistenza stessa dell’uomo è sempre più scandita da un orologio che gira per tutti nella stessa e identica maniera, che sia giorno o notte, che sia estate o inverno, che ci sia guerra o pace, che ci sia ricchezza o povertà.

                    E i media, in nome della notizia a tutti i costi, non si tirano di certo indietro, foto e filmati altrettanto cruenti che si soffermano anche sui particolari più insignificanti: il bottone di una giacca sporco di sangue, per una bomba fatta scoppiare in un supermercato.

Non la si può ignorare la realtà per quanto crudele essa sia, è vero, come non si può ignorare l’insana curiosità che porta ognuno di noi a rallentare se in autostrada c’è stato un incidente.

Ecco, son queste le cose che non capisco; se scorro i giornali e leggo una “brutta” notizia, qual è il valore aggiunto che, dopo il racconto per sommi capi o persino particolareggiato, mi viene dato da tutta una serie di fotografie e filmati visti da ogni angolazione, fatti con una cura a dir poco maniacale?

Qualcuno dice che la violenza si cura parlando di violenza, come dire che smetto di fumare se sul pacchetto c’è scritto che il fumo uccide. Può darsi, non ci credo tanto ma, può anche darsi che questo uso sconsiderato a parer mio che si fa dell’informazione, porti a quella cosiddetta assuefazione che dopo un po’ ci fa dire: beh, è successo, per fortuna io non c’ero.

E’ vedendo braccia e gambe squarciate che ho coscienza di una guerra lontana mille miglia che in apparenza non mi appartiene, se non per il fatto che non sono solo macchine a saltare per aria e, ahimè, di un futuro comune?

                     No, non lo credo proprio.

La nostra coscienza ha bisogno di alibi per la sua sopravvivenza, come dire che apro il giornale, rallento un attimo, guardo le notizie, sangue e arena a più non posso e poi, torno come prima, un vago ricordo senza neanche nessuna emozione.

No, oggi leggendo di quei 28 morti, di quei  22 bambini, qualcosa dentro di me si è smosso; le fotografie, i filmati non li ho neppure guardati.

                    Rabbia, tanta rabbia, per un destino che alle volte se la prende con i più deboli.

Banalità, dirà qualcuno, ingenuità, dirà qualcun altro, ma è quel che penso.

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24 pensieri su “Senza titolo!

  1. E’ un discorso lungo, davvero, e le sfaccettature sono tante. L’assuefazione c’è anche alla notizia non corredata di foto, purtroppo la globalizzazione e la velocità con cui viaggiano le notizie significa anche questo, sentirne troppe, continuamente, e non potercisi soffermare, dovere staccare la spina per forza, per sopravvivenza. Ma le immagini, le immagini ti assicuro che dicono più di mille parole, e rendono più difficile il far finta di non sapere, il far finta che certe cose non esistano. Non vederle, rende le vittime un po’ meno vittime, un po’ più ignorabili e trascurabili, e tutti noi un po’ meno colpevoli, un po’ più autorizzati a non agire laddove invece da agire c’è.

    Per contro, a volte si sconsiglia di far vedere immagini, per esempio ai bambini, perché l’impatto emotivo è minore quando l’evento è filtrato dalla parola.

    E qui mi fermo, perché entrerei in argomenti che potrebbero ferire molti lettori.

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  2. c è ben poco altro da aggiungere, anche perché a dirti “hai ragione la penso come te” non ti do certo soddisfazione in questo momento.
    e allora leggo e ti ringrazio. perché lo pensavo ma non mi riusciva di scriverlo, l hai fatto tu per me.

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  3. Io ho sempre pensato che il corredare i servizi televisivi o gli articoli dei giornali con immagini molto cruente non sia fatto solo per dare ogni minimo particolare della notizia, ma perché la curiosità di molta gente è diventata troppo morbosa e di conseguenza sanno benissimo che in questa maniera gli ascolti salgono, come salgono le vendite dei giornali. E’ di pochi giorni fa la notizia del video che mostrava le torture subite da donne e bambini e che alcuni telegiornali si sono rifiutati di mandare in onda, però prima o poi, anzi sicuramente prima che poi, da qualche parte saranno fatte vedere, saranno in internet, saranno pubblicati fotogrammi sui giornali. La morbosità della gente si vede anche da come corrono sui luoghi delle disgrazie a fare fotografie, come se fosse un luogo di svago e non di una tragedia. A che serve andare a fotografare la casa dove è stato ucciso un bimbo innocente, violentata e uccisa una studentessa, sepolta in un pozzo una ragazzina, a che serve fare foto??????? Cosa se ne fanno, le riguardano e le fanno vedere ad amici e parenti per poi dire: io ci sono stato??
    Le immagini colpiscono certamente di più delle parole quando si tratta di tragedie, soprattutto se si tratta di guerre, di ingiustizie, di manifestazioni, ma c’è pur sempre un limite a tutto, per come la penso io. Anche senza vedere un bottone o uno zainetto insanguinato, ma vedendo come era ridotto il pullman dell’incidente in Svizzera si capisce immediatamente il perché di tante piccole vittime….
    Giustissima l’informazione, giustissimo essere veloci nel dare queste informazioni, ma se ci si fa caso, lo fanno solamente quando ci sono servizi fotografici o filmati che colpiscono fortemente, altrimenti le notizie cessano subito perché non fanno più audience. Un esempio?? facile… i 9 italiani ancora nelle mani dei rapitori all’estero. Di loro, visto che non ci sono immagini o filmati non ne parlano praticamente mai, lo hanno fatto in questi giorni unicamente perché era arrivata la notizia (purtroppo falsa) della liberazione di Rossella Urru e poi purtroppo quella della morte di Franco Lamolinara, dove si sono sprecate le ripetizioni del filmato nel quale si vedeva il sangue schizzato ovunque…. e tra poco calerà nuovamente il silenzio….

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  4. Laura

    E’ vero Diemme, le immagini dicono più di mille parole, ma la vera informazione passa per altre cose, secondo me. Quanti di noi sanno di Afghanistan, Libano, Iran Iraq e così via?

    Però ho ancora negli occhi le immagini di certi attentati.

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  5. Antonio

    Anche a me ha colpito molto la morte di questi bambini, ho una nipote di 16 anni e al pensiero che possa succederle qualcosa mi vengono i brividi. Le immagini del pullman erano tremende, non le ho guardate perché ero curioso, ma perché pur piccole, erano lì da vedere.

    Il giornalista fa il suo mestiere e come dice Patrizia, più notizie vogliono dire più vendita. E’ una legge alla quale non ci si può sottrarre, però c’e sempre la possibilità di non guardarle certe fotografie, se non si hanno delle curiosità morbose.

    Capisco la tua rabbia e per certi versi, la provo anch’io.

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  6. carla

    Il diritto di cronaca che smarrisce il senso del pudore sfocia nello sciacallaggio mediatico:
    occorre saper fare un passo indietro in termini di audience e restituire al dolore il rispetto,
    la partecipazione, il silenzio.
    La rabbia, lo sgomento e l’impotenza sono i soli che possono fare rumore.

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  7. Luisa G.

    Io sono stata contenta di non vedere le immagini di persone sgozzate, non le avrei rette. Però anche se io non le ho viste le cose sono successe lo stesso e a volte un’immagine “forte” rimane talmente impressa che ci costringe volenti o nolenti a rifletterci su. Non mi piace la volontà di certi giornalisti di speculare sul dolore altrui. Mi secca la ricerca della lacrima in chi è scolvolto dal dolore con zoomate sempre più potenti, mi seccano le domande sceme proprio in quei momenti( ma io mi sottrarrei anche alle interviste a dirla proprio tutta). Possibile che non si riesca a fare di meglio? A me che sono a casa al calduccio e al sicuro cosa mi dà vedere scene simili? niente. Dopo una serie di interviste di questa qualità cambio canale, e si ottieme l’effetto opposto a quello voluto. L’informazione seria è un’altra cosa.

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  8. Immagini o non immagini, oggi mi sento male, perché non ce la faccio a vivere in un mondo in cui muoiono i bambini (e vi assicuro che non ho visto neanche un’immagine).

    Penso a quei genitori, e sono straziata dal quel dolore, che solo a pensarlo è insopportabile.

    Mia suocera dichiara di essere diventata atea dopo il crollo della scuola a San Giuliano di Puglia.

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  9. @ Diemme: indubbiamente hai ragione, le immagini vogliono dir tanto, ma ciò che contesto, ma come sai in effetti è un vecchio discorso che ho sempre fatto, è l’utilizzo che se ne fa di queste immagini. Che poi la loro visione dia più consapevolezza, è vero anche questo, ma che tristezza, lasciamelo dire, se l’immagine diventa il fitro attraverso cui la notizia diventa più reale.

    E’ brutto un mondo dove bimbi muoiono per nulla, ma è brutto il mondo in genere, perché tra le tragedie paradossalmente questa è la meno tragica, se la morte di questi bimbi avviene per mano di gente senza scrupoli e solo per i loro interessi personali. E’ la violenza che fa sentire ancora più male, in qualsiasi modo avvenga.

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  10. @ Patrizia: e già, ormai dietro qualunque cosa c’è sempre il business, i giornali devono vendere, il giornalista deve poter essere competitivo e la gente ha necessità di soddisfare la sua curiosità morbosa. Mi viene in mente a questo proposito una cosa. Un paio di sabato fa, nel pomeriggio non avevo voglia di far nulla, ho spento il pc e mi sono messo comodamente sul divano a guardare la televisione. Sono capitato sull’Isola dei Famosi, quella trasmissione che credevo per decenza avessero già tolto e invece…

    C’erano i famosi, quelli veri, quelli che non si sa bene per quale motivo dovessero essere considerati tali. Per più di un’oretta, ho assistito ad uno spettacolo a dir poco indecente, litigavano, s’insultavano, insomma, pur consapevoli che fosssero ripresi dalle telecamere, mostravano la loro parte peggiore. Senza contare che le immagini di loro che mangiavano con ingordigia con le mani un pranzo che la produzione offriva loro solo per pochi minuti, era stomachevole, non tanto per il modo, quanto per il messaggio che veniva lasciato.

    E’ questo che vuole la gente? La gente per sentirsi meglio con se stessa ha bisogno di “godere” della cattiveria, della miseria, della tragedia degli altri? Se è così, preferisco tornare ai tempi di quando la sera si stava riuniti in famiglia davanti al fuoco di un braciere, di un caminetto e si raccontavano storie di vita, le proprie, che con gli altri avevano poco a che fare.

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  11. @ Carla: Hai mai visto il film Dogville di Lars von Trie?

    Io l’ho visto credo quattro o forse cinque anni fa , appena uscito, dopo aver visto al cinema il bellissimo, a mio parere, DANCING IN THE DARK, sempre di Von Trier.
    Premetto che l’idea di trasformare un set cinematografico in un grande teatro di posa, niente case, niente giardini, niente strade ma, solo dei segni per terra, qualche sedia, qualche tavolo, mi ha affascinato non poco, tanto che la mia attenzione, che ultimamente è un po’ altalenante, non si è neanche per un attimo distolta dalla storia.
    Che idea!!!
    Geniale oserei dire e, per il modo come è stata formulata potrei concordare per definirlo un film estremamente sperimentale.
    Ebbene, ciò che ho visto è soltanto la rappresentazione esasperata della solitudine. Tutto nel film inneggiava alla solitudine. Il nero della scenografia, i segni bianchi che delimitavano le case. E idea di solitudine erano le case che non c’erano, ma che s’immaginava ci fossero.

    E poi c’è Grace, Nicole Kidman, che per fuggire da ciò che non accetta trasforma l’odio in carità,
    per trovare un posto in quel luogo, ma soprattutto dentro di sé.

    Si attacca disperatamente alla pietà, per trovare ragione a se stessa, poi capisce che la carità non le concede uno spazio abitabile e che in fondo quella gente è peggiore di suo padre gangster, la cui cattiveria è forse meno ipocrita e meschina.

    Città come Dogville c’è ne sono tante e forse un po’ tutti le conosciamo. Bellissimo il finale: l’unico a salvarsi è il cane…

    Cosa c’entra, dirai? C’entra, perché anziché “fare un passo indietro in termini di audience e restituire al dolore il rispetto, la partecipazione, il silenzio, “ si preferisce alimentare la curiosità morbosa della gente, che così soddisfa il suo bisogno di solitudine.

    ps: forse un po’ azzardata come ipotesi, ma se ci pensi, ci sta tutta. 😉

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  12. @ Laura: ed è proprio questo il vero dramma, non riuscire a cancellare quelle immagini, che da un lato vuol dire coscieza e dall’altro, boh, non saprei se devo essere sincero.

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  13. @ Luisa: i programmi televisivi, purtroppo, sono pieni di storie lacrimevoli a tutti i costi, senza contare che alcuni con interviste e quant’altro, fanno a gara a scavare nel marcio per rappresentare chissà cosa poi.

    Non li guardo e se mi capita di trovarne qualcuno nella mia cliccata serale, passo oltre. Ti sembrarà assurdo, ma ritengo ancora più grave un programma come questi piuttosto che l’immagine di un bottone insanguinato, ma solo perché si specula in maniera più infida sul dolore degli altri.

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  14. Carlitasss

    Ci sarebbe molto da commentare, però comunque c’è da dire principalmente questo:una persona sensibile che legge queste notizie non ha bisogno del particolare splatter in foto per essere turbata, più o meno, a seconda dell’episodio descritto.Poi perchè “turbare” a comando?Perchè è questo che si cerca di fare,allora dovremmo pensare che la tv ci vuole far essere più sensibili facendoci inorridire?Certe cose o si sentono dentro o non si sentono.Le morti di bambini dovrebbero turbare ovunque si svolgano,certo, purtroppo, quelle in alcuni paesi escono dal nostro controllo,perchè in certi luoghi si muore per molto poco,ma ciò non toglie che il loro pensiero ci rattrista.Comunque non credo che ci sia qualcosa che giustifichi il turismo dell’horror che ultimamente prende vita ad Avetrana come al Giglio o dalle tue parti per via della piccola Yara.Il fenomeno andrebbe studiato a livello psichiatrico e ormai è così dilagante che a poco serve oscurare le immagini in tv se poi tutti le vedono su youtube,bambini compresi e senza filtri! Azzardo un’ipotesi,e se fosse che almeno una parte di questa gente adulta amante dello splatter e dell’orrido, cerca di trovare qualcosa di peggiore di ciò che nasconde la propria vita?

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  15. Luisa G.

    Quelli che fanno il turismo dell’orrore sono senza vergogna, anzi, sono felicissimi quando vengono intervistati. Evidentemente lo trovano divertente e mi chiedo cosa possa attrarre tanto. Ben diverso è portare un fiore, una piccola luce dove sono accadute digrazie, un atto di pietà. Però è vero che ci siamo assuefatti e abbiamo bisogno di stimoli sempre più forti per percepire come reali i fatti che accadono attorno a noi. E’ come fossimo dentro un film o un video game, tutto finto, tutto un gioco, Peccato che si spengano le luci e ci sia chi non si risveglia più.

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  16. Secondo me, come quasi tutte le cose che non sono buone o cattive in sé, dipende dall’uso che se ne fa. Me l’immagino che certi giornalisti esultino di fronte a uno scenario terribile pensando alla foto sensazionale che possono scattare, ma mi auguro che non sia sempre così.

    Io sono generalmente a favore della documentazione fotografica o filmografica, perché ritengo che “occhio non vede, cuore non duole”: persino relativamente a me stessa sono convinta che, se non avessi visto nelle campagne contro le pellicce i cuccioli piangere la morte delle loro madri, magari uccise sotto i loro occhi a bastonate – viceversa -, non avrei interiorizzato di quale orrore si stesse parlando; se non avessi visto le immagini degli aborti anch’io – pur essendo stata sempre profondamente contraria – li avrei pensati come una specie di appendicectomia, e ne avrei parlato, come ne parlavo prima, in linea di principio, senza pensare a quel bambino, un bambino reale, che si dibatte e si scansa per sfuggire agli attrezzi del chirurgo.

    Ci sono immagini che non hanno bisogno di commenti (e commenti che non hanno bisogno di immagini… ): quando si dice che la verità non va enunciata, ma fatta scoprire, forse significa anche questo.

    Tutto ciò premesso, ci sono racconti di vita, quelli fatti dai diretti interessati per esempio, che di immagini cruente non hanno davvero bisogno: la voce, l’espressione del volto, il racconto struggente e reale di pensieri e di sensazioni, dicono mille volte di più di esibizioni granguignolesce. Ho sentito racconti di sopravvissuti a Hiroschima e Nagasaki, racconti di bambini vissuti in freddi orfanotrofi in solitudine e smarrimento, e della fame dei poveri, della paura degli immigrati, dell’umiliazione dei discriminati, drammi che nessuna foto potrà mai rendere: ogni cosa è relativa…

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  17. @ Carlotta: la questione non è se la foto turba più o meno, ma se è giusto pubblicare certe foto con particolari a dir poco raccapriccianti. La notizia non diventa più vera se ci sono quelle foto e neanche la nostra coscienza più consapevole. Tutto qui. Per quanto riguarda quello che tu chiami il turismo dell’orrore, sono pienamente d’accordo con te e direi di più, chi lo propone lo metterei sotto osservazione da uno stuolo di psichiatri, perché sono loro i veri e soli responsabili.

    La gente si adegua e, come abbiamo già detto, è un male che non è toccato a loro, per cui si “concedono” un po’ di insana curiosità.

    D’altronde, di cosa parlerebbero poi? 😉

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  18. @ Diemme: la documentazione fotografica e filmografica di eventi cruenti, anche nei minimi particolari, ha secondo me valenza storica e non serve a nient’altro: le immagini dei campi di concentramento ci rendono consapevoli degli orriri di quell’epoca storica.
    E allora sì, servono, anche per non dimenticare.

    la questione è abbastanza complessa, credo, bisogna solamente gestirla con professionalità e buonsenso.

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  19. pensierieperline

    è giusto essere informati, apprezzo i progressi che il campo dell’informazione ha fatto (come citi tu su internet le notizie viaggiano veloci) ma continuo a non accettare quella spettacolarità che viene data a tutto.. quella sorta di “reality” che viene creata intorno a una notizia che diventa “appetibile” per tutti… e non capisco ancora come mai la gente va in pellegrinaggio in quei luoghi solo per farsi fare una foto.. per dire “io l’ho visto!” “io c’ero”…. ma non è meglio fotografare i luoghi d’arte di cui la nostra Italia è piena e in quel caso dire “io l’ho visto!” ?!?!

    Ciao Arthur, tornerò stasera a leggere bene tutti i commenti che mi hanno preceduto..
    A presto,
    Lely

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  20. Carlitasss

    Beh ..era appunto questo che volevo dire,la nostra coscienza è già consapevole se è scossa da ciò che si sente ,non c’è bisogno anche di vederla ,forse vogliono risvegliare le coscienze addormentate,una sorta di “persuasione occulta”ma non la trovo coscienziosa nè onesta,piuttosto falsa.. anzichenò!

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