Il treno.

© arthur

                    Un’anfora su una terrazza in riva al mare, magari quel mare di Pantelleria così magico, così colorato e soprattutto così silenzioso… cosa conterrà mai?

Con “Il Racconto…” Giovanna e Giovanni, e prima ancora con “L’Antologia del Portiere” avevo inaugurato una serie di racconti scritti oltre che da me, da voi che mi leggete. Oggi, ieri, in questi giorni insomma, ho ricevuto da una “penna molto felice” una simpaticissima storiella che racconta, con molta ironia, un pezzetto di vita di tutti i giorni.

La pubblico volentieri, così potete leggerla anche voi e se qualcuno ha voglia di raccontare altre cose, mandatemele pure che prima o poi le pubblico senz’altro.

A volte sporadicamente faccio la pendolare. Mi piace e mi incuriosisce la vita che scorre sui treni perché c’è sempre una storia da raccontare e quando devi scendere è come dover lasciare un film a metà e provi dispiacere.

Questa mattina per andare al lavoro ho viaggiato con il treno, un vagone pieno di adolescenti carichi di libri e zaini, sogni e speranze, gomme da masticare,  sigarette e musica. Mi sono portata un libro che serve solo a confondermi agli altri, voglio stare vicina a questa manciata di cannucce colorate, da quei giovani aspiro la vita così ricca di colori, priva del grigio e del nero, loro sono cannucce colorate io uno stecco di liquirizia nera.

Sul vagone centrale del treno occupo uno scompartimento a quattro posti tutti ancora liberi ma oggi sono in netto anticipo. Passano solo alcuni minuti ed ecco che su quei sedili si siedono con un certo slancio Massimo e Roberto. Non li conosco personalmente ma quelli sono i loro nomi.  Massimo avrà circa sessant’anni un tipo simpatico un po’ serioso, Roberto trent’anni assolutamente capace di far ridere con un solo sguardo. Il treno inizia la sua corsa, io la mia piacevole odissea. Voglio isolarmi e stare per conto mio loro però mi guardano cercando di coinvolgermi nei loro discorsi, abbasso lo sguardo subito cerco di catturare una qualunque immagine fuori dal vetro, è tutto vano con le loro voci mi riportano dentro. Subisco gli sguardi senza riuscire a controllarmi, provo imbarazzo, se ne accorgono e fanno di tutto per giocare come il gatto con il topo insieme a me. In un tira e molla. Poi la frase di Roberto arriva diretta, mi chiede qualcosa sul tempo e su una prevista pioggerella in giornata, penso di non avere con me l’ombrello e  rispondo con una frase di circostanza riprendendo la mia lettura.

Massimo si scusa con me per quell’amico troppo esuberante e un tantino sopra le righe ma io faccio spallucce significando che non importa, non mi arreca assolutamente nessun disturbo. Roberto mimica con la mano e la faccia un qualcosa come a dire “te l’avevo detto”. Mantengo una calma inglese serrando un po’ la mascella. poi Roberto fa qualche versaccio al suo amico ed ecco che il mio sorriso dapprima congelato si scioglie, si muove come un’onda, percorre la superficie del viso, dalla bocca agli occhi fino alla fronte e in pochi minuti risolve un vuoto di astinenza di allegria,  si gonfia come una vela e mi spinge oltre, lontano.

Improvvisamente arriva il colpo di scena. Quella frase a caso buttata lì: “a proposito Massimo… ti devo raccontare una cosa che mi è successa venerdì scorso…”.

Sono a un metro da loro come posso non ascoltare, è inevitabile.

Dai loro discorsi capisco che Roberto lavora come infermiere o ausiliario in un ospedale, assunto da poche settimane, è contento del suo lavoro, trasmette vero entusiasmo a Massimo e pure a me, di conseguenza. Racconta che venerdì è arrivato in ritardo sul lavoro e come di prassi ha consegnato i termometri ai pazienti ricoverati prima dell’arrivo dei medici. E’ in forte ritardo e vuoi per l’inesperienza, vuoi per la buona fede, vuoi perché è mezzo sgalapato, consegna ad uno ad uno ai pazienti ricoverati un termometro non azzerato, che ancora porta scritta la temperatura rilevata al precedente paziente. Dopo qualche minuto provvede al loro ritiro segnando sulla rispettiva scheda la temperatura appena rilevata. Tutti i pazienti risultano febbricitanti chi con una media temperatura chi addirittura con un febbrone da cavallo. Per lui è più che normale non ci fa neppure tanto caso. In fondo se sei dentro un ospedale è perché sei malato altrimenti te ne stavi a casa. Massimo mi guarda interrogativo e poco rassicurante sull’esito finale, condivido le sue giuste perplessità. Roberto prosegue il racconto con la caposala che al seguito del medico di turno, stanza dopo stanza, inizia il consueto giro di corsia, li sente dire preoccupati che ci deve essere in corso un’epidemia perché i degenti risultano tutti febbricitanti. In un attimo si rende conto che l’anomalia è dovuta alla sua iniziale leggerezza ma non confessa temendo un qualunque provvedimento a suo carico. Vengono quindi somministrate ai malcapitati pazienti compresse di antipiretici a gogo’ e saltano gli interventi previsti nella giornata perché con la febbre non si opera. Un venerdì da dimenticare.

Massimo ride come un pazzo ed io gli vado miseramente a ruota. Non rido sommessamente, mi immagino ancora la scena, Roberto l’ha raccontata in un modo fantastico, ha mimato tutti i personaggi, ha imitato le loro voci, e io crollo, non serve a nulla coprirmi la faccia con il libro, guardare fuori dal vetro, ci guardiamo tutti e tre in faccia e ridiamo come scemi a crepapelle e la risata di uno è trascinante per l’altro. Rido e ho le lacrime agli occhi. Roberto dà una gomitata a Massimo e dice “guarda come faccio ridere questa signora”, Massimo di rimando mi dice “signora mia se finiamo all’ospedale dove lavora lui ci ritroviamo operati senza sapere il perché”.

Il treno è arrivato a destinazione, ridiamo ancora e ci salutiamo come vecchi amici. Ho già tanta voglia di rincontrarli ancora, magari un’altra volta sullo stesso treno, sullo stesso scompartimento.

Spero mai in ospedale.

by Carla

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20 pensieri su “Il treno.

  1. Laura

    Capita sul treno di fare simpatici incontri e leggendo questo racconto, mi è venuta voglia di ritornare a viaggiare in treno, anche se non sempre sono rose e fiori, se aggiungiamo i ritardi, la sporcizia, la confusione e così via.

    Bel racconto, scritto molto bene.

    ps: arthur, posso mandartene uno anch’io? 😉

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  2. A parte i viaggi quotidiani in treno quando ho frequentato per alcuni anni l’Università (beh trenino più che treno in effetti), e a parte i viaggi fatti per andare a Roma, io ho un ricordo particolare del treno legato alla mia infanzia. La prima volta che sono salita su un treno avevo 5 anni, anzi per poco non ci salivo proprio perché una signora mi ha spinta giù per salire lei (mamma si è incavolata tantissimo e ha avuto il timore di perdermi, beh pure io mi sono spaventata), comunque dicevo, che il ricordo che ho è legato ad un particolare… mi sono fatta gran parte del viaggio con la testa fuori dal finestrino e mi sono divertita tantissimo. Ovvio che allora i treni non viaggiavano velocissimi e i finestrini ancora si aprivano su ogni carrozza… ummm ora mi viene un dubbio, non è che ho battuto la testa contro qualche palo mentre la tenevo fuori dal finestrino e la mia follia ne è la conseguenza ??? ahahahha
    Ma che c’azzecca con il racconto tutto questo?? Nulla, mi andava di scrivere, anzi di caoscrivere….

    Carino il racconto, ma meglio non entrarci in ospedale, si sa quando si esce ma… non si è più sicuri di uscire da tante se ne sentono ormai..
    Ciao ciao e scusate le chiacchiere sconclusionate 🙂

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  3. @ Patrizia: tranquilla, c’azzecca, c’azzecca, e poi è un ricordo legato al treno, per cui c’azzecca comunque. 🙂

    Anch’io ho viaggiato tanto con i treni durante l’università, ho fatto anche viaggi lunghi, quando andavo in Sicilia e in genere non riesco molto a stare seduto nella carrozza, dopo un po’ mi alzo e sto nel corridoio a guardare fuori, crogiolandomi nei miei pensieri. Ricordi l’articolo che avevo scritto di quelle ragazze sul treno?

    Orco, non mi ricordo più come s’intitola. 🙂

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  4. @ Laura: sì, un bel racconto anche scritto molto bene. Evvabè, cosa posso farci se tutte le brave scrittrici le trovo io? 🙂

    Quando vuoi, mandamelo pure, che poi lo pubblico.

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  5. Data l’ora tarda non scrivo una storia, ma qualcosa sul treno posso narrarla anch’io ed ho aspettato veramente tanto prima di avere il coraggio di raccontarlo a qualcuno. Forse riesco a farlo ora, perchè qui è più facile. Ero una ragazzina di 16 anni e, si sa, all’epoca, a quell’età si era ingenue, non si conosceva niente di sesso, solo per sentito dire e, soprattutto, non si aveva la malizia e la scaltrezza che, vivaddio, è arrivata successivamente trovandosi protagonisti di episodi come quello che sto per raccontarvi. Avevo la possibilità di andare per la prima volta a Venezia, viaggio di notte in treno, vagone letto per me, una mia amica, e la madre di questa amica. Ero riuscita a convincere mio padre, che normalmente, mi negava ogni permesso, ma che in quella occasione aveva finalmente ceduto a malincuore con un “si”, a patto che ritornassi entro le 48 ore successive e fossi controllata a vista dalla signora che ci accompagnava e, della quale si fidava sufficientemente. Il viaggio di andata era stato fantastico, anche se il treno era un pò rumoroso. Venezia poi, era un sogno. Il 4 dicembre, giorno di Santa Barbara, era la festa della Marina, e lì, il mio fidanzatino di allora, era iscritto alla scuola navale, Morosini e il raggiungerlo per guardarlo mentre prestava giuramento e forse riuscire a dargli un fuggevole bacio, mi sembrava già un sogno ad occhi aperti. Poi l’atmosfera così suggestiva di quella città incantata superò addirittura l’emozione di vederlo e mi sembrò davvero che avessi toccato il cielo con un dito. Ma, al ritorno, ripreso il treno delle 20, mi resi conto che avevamo le cuccette non più i vagoni letto per uno sciopero e nel nostro scompartimento non eravamo sole. Un po’ sorpresa della novità, anche perchè non avevo mai viaggiato prima, se non da bambina con mia madre, chiesi se era almeno possibile chiudere le porte, ma ciò non era concesso, perchè il treno, nelle successive fermate, poteva ricevere altre persone e fu proprio intorno alle 22 che arrivò altra gente che fu distribuita negli scompartimenti, tra cui quello occupato da noi. Era un uomo sulla quarantina, che venne a sedersi al mio fianco, dove io, un po’ distesa, mi ero già appisolata. Mi feci subito da parte, un po’ contrariata da quell’arrivo inatteso e rassegnata, mi scostai con la spalla poggiandomi verso l’altra parte della poltrona. Poco dopo le luci si affievolirono e sentii qualcosa di caldo e strisciante vicino alle gambe. Era la mano di quest’uomo che tentava di trovare spazio per salire tra le mie gambe. Trattenni il respiro e serrai le ginocchia fino a sentire un dolore sordo, sperando che la smettesse trovando resistenza. Non avevo il coraggio di urlare perchè pensavo che su di me sarebbe caduta la mannaia definitiva del diniego di viaggiare in futuro e quasi si innescò in me un seppur subdolo senso di colpa per quello che stava accadendo. Incominciai a contare disperatamente, per capire dopo quanto tempo si sarebbe fermato o si sarebbe arreso, ma lui imperterrito, continuava a intrufolarsi per arrivare, credo fin su dove voleva sostare a lungo e intrattenersi un bel po’. Ero disperata , mi spostai ancora di più sul lato opposto della poltrona, ormai avevo il busto quasi eretto e le gambe accovacciate più che potevo, ma se io mi allontanavo, lui si avvicinava per raggiungermi sempre più su. Ad un tratto decisi che non ne potevo più. Accada quel che accada, mi dissi, ora lo blocco! E così gli sferrai un calcio con tutta la forza e la frustrazione che avevo accumulato in quelle ore e, probabilmente, gli presi lo stomaco o la pancia o non so che altro! Certo fu che, finalmente si bloccò ed io potei così provare a dormire un po’ seppur sommariamente, restando comunque vigile fino all’alba. Alle 8 del mattino, mi voltai alla luce del nuovo giorno e con stupore mi accorsi che al posto di quell’essere viscido, c’era una bella signora dai capelli bianchi, elegantissima che andava in Sicilia. Non mi sembrò vero non doverlo anche guardare in faccia dopo quella nottataccia, casomai ancora seduto affianco a me e la voglia di spaccargli la faccia! Ed a quella sconosciuta raccontai tutto l’accaduto, fu l’unica persona depositaria di quella brutta esperienza vissuta. Ora lo sapete anche voi miei cari..gioie e dolori di un viaggio in treno! VEEEEEENTO!! Dove sei ?!?..Voglio uno dei tuoi commenti al vetriolo… e soffia più che puoi!!!

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  6. @ Carlotta: ed io ti ringrazio per averla raccontata. Purtroppo storie come questa succedono molto frequentemente e magari quelle persone viaggiano in treno apposta per mettere in atto le loro perversioni. Il fatto è che alle volte, come nel tuo caso, non si ha il coraggio di denunciarli, e i motivi sono sempre gli stessi, la paura, la vergogna, l’idea maschilista che la donna in questi casi sia stata protagonista anzichè vittima.

    Grazie Carlotta, lo metterò tra i racconti.

    Ciao e buona giornata. 😉

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  7. mamma mia! sarà che sono nel bel mezzo di un periodo di ospedale ma questa storia non fa che confermare le mie teorie bizzarre…si salvi chi può! Comunque piacere, arrivo qui per la prima volta tramite blog amici, oggi sono malatuccia e mi godo questa assenza dal lavoro gironzolando per la rete. Complimenti, ho letto qui e là e mi è piaciuta molto questa casetta virtuale! Tornerò a farti visita!

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  8. stavo leggendo i commenti…specialmente quello di carlotta…che peccato che invece di quello stronzo non si fosse seduto un’affascinante giovincello con cui passare ore liete…la vita alle volte va proprio al contrario!

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  9. @ Adelaide: il commento di Carlotta l’ho fatto diventare una storia e infatti l’ho aggiunta insieme alla storia del “Treno” alla pagina “Il Racconto…”

    E sull’affascinante giovincello… beh chiederemo a Carlotta. 🙂

    ps: sono stato a trovarti: simpaticissima!!! 😉

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  10. Decisamente una brutta avventura quella capitata a Carlotta, di quelle che non si dimenticano facilmente, anzi penso che lascino sempre un segno nella persona che la vive. La paura che si vive in quei momenti non è facile da raccontare e se anche subentra la ribellione intimamente, si ha comunque il timore di parlare, perché la gente fa molto presto a giudicare ed inoltre la vergogna fa anche la sua parte.
    Penso che l’avere accanto un bel ragazzo non avrebbe cambiato le intenzioni di Carlotta, che in quel momento era felice per la sua gita a Venezia e per aver visto il suo ragazzo. Magari sarebbe stata una piacevole compagnia per una chiacchierata, ma per altre cose penso che la situazione non sarebbe stata diversa da quella vissuta con la persona che invece le si è veramente seduta accanto. Quando le intenzioni sono malevole, non c’è bel ragazzo che tenga….

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  11. Infatti è proprio così!Non avrei pensato neanche lontanamente ad una storia al buio(nel vero senso del termine)con qualcuno bello o brutto che fosse.Anzi,col senno di poi,mi ricordo che quel tipo non era neanche un uomo brutto o con qualche sgradevolezza fisica,il problema era che, io come ho già detto,non pensavo minimamente al sesso nè con lui,o chi per lui, bello o meno bello,nessuno mi avrebbe stuzzicato qualche pruderie notturna,perchè la persona alla quale ero legata,l’avevo appena lasciata tra sospiri e lacrimuccie,anche se non ci facevo niente.Piuttosto credo di aver covato sempre un piccolo trauma,”una zona terremotata”,come dico io e nei confronti del sesso una certa reticenza che,non saprò mai se mi ha cambiato la vita o sarebbe andata comunque così! MaH!

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  12. @ Carlotta: indubbiamente non è stata una bella esperienza, non lo è mai una violenza, in qualsiasi modo si manifesti. Senz’altro qualcosa dentro ti avrà lasciato, e probabilmente tu l’hai metabolizzata nel tempo.

    Alle volte gli uomini sono come le bestie e questa è purtroppo un’amara verità.

    Ciao carissima, ‘notte e sogni d’oro! 😉

    ps: il tuo racconto l’ho pubblicato nella pagine “Il Racconto… ” e nella sottopagina “In Treno.”

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  13. Grazie Arthur,non credevo ti intenerisse così tanto questa storia,certo quel finale dopo tanto entusiasmo per aver stappato un si a mio padre, mi ha rovinato tutto,ma almeno quel tipo non è andato oltre, anche se mi ha imbrattato quello che poteva essere un bel ricordo,per sempre..Notte a te!

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  14. pensierieperline

    Arthur, ho letto il racconto del treno e mi è piaciuto moltissimo anche la fluidità con cui l’ho letto per non parlare dello scambio di battute tra i personaggi.. ecco insieme a tutti gli altri spero di non ritrovarmi mai con un infermiere di nome Roberto :mrgreen:
    Ora però sono curiosa di sapere se il racconto è vero o è inventato…
    non posso di certo dire lo stesso per il commento/racconto di Carlotta… quello è vero!! e ha smorzato il clima di allegria che il primo aveva creato…
    carissima Carlotta posso solo mandarti il mio abbraccio più sincero… sono passati anni e c’è chi afferma che col tempo si supera tutto ma sono dell’idea che queste cose non si cancellino mai… 😦 posso solo abbracciarti virtualmente e “ringraziarti” per essere riuscita a condividere con noi questa terribile esperienza…

    PS: Arthur, se un giorno dovessi scrivere anch’io qualcosa… beh usufruirò dello spazio che gentilmente mi hai “involontariamente” offerto 😆

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  15. @ Lely: il racconto del treno, il primo, è magari con l’aggiunta di qualche elemento di fantasia è vero, non a caso ho detto che me lo ha mandato “una penna felice”.
    Invece per quanto riguarda Carlotta, indubbiamente è stata una brutta esperienza, raccontata da lei con molto garbo, cosa che le è congeniale.

    Se hai dei racconti da propormi, sarò felicissimo di pubblicarli, quindi, fiato alle trombe e… 🙂

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