E poi ancora… Alto, affusolato, morbide curve ondulate

Alto, affusolato, morbide curve ondulate, come il ritmo scandito da una melodia andalusa, fatto apposta per essere riempito da rami profumati di lavanda, che dalle sue trasparenze trovano slancio.

Difficile decidere dove poggiarlo, difficile pensare che ogni centimetro guadagnato possa in qualche modo farlo sembrare diverso da quello che ognuno di noi vorrebbe che fosse, ma poi…

… no, nessun piedistallo, no, neanche a pensarlo, lì, forse lì potrebbe andar bene, sì, l’angolo tra il mobile e il muro è l’ideale, lo racchiude e al tempo stesso lo protegge, lontano da sguardi indiscreti ma ugualmente in vista; riuscire a vederlo per non dimenticare; una parete verde, l’altra bianca, verde e bianco che si mischiano se un raggio di luce l’attraversa, e fanno a gara per trattenere tonalità chiare, sfumate, dai colori brillanti, nettamente più luminose rispetto alle cromie scure che dagli angoli bui fanno capolino, in un gioco che trova pace soltanto quando si smette di guardarlo.

Ma lo sguardo non lo abbandona mai, anzi, cerca una scusa, immagina qualcosa per coprirlo, per far sì che nulla possa fuggire da lì dentro; che poi è solamente un vaso, neanche di cristallo, è vetro soffiato, neanche colorato, è trasparente, alto affusolato, con morbide curve ondulate, come il ritmo scandito da una melodia che le percorre dolcemente, niente più rami ma solo desideri, che s’intrufolano, uno a uno, tra maglie strette avvolte in un abbraccio che non li lascia scappare via.

Alto, affusolato, morbide curve ondulate  3 novembre 2009
Annunci

17 pensieri su “E poi ancora… Alto, affusolato, morbide curve ondulate

  1. carla

    Alta, affusolata, morbide curve è quell’onda trasparente che esce lenta dal mare, come una carezza lambisce la spiaggia deserta trascinando con sé ciò che resta della nostra incuria e donandoci in cambio pura melodia e schizzi d’acqua. Torna indietro e quel ricciolo di mare catturato da sapienti mani di scultore cambia sembianze, si trasforma in morbide curve ondulate e flessuose come corpo di donna, trasparente come purezza di verità assoluta, si rapprende manipolato ad arte fino ad assumere forma di vaso di vetro soffiato. Inerme come un corpo abbandonato in una voluttà di suoni e melodie si lascia riempire da un’onda trasparente e poi da giovani canne di palude prive di foglie, papiro che un giorno lascerà traccia su quella spiaggia deserta, lambita come carezza da un’onda del mare, in una scritta che ha tutto il sapore di un abbraccio stretto tra le maglie della vita. Un desiderio forte come un ritmo scandito da melodia andalusa da non lasciarsi scappar via per la nostra stupida incuria.

    Mi piace

  2. E’ un’allegoria. La donna che non vorrebbe essere ma che, anche contro la sua volontà, E’. Colei che si ripara dal mondo ottuso che la circonda. La pelle troppo delicata come il sinuoso vetro soffiato,che si scheggia facilmente se posta in un luogo di passaggio, dal colore trasparente che se posta in un ambiente troppo colorato la fa scomparire e lei, non avendo altre vie di fuga, non chiede altro che quello. Il muro e il mobile che la proteggono in un’alcova rassicurante, le danno quel riparo momentaneo e duraturo al tempo stesso finché, ammesso che ci siano, non arriveranno braccia rassicuranti e consapevoli che la porteranno nel luogo più opportuno, ma,nell’attesa,desidera restare lì, immobile, e (nessuno se ne voglia a male!) non ascolta le voci che passando davanti a lei, le danno un giudizio compiacente benchè approssimativo, le tolgono la polvere che il tempo deposita per dovere di padroni di casa, indicano un altro luogo più consono per lei. Si consumerà di meno, vivrà di meno, ma le mani che la scopriranno e l’avranno prima o poi,dovranno maneggiarla con cura, non lasciarsela scappare, adornarla di quei rami delicati come a lei conviene, che non creino brutti accostamenti di colore e sotto una luce delicata di un raggio di sole che gioca tra le fessure di una persiana, sarà nuvola, cielo, giardino profumato e primavera. Esplicitamente.

    Mi piace

  3. Laura

    L’avevo scritto allora e te lo ripropongo adesso:

    “Che strano miscuglio di realtà e sogno che trovo in questo tuo post, Arthur, e mi sembra di vederti giocare con questo vaso alto, affusolato, con morbide curve, che se da un lato tu cerchi di sistemarlo cercandogli la posizione migliore, dall’altro te lo rimiri per cercare di non dimenticare come è fatto.

    E’ un po’ come se tu stessi cercando un luogo della tua memoria dove conservare la parte di te che s’immedesima con i desideri, confessati e inconfessati, che vedo in quel “un raggio di luce l’attraversa, e fanno a gara per trattenere tonalità chiare, sfumate, dai colori brillanti, nettamente più luminose rispetto alle cromie scure che dagli angoli bui fanno capolino…”

    E’ il pensiero, al contrario, che non abbandona mai la voglia di emozionarti, vivendo sogni che si trasformano in realtà.

    E’ un’analisi spicciola la mia, e forse non c’entra nulla con quello che volevi dire, ma io la leggo così.

    Bello e intenso questo scritto.”

    E aggiungo, un posto dove conservare i pensieri.
    Ciao, buona domenica.

    Mi piace

  4. Ermanno

    Carla… Alta, affusolata, morbide curve è quell’onda trasparente che esce lenta dal mare, come una carezza lambisce la spiaggia deserta trascinando con sé il desiderio di rimanere inerme a guardare quella magia che appare come se fosse sempre uguale, ma che invece nasconde il suono di voci che nel tempo si sono perse nell’oblio, una dimenticanza che non ha mai fine.

    Carlitasss… Alto, affusolato, morbide curve ondulate, come linea sinuosa che ricorda il profilo di una sensualità che ha la voce di donna.

    Arthur… Alto, affusolato, morbide curve ondulate, che nella trasparenza di una piega appena accennata, nasconde l’origine di ogni desiderio.

    Mi piace

  5. L’ampolla…

    Nessuno riusciva a capire perché Cesare continuasse dopo tanti anni a conservare con tanta cura quell’ampolla senza valore, normalissimo vetro dai colori ormai sbiaditi
    Eppure, nonostante tutto, ogni giorno Cesare lucidava con molta attenzione ogni curva dell’ampolla. La stringeva tra le sue grosse mani con incredibile delicatezza mentre
    i suoi occhi si illuminavano ogni volta che le dita scivolavano sul vetro. Era come se accarezzasse il tesoro più prezioso al mondo, anzi di più, era come se le sue dita fossero
    intente a scivolare sulla delicata pelle d’un corpo di donna e ne tracciassero ogni linea, creando ricami su di essa mentre segnava un’invisibile linea tra un neo e l’altro.

    I passanti vedendolo ridevano di questo suo comportamento, ma cosa potevano capire loro, cosa conoscevano della vita di Cesare?? Vedevano solamente un uomo sempre solo che consideravano come un barbone, che se ne stava ore ed ore seduto sulla panchina del parco cittadino in compagnia di quella vecchia ampolla e la trattava come se fosse una persona, l’accarezzava, le parlava, la riscaldava nelle giornate fredde e la rinfrescava in quelle calde.

    Lui li vedeva quei sorrisi ironici, le occhiate furtive lanciategli dai passanti che parlottavano tra loro ridacchiando, a volte additandolo ed a volte toccandosi la tempia con la punta del dito per indicare che probabilmente era un povero pazzo. Ogni giorno era la stessa storia ed ogni giorno Cesare non se ne curava, loro non potevano capire, non avrebbero mai capito l’importanza di quell’ampolla di vetro grezzo e lui non aveva mai parlato a nessuno del suo significato, di quanto per lui fosse preziosa. Fino a quel giorno, diverso da tutti, quando una giovane donna si fermò accanto alla sua panchina e dopo un attimo di esitazione si sedette accanto a lui senza prima avergli rivolto un veloce saluto, per poi mettersi a leggere tranquillamente il libro che estrasse dal suo zainetto.

    Passarono pochi minuti e Cesare prese dalla sua tasca l’ampolla, iniziando come sempre ad accarezzarla e a mormorare sottovoce qualche cosa. Fu questo che attirò l’attenzione di Marisa, il suo continuo parlottio così dolce, così delicato, sussurrato a fior di labbra con tanta intensità. Cesare si accorse di essere guardato e pensando di averla infastidita si scusò con lei e fece per andarsene, ma Marisa posando la mano sul suo braccio lo fermò dicendogli che non era infastidita ma solo attratta da quello che stava facendo e dal suono melodioso che il suo sussurrare aveva creato. Quel semplice gesto per Cesare fu come un regalo piovuto dal cielo, percepiva la sincerità delle parole di Marisa e non la solita curiosità morbosa e ironica di chi ogni giorno passando lo derideva. Decise quindi di rimanere e ringraziandola ritornò a sedersi, tenendo sempre con grande cura la sua ampolla tra le mani e nello stesso tempo guardando Marisa con il sorriso sulle labbra. Cosa molto insolita allungò l’ampolla a Marisa, che con molto timore la prese non sapendo però esattamente cosa dovesse fare.

    I suoi occhi esprimevano chiaramente lo smarrimento del momento e forse proprio perché capì quanto sincero fosse l’interesse di Marisa che non osava però chiedere spiegazioni, Cesare a quel punto iniziò a raccontare:
    – Questa ampolla apparteneva a mia moglie Rosa, gliela regalai durante il nostro viaggio di nozze quando lei letteralmente se ne innamorò dopo averla vista sulla bancarella di un mercatino dell’antiquariato che stavamo visitando. La conservò sempre con grande cura e la usava come contenitore per il suo profumo preferito; un’essenza di violetta che anche io adoravo e che mi faceva perdere la testa quando lei mi si avvicinava con i suoi modi sempre delicati e nello stesso tempo seducenti. Non sapevo resisterle e qualsiasi cosa stessi facendo, lasciavo perdere tutto per prenderla tra le mie braccia ed amarla. Le mie mani percorrevano il suo corpo accarezzandone ogni curva e poi.. beh signorina, può ben immaginare cosa succedeva, disse Cesare con un sorriso tra lo sbarazzino e l’imbarazzato, mentre riprendeva la preziosa ampolla.

    Passavano i giorni ed era diventata ormai un’abitudine ed un vero piacere per Marisa passare un po’ di tempo con Cesare, che le raccontò tante altre cose della sua vita e del suo grande amore, fino ad arrivare a svelarle il perché aveva sempre con sé l’ampolla. Rosa purtroppo si ammalò dopo pochi anni di matrimonio, una malattia incurabile che nel giro di pochi mesi se la portò via per sempre, lasciandolo nel più profondo sconforto e portandolo quasi a perdere il lume della ragione. Non si curava più di se stesso, non permetteva a nessuno di entrare in casa per fare le pulizie, iniziò anche a trascurare il lavoro per poi precipitare poco alla volta in un baratro che pareva non avere fine.
    Ma poi un giorno, girovagando nella camera da letto e frugando come faceva spesso tra le cose di Rosa, ritrovò sotto un cumulo di vestiti sparpagliati sul comò, l’ampolla del profumo e in lui scattò come una molla. Aprendola sentì la fragranza del profumo di violetta e gli sembrò un segnale della moglie che lo spronava a ritornare a vivere per non far morire nell’oblio il loro amore. Riprese il lavoro, poco alla volta sistemò la casa, imparò a farsi da mangiare e tante altre piccole cose, anche se il vuoto lasciato da lei non fu mai più riempito da nessun’altra donna, da nessun’altro amore.

    Fu così che Marisa capì fino in fondo perché era così importante quell’ampolla e perché lui l’accarezzasse con tanto amore. Per Cesare vi era racchiusa l’anima e l’essenza del suo unico grande amore ed in essa aveva trovato la forza per continuare a vivere tanti anni dopo la sua prematura scomparsa. Passarono altri giorni e la loro amicizia si consolidò, a volte andavano anche a pranzo insieme e Cesare non mancava mai di raccontare aneddoti della sua vita, ma nello stesso tempo ascoltava volentieri quello che Marisa gli raccontava dei suoi genitori, dei suoi studi, dei viaggi e dei tanti luoghi visitati che lui non conosceva e un giorno anche di quel ragazzo che aveva conosciuto e che aveva iniziato a frequentare. Marisa lo rassicurò che questo non avrebbe interrotto la loro amicizia, quando vide il suo sguardo velarsi di tristezza, e che avrebbero continuato a frequentarsi, chissà magari un giorno glielo avrebbe anche fatto conoscere questo ragazzo che le stava rubando il cuore.

    Ma ciò non avvenne perché Cesare un giorno non si presentò ai giardinetti e non lo fece nemmeno il giorno seguente e quello dopo ancora. Marisa iniziò a preoccuparsi, nonostante tutte le ore passate insieme, lui non le aveva mai detto dove abitava e come poteva rintracciarlo, questo era rimasto un segreto e lei non aveva mai insistito per saperlo, sperava che prima o poi glielo rivelasse ma non avvenne mai. Poi un giorno come per magia tornando come ogni giorno alla panchina con in cuore la speranza di ritrovarlo, notò un pacchettino bianco avvolto da un nastro giallo ed un bigliettino. Si guardò intorno per sincerarsi che nessuno lo avesse dimenticato ma sul bigliettino c’era il suo nome e quindi decise di aprirlo ed iniziò a leggere:

    – Cara Marisa, ormai i miei giorni sono finiti, sapevo che prima o poi sarebbe successo, la mia malattia non mi lasciava più tanto da vivere. Finalmente è arrivato il giorno in cui potrò ricongiungermi alla mia amatissima Rosa. Non preoccuparti, ho lasciato tutte le disposizioni del caso ad una persona fidata che ti farà sapere dove, se lo vorrai, potrai venire a portare un fiore. Questa persona è la stessa che ha lasciato il pacchettino per te sulla panchina; per te che come la figlia che non ho mai avuto, sei entrata nella mia vita e hai allietato i miei ultimi giorni con la tua dolcezza, regalandomi il tuo tempo e donandomi la possibilità di rivivere tanti momenti legati ai miei ricordi. Aprilo e conserva con cura il suo contenuto.

    Marisa aprì con mani tremanti il pacchettino e vi trovò al suo interno, accuratamente avvolto in soffice cotone, l’ampolla di Cesare ed un bigliettino sul quale c’erano poche parole.
    “Cara Marisa, lascio a te il mio bene più prezioso, racchiudi in esso la tua essenza e donala al tuo amore come Rosa la donò a me” – Cesare

    Mi piace

  6. @ Patrizia: che dire, sei un fiume in piena e se appena appena ti si aprono gli argini, enondi… con storie che hanno dell’incredibile per come sono nate. L’Ampolla fu galeotta!!! 🙂
    Mi sa che devo inventarmi qualcos’altro per mettere in ordine tutti queste storie. Comunque, una bella storia, complimenti, che entra di diritto nel cuore di questo mio articolo, nato per dar voce alla metafora della vita.

    Grazie!

    Tra l’altro, domani pubblico l’aggiornamento di Giovanna e Giovanni, scritto da Carla e, credimi, è tutto da leggere.

    Mi piace

  7. Ok domani leggerò l’aggiornamento.
    Comunque si, l’ampolla fu galeotta, ma non sono un fiume in piena, anzi penso che sarebbe ora di staccare per un po’ la spina e ritirarmi 🙂

    Mi piace

  8. @ Solindue: cara Socina Bella mi spiace contraddirti, ma le due idee, la mia e la tua, per quanto simili, sono completamente agli antipodi.
    Perché mi dirai? Sorvolando tutti i particolari tecnici e formali, semplicemente perché la tua è molto più bella della mia e mi sembra un ottimo motivo.
    Certo che verrò a Reggio Emilia a vedere le tue opere e gongolando con un sorriso a 360 denti ad ogni visitatore dirò: ecco, vedete, questa bravissima Artista è la mia Socina Bella!!!

    Ciao Tremenda, buona domenica. 🙂

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...