Esprimersi e comunicare.

Mani

Leggevo l’altro giorno un bel post di Manu e tra un commento e l’altro, a proposito di comunicazione, le dicevo che secondo me non si può comunicare senza esprimersi e viceversa, mentre invece lei riteneva fossero due aspetti opposti. E a supporto della sua teoria, mi portava alcuni esempi: i blog senza commenti comunicano o si esprimono? Io credo entrambe le cose. I libri, i film? Quanto un regista vuole, alla fine, comunicare? E il messaggio che ci arriva, corrisponde alle intenzioni dell’autore?

Innanzitutto parto dal presupposto che in qualsiasi manifestazione l’espressione è sinonimo di comunicazione, nel senso che ci si esprime inizialmente per soddisfare un bisogno interiore, nel quotidiano un bambino che piange per esempio.

Nell’arte, l’intuizione creativa nasce da un’emozione forte e qualunque sia il mezzo per esprimerla, comunica comunque un messaggio, anche se non necessariamente corrispondente a quello che l’artista aveva pensato, sognato, sentito.

Mi spiego meglio. Ho già scritto qui sul blog di una mia passata esperienza pittorica, di quando, alla mia prima mostra personale, scappavo fuori dalla sala tutte le volte che qualcuno mi chiedeva cosa avessi voluto dire con i miei quadri.

Beh, c’era senz’altro un po’ di timidezza, lo ammetto, ma c’era anche la certezza che se avessi spiegato dettagliatamente le mie intenzioni per quelle forme, per quei colori, per tutto l’insieme, pur immedesimandosi, per lo spettatore sarebbe stato difficile se non impossibile comprendere la vera natura (l’emozione) delle mie opere. E quella natura è preferibile secondo me riuscire a coglierla in base alla propria esperienza emotiva e culturale, ognuno può vederci ciò che vuole senza condizionamenti, senza parole che, se guidate, non portano da nessuna parte, se non a sminuire il libero sentire.

Ci si esprime comunicando un bisogno e chi lo recepisce, se è in grado, ma lo è sempre chiunque e comunque, a sua volta esprime se stesso.

Avete mai visto al museo de l’Orangerie a Parigi le Ninfee di Monet? Non so per quanto tempo sono rimasto seduto a guardarle, quasi stregato da quelle immagini.

Questa è la storiella che avevo scritto a Manu per spiegarle cosa intendessi per esprimersi e comunicare: C’era una volta un’artista, o perlomeno lui credeva di esserlo e chi gli stava accanto lo assecondava in questa sua convinzione. Un musicista per intenderci, che una volta raggiunti tutti gli obiettivi di studio possibili e immaginabili, aveva deciso che l’unica cosa che gl’importava era di suonare solo per se stesso. Gli ho obiettato che poteva essere un modo per non cercare un confronto e lui mi ha risposto che non gli interessava. Mi capita alle volte di sentirlo suonare e la sensazione che provo è che quel suono sia come un lamento, senza un’anima, tecnicamente perfetto, troppo forse, ma privo del tutto delle emozioni.

Mi sono detto che forse è giusto così, lui non suona per emozionare qualcuno, ma solo per se stesso e quel modo così viscerale e perfetto di procurare un suono, era il suo modo per emozionarsi.

Quindi il suo modo di esprimersi e nel farlo, comunicava delle sensazioni a chi lo ascoltava. Il messaggio che recepivo era solo in funzione di ciò che io sono, di come a mia volta esprimo e sento le emozioni, un modo del tutto personale, e proprio per questo diverso dal suo.

Ecco perché penso che l’uno non possa fare a meno dell’altro, perché ogni nostro gesto è comunicazione, senza il quale, è impossibile esprimersi.

Ps: questa foto l’avevo già pubblicata, ma credo che esprima benissimo il concetto: due braccia alzate in cerca di altre due braccia…

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50 pensieri su “Esprimersi e comunicare.

  1. alanford50

    WOW WOW WOW …piatto ricco mi ci ficco, peggio per Voi, Vi consento comunque di saltare qualche riga oppure se proprio non ce la fate di non leggermi, contenti? Perché sia ben chiaro che ora vado ad esagerare, l’argomento mi piace e mi stuzzica, ribadisco il “peggio per Voi”, non dite poi che non vi avevo avvertito.

    Dunque:
    Premesso che ritengo impossibile scindere il comunicare con l’esprimersi, ci si può esprimere e comunicare anche senza usare i classici mezzi, parole, gesti, atteggiamenti, foto, quadri, ecc.ecc., per esempio anche uno sguardo nel più totale silenzio è in grado di esprimere per esempio i propri sentimenti, di conseguenza è una forma comunicazione, oltretutto palese, ossia al di là che venga compreso il pensiero che vive dietro lo sguardo, sicuramente chi l’osserva comprende che dietro a quel gesto esiste una sorta di voluta comunicazione atta a far recepire che esiste al volontà di esprimere il pensiero che lo ha generato, la stessa cosa vale per esempio per alcuni gesti, per esempio un leggero ondeggiare della mano rivolto ad altra persona, può rappresentare un segno di pace o di saluto.

    Nell’arte le cose si complicano parecchio, perché l’espressione può essere talmente personale da risultare incomprensibile per chi ne usufruisce, un quadro astratto (pittura che io ovviamente detesto proprio per questi ovvi motivi) tendenzialmente ha significato solamente per chi lo mette in opera, per chi lo dipinge, difficilmente uno spettatore può comprendere cosa l’espressione voleva comunicare, anche dietro il suggerimento dell’autore difficilmente potrà essere riconosciuta la comunicazione.

    Diverso è il discorso per esempio per la pittura naif oppure per la pittura figurativa dove l’artista può concedersi delle licenze figurative, per esempio F.Botero che vedeva e dipingeva i suoi personaggi con delle forme esagerate, ma capaci comunque di comunicare la propria espressione con chi si poneva di fronte a quel tipo di pittura.

    A proposito delle ninfee di Monet, dipinto prima che l’artista venisse colpito dalla malattia, egli sosteneva di basare la scelta dei colori sull’esperienza piuttosto che su quello che vedeva, a guardare questo quadro e forse conoscendo il suo problema e la sua storia, ci si convince comunque che quell’immagine in fondo è reale e nitida comunque, non so se è per i colori o se è perché è come se ogni cosa fosse talmente al proprio posto e con colori verosimili da poter essere apprezzato come immagine reale, è verosimigliante, molto simile alla realtà, in fondo è quello che lui effettivamente vedeva, quindi la sua realtà, nei suoi intenti non c’era volontà di trasporre una sua verità ma effettivamente quella che lui percepiva, quindi non c’è interpretazione, ma una semplice anche se limitata capacità di riprodurre, ma anche in questo caso il binomio espressione/comunicazione è comunque inscindibile.

    Per quanto riguarda la tua esperienza pittorica e le sue “paure”, sono dell’idea che questa è comunque la riprova che qualsiasi forma di espressione e comunicazione per perfetta che possa sembrare o essere, non è detto che raggiunga sempre lo scopo, almeno non nell’immediato, nel senso che anche una foto, quindi il massimo della fedeltà della realtà dell’espressione può comunicare e far recepire cose diverse, dipendendo in questo caso dall’attenzione e dalla sensibilità di chi ne fruisce, quindi se questo pericolo è insito nella foto figuriamoci cosa succede nelle altre forme di comunicazione ed espressione, prima fra tutte la parola.

    Per ora mi fermo qua, perdona le ridondanze, quando vorrai tuffarti nelle acque torbide e perigliose sulla tematica della parola, lascerò nuovamente briglia sciolta ai miei due neuroni. Specialmente a quello logorroico.

    Ciaooo neh! Alla prox

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  2. alanford50

    P.S. L’espressione e la comunicazione non possono esimersi dall’obbligo di farsi riconoscere e comprendere da chi ne fruisce, altrimenti una delle due componenti viene inesorabilmente a mancare.

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  3. C’è la comunicazione, e poi c’è la ricezione della comunicazione, per questo si dice che l’artista produca un’opera, ma poi quest’opera si trasformi in tante opere quante sono le persone che la guardano (leggono, ascoltano, a seconda del tipo d’opera).
    E poi c’è lo scambio, la comunicazione bilaterale, l’interazione: io ti comunico qualcosa, tu mi dai un ritorno, che in qualche modo mi trasforma, e io ti restituisco la mia visione di questa tua comunicazione, come una pallina di ping pong, che passa da una parte all’altra del campo, seguendo sempre una traiettoria diversa, colpita sempre in un punto diverso, ma è solo da questo scambio continuo che nasce la partita e, tanto per tornare al discorso iniziale, non una comunicazione unilaterale, ma un arricchimento reciproco.

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  4. E sì, ero sicuro caro Alan che i tuoi presunti due neuroni avrebbero festeggiato leggendo questo post, mannaggia.

    Comunicare è un argomento a me caro come ricorderai, ci ho scritto tante cose, è una specie di sfida con me stesso, cosciente che oggi più che mai, malgrado tutto, si comunica ben poco.
    Qui ci si siede e con calma, si legge e con calma si scrive, comunicare diventa un’abitudine, per esprimersi, senz’altro, per far si che la nostra sete di parole trovi la giusta collocazione.
    Sì, sono convinto che ci si esprima anche quando nel blog ci sono zero commenti, l’obiettivo è comunque di trovare una sponda su cui appoggiarsi e allora nascono post lunghissimi alle volte quasi incomprensibili, alle volte un diario forzatamente on line, dove fatti personali confusi, mischiati, che sanno di lacrime e scontento, vengono dati in pasto a chi magari distrattamente passa, legge due righe, mette un like e poi scompare.

    Si comunica un disagio, la voglia di non comunicare che poi comunica allo stesso tempo sempre qualcosa.

    Ho per mia fortuna degli amici con i quali comunico tanto, si parla, ci si confronta, si è solidali con storie che immancabilmente dopo una vita passata insieme si condividono, è una comunicazione di tipo diverso, più diretta, più personale con alcuni, è fatta di gesti e di parole e raramente lascia dell’amaro in bocca se si crede nell’amicizia, in un rapporto che tiene conto innanzitutto del rispetto. L’esperienza del blog mi ha fatto diventare più sensibile, ho capito che per esprimersi si ha necessità di comunicare uno stato d’animo, positivo o negativo che sia, le parole hanno un peso e se utilizzate nel modo migliore, fanno sentire più “utili” a se stessi per prima cosa e allo stesso tempo pure per gli altri.

    Faccio un lavoro dove comunicare è il primo passo per farmi capire, la creatività secondo me non va spiegata, il messaggio che passa deve poter essere completo, direi autosufficiente, perché deve lasciare un segno e allora le parole non servono più. Monet, come hai giustamente detto, ha rappresentato ciò che ha visto ed io, in quella sala ovale, con quelle grandi tele ovali, ci ho visto quello che le mie emozioni in quel momento avevano voglia di farmi vedere. Le ninfee erano bellissime, dipinte come se fosse un sogno, ma io andavo al di là da quelle forme, cullandomi in quell’armonia di colori.

    Magari se torno oggi, ci vedo qualcosa di diverso.

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  5. Sì Diemme, spesso un’opera si trasforma in tante opere, e credo sia la cosa più bella per chi la realizza, perché vuol dire che ha lasciato un segno indelebile.

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  6. Caro Arthur,
    io ho sempre pensato che dietro all’ “esprimersi” ci sia la volontà, desiderio o necessità del soggetto di “comunicare” e dietro al “comunicare” ci sia la capacità, possibilità, voglia o desiderio di cogliere, ascoltare o capire il messaggio espresso.

    Per usare un’immagine:
    Quando una persona prende il telefono, digita un numero e chiama qualcuno questo è “esprimersi”.
    Quando dall’altra parte del telefono l’altra persona risponde questo è “comunicare”.

    Ovvero

    Chi ha fatto partire la chiamata si è “espresso” e chi ha risposto gli ha dato la possibilità di “comunicare”.

    Come dici tu, espressione e comunicazione vivono l’una dell’altra, perchè l’espressione che non comunica è fine a sè stessa e perde significato…….. 🙂

    Bello spunto di riflessione!! 🙂

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  7. Esprimersi e comunicare vanno di pari passo, sta poi nell’altra parte saper recepire la comunicazione e l’espressione di ciò che gli è stato inviato tramite parole, o dipinti, o fotografie o altro ancora. Ma deve esserci la voglia di recepire questa comunicazione, di capire l’espressione di chi ha comunicato. E’ come un semplice gesto, tipo le labbra che si increspano, questo è comunicare ed esprimere nello stesso tempo, ma chi è dall’altra parte può anche solamente vederci un buffo ghigno e basta e non capire che invece le labbra increspate possono voler dire disappunto, meditazione su quanto si è appena ascoltato, un gesto di stizza o altro ancora.
    Se uno dà nello stesso tempo deve esserci chi riceve e questo non sempre avviene e quindi crolla sia la comunicazione che l’espressione. Sono d’accordo con Alan quando dice che l’arte astratta non è facile da recepire e quindi ha significato solamente per chi la crea, poi magari con tanta, ma tanta, ma tanta fantasia, anche chi la guarda può (anche se ci credo poco) pensare di aver percepito ciò che l’artista voleva comunicare.
    Con la scrittura è anche più difficile, perché non c’è tono, sono le persone che leggono che danno un tono alle parole e magari quelle che sono comunicate con spensieratezza possono essere intese come un vaneggiare. Beh, senza stare a ripetermi continuamente, esprimersi e comunicare vanno a braccetto, ma solamente se ci sono due parti che sanno comunicare esprimendosi e recepire ciò che è stato espresso!!!
    Ecco, se Alan ha due neuroni funzionanti, io ora non ne ho più nemmeno uno, li ho fusi tutti quanti e quindi meglio se mi stoppo qui prima di dire altre baggianate.
    Serena notte a tutti.
    Pat

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  8. Aurore2014

    Sono pienamente d’accordo con te caro Arthur! Chiunque si “esprima” “comunica” allo stesso tempo, hai spiegato perfettamente il concetto. Non siamo dei robot, siamo esseri umani dotati di sensi e sentimenti, oltre che di pensieri, perciò ogni cosa che esprimiamo è filtrata da tutte queste nostre componenti, così come lo è da chi riceve il nostro “messaggio” e lo interpreta e lo ricrea secondo la propria sensibilità, intelligenza, cultura e personalità. Perciò capisco perfettamente anche il giovane Arthur che non voleva spiegare… perché l’arte è figlia delle emozioni e queste non vanno spiegate ma “sentite”, vissute, ricreate. Qualche anno fa ho seguito un corso per imparare a “leggere” in modo “espressivo” in pubblico e la nostra docente del gruppo dei lettori ci diceva sempre che ogni lettore “riscrive” il testo che legge. Vedi com’è complessa e bella la comunicazione! Grazie per questo spunto di riflessione. Davvero un bel post.
    Un bacio. 🙂 :-*

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  9. Bella analisi Piccola Ema, mi è piaciuta in modo particolare la parte finale “l’espressione che non comunica è fine a se stessa e perde significato”
    Vero, vero, ma non del tutto a mio parere. La storia che ho raccontato, quella del musicista rientra un po’ in questa categoria, ma per tanti che non riescono a cogliere il suo messaggio, di chiusura, egoistico quindi o forse soltanto di paura, qualcuno c’è sempre, io per esempio, perché nel momento in cui mi domando perché sia arrivato a questa conclusione, vuol dire che in qualche modo lui mi ha comunicato qualcosa, disagio o perplessità o forse soltanto uno spunto per una riflessione, appunto. 🙂

    Ciao e, a proposito, rispondi al telefono quindi? 🙂

    A presto.

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  10. Sì Patrizia, deve esserci la voglia di recepire questa comunicazione, è proprio così.
    Mentre ti leggevo mi è venuta in mente una lite che avevo fatto una volta con una mia “fidanzata”, che a essere sincero tutt’ora stento a capire del perché sia avvenuta. In quel periodo ero sempre in giro per lavoro e da lì a poco, sarei dovuto partire per la Sicilia. Lei aveva avuto con la macchina un piccolo incidente e le si era rotto lo specchietto retrovisore. Ho preso la sua macchina e l’ho portata ad aggiustare, così una volta partito non avrebbe avuto più il fastidio di doverlo fare.
    O almeno questa era stata la mia intenzione. Tornando a casa, le ho portato la bella notizia e lei, così tutto d’un fiato, ha incominciato a dirmene di tutti i colori. Preso alla sprovvista, non sapevo cosa dire, ma in queste situazioni io ci casco sempre come un pollo e invece di lasciare perdere, mi sono difeso ma non è valso a nulla. Morale della favola, sono uscito, sono salito in macchina e sono andato all’aeroporto per prendere l’aereo, non riuscendo ancora a capire del perché quel mio gesto, l’avesse fatta reagire così malamente.
    L’equivoco stava nel fatto che lei non voleva che io partissi ed io non me ne sono reso conto. Da parte sua, di non aver capito che la mia disponibilità nei suoi confronti, l’aver riparato la macchina, era un po’ la scusa per farmi perdonare la mia partenza. Ma mi domando e dico, ci si può sentire in colpa se si va via per motivi di lavoro?
    Ambedue non siamo riusciti a comunicare all’altro i nostri bisogni, visto l’epilogo. Quindi sì, recepire la comunicazione è importante, ma per farlo alle volte bisogna mettersi un po’ da parte ed essere in due, ovviamente.

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  11. Bella questa cosa Aurore che ogni lettore riscrive il testo che legge. Ne sono convinto. Credo valga per l’arte, così come per le cose di tutti i giorni.
    Per l’arte in effetti il discorso è un po’ complesso, l’artista va conosciuto, studiato se è il caso, il suo percorso, se ha lasciato nel tempo un segno, non può essere disconosciuto, ammirando la Pietà di Michelangelo, non posso fare a meno di non sapere chi sia e cosa abbia rappresentato nei secoli la sua arte. Ma è proprio per questo che davanti alle sua opere il mio spirito, la mia anima, tutto il mio sentire, vive di vita propria, quelle forme, quelle linee, come anche i colori, mi isolano dal resto del mondo e le emozioni sono mie, uniche ed esclusivamente mie. La conoscenza è fondamentale, ed è proprio per questo che “poi” mi sento libero di viverlo a modo mio.

    Evvabè, sono andato un po’ oltre, forse.

    Un bacio a te. 🙂

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  12. Leggere questo post mi ha riportato alla mente l’ altro tuo post (quello con la foto dello specchio). Ho provato la stessa sensazione di intimità, calda atmosfera….e mi zittisco l’ ora è tarda e vado a dormire.😊
    giusto per parlare di comunicazione…
    A presto, notte notte caro Arthur😃

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  13. Si non sempre è vero, infatti questa sera sembra non esserci sintonia tra l’autore e la sottoscritta, non c’è intesa e il comunicare non viene recepito. – Vedi metafora e “Silenzio” !!
    Capita (sorrido pure io)

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  14. Condivido il pensiero di Aurore la dove dice che ogni lettore riscrive (nel senso che ognuno interpreta la lettura in base alla propria capacità interpretativa, legata al proprio vissuto) il testo che legge, ma, ma, ma, in questo caso si può ancora parlare di comunicazione? Uuuhhhmmm! Qualcosa mi dice di no, in effetti c’è stata l’espressione ma non la sua condivisione e comprensione, quindi viene resa vana la comunicazione, poco incide il fatto che dalla espressione ognuno possa trarre le proprie visioni arrivando a creare un’espressione diversa dall’originale, io in effetti dopo aver letto ed interpretato le parole contenute nella Divina Commedia posso riscriverla, ma alla fine cosa è rimasto dell’espressione originale?
    Purtroppo si ricade sempre sul grande limite della parola legata all’espressione vocale ma soprattutto alla scarsissima capacità espressiva di quella scritta.

    La parola:

    La parola nonostante abbia tre tipologie possibili di espressione non è riuscita nell’intento di aiutare le persone a comprendersi, le sue tre tipologie sono; la parola emessa come suono tramite la voce, la parola scritta ed infine dalla più nobile e imperscrutabile parola pensata.
    Che strana cosa è la parola e che strano uso ne facciamo, a volte ha più significati e spesso è interpretata in mille modi diversi, ognuno dei quali probabilmente molto diverso dal significato che gli ha realmente attribuito chi l’ha pronunciata, pensata o scritta, generalmente viene interpretata a seconda della capacità, dell’intelligenza, dalla volontà e dalla disponibilità di comprendere di chi l’ascolta, spesso il mondo di chi parla o pensa o scrive è molto lontano e diverso da colui che la recepisce, diventando ovviamente ostacolo alla comprensione ed alla condivisione del pensiero e/o del messaggio in genere, falsando se non ostacolando l’interloquire ed il comprendersi.

    La parola pensata, quindi non ancora esteriorizzata usa due mezzi di espressione, come suono tramite la voce e la parola scritta, in entrambi i modi è estremamente difficile se non quasi impossibile riuscire a mantenere la fedeltà dei contenuti espressi dal pensiero, troppo arcani e miseri i due mezzi di espressione, due periferiche così limitate per una unità di elaborazione così complessa e potente.

    La parola emessa dal suono della voce può vantare generalmente l’aiuto dell’espressione facciale e del tono della voce, aiuto atto a colmare i molteplici contorni reconditi omessi perché troppo prolissi e complessi del pensiero, generalmente sono legati alle sensazioni che danno la vera importanza alla parola espressa ed aiuta notevolmente chi ascolta, mettendola in grado di comprenderne le sfumature capaci di attribuire il vero senso e significato della parola stessa.
    La parola scritta è il mezzo più povero ed anche quello meno comprensibile, proprio perché generalmente privo dell’accompagnamento delle sensazioni di chi l’ha scritta, una frase dovrebbe diventare troppo prolissa per racchiudere tutto quello che lo scrittore pensa e sente, per dare voce alle sensazioni è generalmente richiesto un numero elevato di parole di accompagnamento e contorno, con il rischio di confondere chi legge, mancando l’ausilio del tono di voce e delle espressioni facciali, di conseguenza anche la parola scritta non può sottrarsi ai limiti ed alle possibili interpretazioni errate od incomplete della parola legata alla voce.

    Di quanti libri pieni di parole scritte è fatta la storia dell’uomo, ogni libro regala a chi lo legge la propria interpretazione del contenuto e del relativo senso, quindi si evince la complessità del valore di ogni singola parola ed anche della sua estrema debolezza e fragilità, con una parola si può dire tutto ma nel contempo con la stessa parola si può dire anche assolutamente niente o il contrario di tutto, eppure la parola è la medesima, allora, in fondo qual è il suo reale valore e qual è la sua capacità di farsi comprendere.

    I primi uomini per loro fortuna avevano molte meno cose da dire, quelle poche erano espressioni di bisogni legati all’istinto, relegando la comunicazione più al genere animale che a quello umano, pochi suoni gutturali legati ai bisogni primari, poi nella storia dell’uomo è avvenuto qualcosa che ci ha differenziato da tutto il resto per sempre, obbligandoci a inventare nuovi mezzi di comunicazione più complessi ed articolati fino ad arrivare ai giorni nostri dove le innumerevoli parole sono legate ad ogni nostra componente del vivere, ma nonostante tutte queste parole in modo inversamente proporzionale riusciamo a comprenderci.

    Delle migliaia di parole che conosciamo ed usiamo, la maggior parte sono probabilmente superflue se non addirittura inutili, forse le uniche che continuano ad avere un loro preciso senso sono quelle legate all’essenzialità del nostro esistere proprio come per i grugniti dei nostri progenitori dell’età della pietra, forse il tornare a quei pochi versi legati ai bisogni primari non sarebbe poi un’idea così assurda e malvagia, meno cose da dire meno cose da comprendere, meno cose da mal interpretare, oppure chissà, forse basterebbe anche solo scrivere di meno, parlare di meno e pensare un po’ di più.

    La parola, un mezzo arcaico di comunicazione che nonostante l’uso ultramillenario non è riuscito ad evolvere, se non nel numero delle parole stesse, numero legato all’infinità di oggetti e di cose che siamo stati capaci di circondarci.

    Dulcis in fundu….Perdona le banalità espresse dai miei due neuroni ancora vivi, ma loro mi hanno fatto sapere che nonostante la buona volontà hanno compreso che sarebbe troppo dispendioso e lungo riuscire a tradurre i loro effettivi pensieri, occorrerebbero troppe inutili e forse poco comprensive parole.

    GROG! Che tradotto dall’antico paleolitico significa ciaooo neh! Alla prox.

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  15. Caro Arthur,
    basta anche solo un ascoltatore perchè ci sia “comunicazione”……grazie alla tua capacità o volontà di recepire, il tuo artista comunica ….. 🙂

    PS: io rispondo al telefono, filtro solo le chiamate da numeri commerciali, quando li riconosco 😉

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  16. Espressione e comunicazione dovrebbero andare a braccetto, ma non sempre è così. Nell’Arte pittorica, ad esempio, basta leggere le biografie dei grandi artisti per capire le enormi difficoltà che ebbero in vita di comunicazione, comprensione e condivisione della loro espressività. Anche Monet e le sue Ninfee, a suo tempo. Spesso chi si esprime propone forme nuove e ardite che necessitano di tempo, studi, crescita e cultura per essere apprezzati. Io ad esempio fatico a comprendere la genialità di Rothko Mark e delle sue strisce di colore. E’ sicuramente un mio limite culturale, ma può anche essere che l’artista (oggi quotatissimo da alcuni) abbia osato troppo, abbia scelto un’espressione così ermetica o così superbamente difficile da divenire incomprensibile ai più, a me. L’esempio di Mark può valere per altri artisti, poeti e scrittori.
    L’espressività è un bisogno comunicativo, concordo, e in quanto tale deve favorire la comunicazione. Se questo non avviene qualcosa non va nell’interazione. Nell’emissario o nel ricevente.

    Espressione e comunicazione della parola detta o scritta: argomento ampio e sfaccettato che, vista l’ora, preferisco non affrontare nel dettaglio. Concordo comunque con quanto tu hai scritto. Aggiungo solo che perchè avvenga l’interazione occorre anche che l’argomento della comunicazione tocchi, stimoli, incuriosisca, stuzzichi in qualche modo, le corde dell’interesse del destinatario.
    Ciao, buona notte

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  17. caro arthur, eccomi.
    io credo che usiamo in modi diversi il termine comunicazione.
    per me comunicazione vuol dire mettere in piedi uno scambio reciproco. se io dipingo un quadro, ad esempio, affido al mondo un’espressione di me che non è assolutamente uguale alla comunicazione. l’espressione va recepita, interpretata, distribuita, mediata e queste sono tutte azioni poco scontate e, di certo, non obbligatorie.
    inoltre manca la risposta di chi sta davanti al quadro, della persona che dovrebbe, perché l’intento comunicativo sia messo in atto, rispondere in qualche modo consegnando al mondo una qualche espressione reattiva di sé o l’analisi delle impressioni ricevute.
    si tratta in ogni caso di una comunicazione un po’ zoppa perché non abbiamo nessuna evidenza che chi in origine aveva dipinto il quadro ci stia ascoltando. molto molto diversamente dalla conversazione che stiamo avendo qui, non trovi?
    sul fatto poi che ognuno riscriva a modo suo una parte dell’opera o l’opera stessa sono tradizionalmente d’accordo. ma in nessun caso si può considerare questa riscrittura privata come una forma di comunicazione, si tratta solo di un’altra espressione di sé. un’espressione per giunta volatile, tu stesso scrivi che trovandoti oggi davanti alle ninfee potresti avere un’altra reazione… un’espressione che, quindi, affinché non resti solo l’orma dell’impressione del momento, dovremmo quanto meno buttare giù su uno dei nostri quadernetti.
    baci e scusa il ritardo con cui ti ho risposto!

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  18. Calo

    Esprimersi è comunicare! Non importa il “canale” (voce, musica, disegno, scrittura, gestualità, tracotanze o ritrosie caratteriali…) ogni forma espressiva è comunicazione.
    E, d’altra parte, comunicare è “exprimĕre” premere fuori, tirar fuori da sé qualcosa che, in fondo, ci appartiene (un’idea, un modo di essere, una passione, un punto di vista…)
    Penso quindi che l’esprimersi e il comunicare siano correlati, e questo a prescindere dal fatto che siano “a senso unico” o inseriti nell’ambito di uno scambio, di una relazione comunicativa.
    Baciuzzi siculi e… sempre grazie per gli spunti di riflessione

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  19. Wow, Alan, adesso sono io a dire, usando la parola “WOW”, piatto ricco mi ci ficco, ma sarebbe difficile aggiungere parole a tutte le parole che hai usato tu per spiegare il significato della parola stessa e scusa il gioco di parole che in questo caso mi sembra proprio appropriata.

    Direi, non per sintetizzare il tuo pensiero, ma la parola ha un senso solo se “qui habet aures audiendi, audiat” ( scusa la dotta citazione ☺ ) che tradotto dal latino sarebbe “ chi ha orecchie per intendere, intenda” e credo che in queste semplicissime parole ci sia la chiave di tutto.
    Detto questo, grazie per le tue parole, quando io scrivo un post e poi leggo commenti come il tuo, e come quelli degli amici che in questa circostanza hanno aderito con il loro pensiero, sono felice di aver fatto questa scelta. Questo blog ha un senso proprio perché malgrado quello che giustamente hai scritto, la “parola scritta” ( come in questo caso ) si è tramutata in un pensiero che vive come se fosse reale, e allora si vedono le mani che gesticolano, il suono della voce, lo sguardo, il sorriso.

    Perché, come si fa a non cogliere questi gesti leggendo tutti i vostri meravigliosi commenti? 🙂

    Esagero? No caro Alan, è il bello dell’immaginazione, che legata alla parola ci riporta in una dimensione più reale e la cosa mi piace assai, assai, dippiù, dippiù, direbbe l’Arthur.

    Ciao carissimo, buona domenica. 🙂

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  20. “L’espressività è un bisogno comunicativo”

    Esatto Maria Rosaria, ci credo e lo sponsorizzo se è il caso. Ma se non si riesce a esprimersi in modo che chiunque possa capirti, al di là della comunicazione stessa, o se culturalmente lontano o sconosciuto, allora l’intento secondo me non si è raggiunto. Non può esistere un’arte ermetica, cioè che non vada a cogliere l’espressione più intima di chi la osserva, non può esistere, sempre secondo me, un’arte per pochi eletti, altrimenti arte non è, è solo un modo altero e presuntuoso di proporre delle cose.

    IO posso anche non conoscere Michelangelo o Giotto, o per tornare ai nostri tempi Picasso che con il suo Guernica ha raccontato un evento storico, ma ciò nonostante quel tipo di arte tocca le corde della mia sensibilità suscitandomi delle emozioni, contrastanti forse, ma sempre emozioni sono. Vuol dire che l’artista ha comunicato un suo messaggio, starà a me poi andare a scoprirne i presupposti che l’hanno generato.
    Ne abbiamo già parlato in un altro mio post “l’omologazione e l’arte” ricordi?

    Quindi a questo punto, sarà veramente geniale Rothko Mark? Mi piace come artista, i suoi colori, le sue forme quasi sempre uguali sono stimolanti dal punto di vista visivo, ma non trovo sia davvero geniale, E’ forse molto più geniale Lucio Fontana che invoca un cambiamento nell’essenza e nella forma dell’arte, con il suo taglio della tela, concetto spaziale, pone l’attenzione sullo spazio, inteso però non come vuoto, ma come materia, mezzo per la realizzazione dell’opera.

    Che dire, forse poco comprensibile, ma al tempo stesso un’autentica rivoluzione.

    Evvabè, sono andato oltre, forse. 🙂

    ‘sera!

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  21. Incuriosito sono andato a vedere alcune opere di Rothko Mark, inutile dire che è molto lontano se non addirittura lontanissimo dal tipo di pittura che mi piace e che comprendo, una ricerca geometrica dell’uso dei colori, una cromaticità che svaria quasi totalmente tra le tonalità del giallo ed il rosso, con qualche licenza sporadica sul blu, forme e colori ossessivamente ripetitivi che nascondono probabilmente una ricerca ossessiva di comunicazione, un bisogno di dire e ribadire cose che probabilmente pochi comprendono, senza la possibilità almeno per quel che mi riguarda di interloquire, concedendomi unicamente la presa d’atto di un tentativo di comunicazione con delle espressioni per me assolutamente incomprensibili che non mi concedono ne consentono la reciprocità ed il beneficio che si prova ed appaga quando una comunicazione evidenzia la reciproca comprensione.
    Ciaooo neh!

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  22. @alanford
    ti rendi conto che le opere di Rothko Mark sono state vendute 89.000 dollari e un’altra 60 milioni di euro?!! Quindi o noi, io e te, non capiamo nulla di arte, siamo insensibili, ciechi, non colti, etc… (io per due strisce di colore che non mi comunicano nulla darei al massimo 60 euro) o c’è un mondo che è stato raggiunto dall’espressività di R. Mark .O semplicemente si crea il mito e si buttano i soldi dalla finestra! (chi i soldi li ha da buttare)

    oh, con questo post siamo arrivati a una comunicazione (afona, ok) che è divenuta confronto, conoscenza (ora sai chi è R. Mark), condivisione. Mica poco, neh!
    🙂

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  23. @Ili67
    Daresti al massimo 60 € per le opere di Mark? Sei molto generosa, io sono molto meno preso dal genio pittorico del sopracitato, io non gli rimborserei nemmeno i soldi delle tele e dei colori.
    probabilmente viste le quotazioni che hai citato esiste sicuramente un mondo che per la fortuna del pittore vede le cose molto ma molto diversamente da noi.
    Non sono neanche in grado di definirla arte, le medesime forme ed a volte anche i colori sono posti in essere dagli imbianchini sui muri delle case che devono riidipingere, dei segni di pittura geometrici uno vicino all’altro per porre evidenza a chi deve decidere sulle diverse cromaticità consigliate nnel restauro.
    Circa il prezzo di simili opere non riesco a comprendere chi li stabilisce ed in base a quae metrica di giudizio, non ci resta che ammettere tranquillamente che noi apparteniamo ad un mondo la cui visione dell’arte è decisamente diverso, probabilmente ne meglio ne peggio, ma sicuramente per me vale il senso del meno male che è così.
    Condivido in toto la dove affermi che possiamo tranquillamente dire che siamo arrivati ad una forma di comunicazione condivisa, e, come dici tu non è cosa da poco.
    Ciaooo neh! alla prox.

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  24. Sì Manu, in effetti usiamo in modo diverso il termine comunicazione, ma alla fine arriviamo alle stesse conclusioni. Perfettamente d’accordo con te che chi riscrive un’opera si esprime e non comunica, anche se poi lo fa solo con se stesso. Invece non sono d’accordo sul fatto che le impressioni ricevute mettendoci davanti ad un quadro sia una comunicazione zoppa, perché in ogni caso, qualsiasi sia la nostra impressione, lo stimolo c’è già stato, in positivo che in negativo, quindi l’autore qualcosa l’ha comunicata. (Beh, forse è zoppa per questo. 🙂 )

    Sorrido però, in tutta questa discussione stiamo facendo le pulci ad una cosa che in effetti è di una semplicità assoluta,ma mi piace farlo con te, sai andare a fondo e non demordi ed è molto stimolante la cosa.
    per il resto, non devi scusarti di nulla, questo nostro discutere è solo un piacere e i tempi e i modi non possiamo che sceglierli noi.

    Ciao, poi passo a trovarti. 🙂

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  25. Calo, direi che non potevi che essere più esplicita nell’analizzare “esprimersi e comunicare”, cos’altro dire di più?

    Ricambio i baciuzzi siculi e se per caso dovessi mangiare una bella granita di caffè con panna e brioche, pensami, sarà come se fossi lì con te. 🙂

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  26. Oh mannaggia Maria Rosaria, mi cogli impreparato sui “Buchi” di Alberto Burri, vado a vedere subito di cosa si tratta, mannaggia. 🙂

    Per il resto vedo, anzi, leggo che anche Alan è d’accordo sul fatto che questa nostra comunicazione condivisa abbia preso una bella svolta positiva, motivo per cui mi ritengo fortunato per avere degli interlocutori come voi e chissà quante cose verrebbero fuori se fossimo seduti in un bel salotto, occasione migliore per vedere dal vivo i due neuroni di Alan che magari ci farebbero delle belle boccacce. 🙂

    Ovviamente mangiucchiando qualche arancino o pitone siculo giusto? 🙂

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