Sorridiamo.

cristina

E’ un po’ di giorni che mi sento come se fossi in standby, nell’attesa di scrivere qualcosa per il blog. Ultimamente tra una cosa e l’altra lo sto trascurando, preso dal lavoro e dalle situazioni di vita che spesso incombono senza lasciare spazio ad altri pensieri. Guardo, con un po’ di sconforto la “situazione Italiana”, questa campagna elettorale ormai in postazione fissa, permanente, ahimè.

Salto da un giornale all’altro e la storia è sempre la stessa. Tutti e tutto contro tutto e tutti, chi è dentro e chi è fuori, senza più una vera distinzione che renda le appartenenze quanto meno plausibili. Un grosso calderone dove c’è di tutto, compresa la mancanza di ciò che invece parrebbe essere scontato, la determinazione nel considerare il nostro prossimo semplicemente delle persone da rispettare e null’altro.

Ma oggi, leggendo un articolo di una mamma, Caroline Boudet, ho sorriso: “Louise, mia figlia. Quattro mesi, due braccia, due gambe, due guanciotte tonde e un cromosoma in più.”

Con garbo e con molta ironia, lei spiega ciò che non bisognerebbe mai dire ad una madre che ha una figlia affetta da sindrome di Down o trisomia 21, una specie di simpatico decalogo che c’insegna a considerare i bambini per ciò che sono, dei bimbi appunto, e non per ciò che rappresentano perché ammalati di qualcosa. E infatti a chi le chiede se è una bambina Down, lei risponde semplicemente che è sua figlia, “I suoi 47 cromosomi non rappresentano quello che è. In un’altra situazione, non definireste una bimba una piccola malata di cancro”.

Beh, ho sorriso perché anch’io sono convinto che sia giusto quel che dice e non soltanto perché a mia volta ho una nipotina anche lei affetta da sindrome di Down, Cristina, “Cri, Cri”, sulla quale ho scritto una cosa tenerissima con Nonno Archimede, ma perché Caroline Boudet scrivendo quelle cose ci dà una lezione di vita che oggi più che mai dovremmo prendere sul serio per farla nostra e non dimenticarla mai, perché la nostra vita ha un senso se riusciamo a condividerla con chi ci sta accanto, vicino o lontano che sia, altrimenti diventiamo prigionieri della nostra solitudine, della nostra inedia; quell’apatia che ci rende simili e lontani mille miglia, dove l’unico approccio diventa la spasmodica rincorsa per fare andare velocemente le nostre dita sulla tastiera di uno smartphone, uno a caso, non importa quale.

Sorridiamo, così come sorride Cri Cri nella sua dolce ingenuità, la stessa di noi quando eravamo bambini, la stessa di noi che, da adulti, non abbiamo dimenticato come eravamo.

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24 pensieri su “Sorridiamo.

  1. Vederli con il sorriso sul visetto è semplicemente splendido, regalano sensazioni uniche che a me riempiono il cuore.
    E poi basta con queste distinzioni, sarebbe ora che le persone aprissero la mente e non si soffermassero sempre e solamente a ciò che vedono gli occhi. Quanto mi fanno arrabbiare queste cose, quanto vorrei dare uno scappellotto a quelle persone che guardano e poi sottovoce mormorano “poverino/”…. mah!!!!!
    Bravissima mamma Caroline, un esempio, un vero amore di mamma! Buona giornata e lascia da parte lo sconforto, tanto non risolve niente!! Ciao ciao, Pat

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  2. Tra i miei piccoli alunni avevo una bambina, Claudia, affetta da questa sindrome; rideva sempre, era allegra, simpatica, affettuosa e i bambini non l’hanno mai vista diversa da loro…i grandi a volte si.
    Peccato, “quei” grandi hanno perso il cucciolo d’uomo che è in loro.

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  3. Scussi il ritardo… 🙂

    Sai quale è la questione cara Patrizia, è che generalmente le persone -magari alle volte lo facciamo anche noi… 🙂 – sono abituate a parlare per categorie e quindi a considerare gli altri non come persone con un’anima, un cuore e una propria dignità, ma solo facente parte di quella data categoria. E poi c’è la tendenza a ridurre il tutto in una parola bruttissima secondo me, “POVERINO/A”, come se il dolore, la sofferenza o determinate menomazioni fossero una condanna e non soltanto una condizione da vivere anche se alle volte con dolore.

    Non dico di essere immune a tutto questo, ma mi sforzo nel pensare che siamo prima di ogni cosa delle persone e ciò che al massimo dovremmo trasmettere è considerazione, coinvolgimento, che non vuol dire pietismo o quant’altro.

    Quando si è sposato mio nipote, il fratello della Cristina, ad un certo punto Cri è andata dal pianista che ci intratteneva con un po’ di musica e gli ha chiesto se poteva cantare una canzone.

    A lei piace molto cantare e soprattutto ballare. E’ stato uno spasso, lei tra l’altro è stonatissima, ma cantava con tanta passione e convinzione che la cosa è passata in secondo piano. Vederla così felice era una cosa bellissima e ognuno di noi che l’ascoltava credo che in cuor suo era felice quanto lei se non di più.
    E’ davvero bella la mia nipotina, cara e tenera, sì, soprattutto molto tenera. 🙂

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  4. In genere questi bambini sono molto allegri, ed è facile che i bambini non li facciano sentire dei diversi. Noi grandi invece dovremmo alle volte ricordarci come eravamo da piccoli, forse faremmo meno danni, non credi Fulvia? 🙂

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  5. Gran bel post, Arthur. Ho letto anche di Louise e c’è poco da aggiungere a quanto scritto dalla sua mamma, solo che riempirei la bimba di coccole se l’avessi accanto.
    Sono tante le situazioni in cui le parole occorre soppesarle più del dovuto. Spesso si sbaglia davvero senza volerlo, senza cattiveria alcuna, ma si arreca comunque un fastidio di cui altri farebbero volentieri a meno.

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  6. oh, Arthur, dimenticavo: quando hai un attimo di tempo passa da me e leggi la mia pagina della cookie law in alto, nel menù. Ho citato Morena Fanti per mantenere nel widget laterale i link di Scriveregiocando. Penso non sia un problema per lei

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  7. l’amore che trasmettono i bimbi attraverso un loro sorriso è universale,gratuito e senza malizia o interesse.Il loro è un’amore spontaneo, puro ,al di là del colore della pelle,di un’appartenenza,di una diversità che non esiste se non in errati stereotipi.Abbandoniamoci più spesso nel loro sorriso e riprenderemo il senso vero dell’esistenza…

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  8. Sì Daniela, il sorriso di un bambino è come la luce del sole e se solo riuscissimo a sorridere come loro, tutto sarebbe (forse) più semplice.

    E per il resto, beh, non sempre si riesce ad accettare la “diversità”, ma è solo una questione culturale, con il tempo le cose cambieranno, si spera. 🙂

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