Un’insalata in due!

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E già, la vita va avanti lo stesso, accada quel che accada.

La tecnologia ci stupisce ogni giorno, la gente si evolve, o almeno crede o cerca di farlo, crescono le esigenze e, per quanto sia possibile, si va alla ricerca di cose nuove. Il vecchio è già più vecchio il giorno prima, e la rincorsa all’ultimo smartphone, oggetto del desiderio, appare inarrestabile. Ma resta intatta la paura del domani, nei giovani soprattutto, ma anche per chi in teoria, vista l’età, non ha molto da perdere.

L’altra sera ero davanti alla TV e ho avuto la mala sorte di capitare sul “L’Isola dei famosi”. Visto che volevo farmi del male, l’ho guardato per un po’. Seduti attorno ad un tavolo imbandito per l’occasione con roba da mangiare – tanta, tanta roba da mangiare – i naufraghi di turno, uomini e donne dello spettacolo, dovevano in pochissimo tempo ingoiare più cibo possibile, e stremati com’erano dalle privazioni, davano di sé uno spettacolo a dir poco ridicolo e per quanto mi riguarda, stomachevole.

Ma la gente in studio guardandoli rideva. Ridevano probabilmente al pensiero di come ci si possa ridurre nel momento in cui si ha fame (…). Pochi attimi di ogni ben di Dio sono l’occasione per colmare un bisogno, dal quale è impossibile sottrarsi. Continua a leggere “Un’insalata in due!”

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Diemme: “Ladra di tenerezza.”

"Volo di gabbiani a Capo Caccia" dipintoad olio di Luisa Lamberti (particolare)
“Volo di gabbiani a Capo Caccia” dipinto ad olio di Luisa Lamberti (particolare)

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Parlare di poesie se non addirittura di poeti non è cosa facile, presuppone una profonda conoscenza dell’autore e di tutto il suo percorso artistico, ma provarci è stimolante, per un attimo si ha la sensazione di entrare in un mondo sconosciuto che, un po’ per volta, mette a nudo la sua anima.

Lei, Diemme, è da un bel po’ che la conosco, è stata praticamente la prima “voce” che ho scoperto in rete, in questo universo per certi versi controverso che è il mondo dei blog. Ed è proprio il 30 settembre 2007, quasi appena conosciuta, che lei scrive un post sull’amore, chiedendosi: “Cos’è l’amore, ci ha chiesto Arthur. E io ho cercato dentro di me una risposta… “.

Parole che ha poi ripreso nel suo bel libro di poesie “Ladra di tenerezza”, pubblicato circa un anno fa.

E’ di amore e di vita che parlano le sue poesie, spesso in un sussurro, mai malgrado certi versi crudi, urlando, consapevole delle sue scelte e per questo coraggiosa nel portale avanti, ma sempre con quella vena malinconica e romantica di una donna sempre alla ricerca di una via che la faccia sentire serenamente, almeno per una volta, non di corsa. Continua a leggere “Diemme: “Ladra di tenerezza.””

*** Lo Scialle di seta nero.

Parlare di donne non è mai cosa facile; l’altro giorno Alessandra mi chiedeva cosa io guardassi per prima cosa in una donna e, senza pensarci su due volte, le ho risposto la sua femminilità. Così mi è venuto in mente un pezzo scritto tre anni fa che, all’epoca, avevo pubblicato con una foto particolarmente descrittiva, ma forse bastano soltanto le parole.

E così prima di sera lei prese lo scialle di seta nero e se lo mise sopra le spalle, adagiata in silenzio contro il muro, senza nessuna voglia di risposte.

Mi piacerebbe intrufolarmi tra quelle parole non dette, per far parte di quei silenzi così non diventano più tali e poi, offrirgli l’appiglio per aggrapparsi, per non restare più in bilico, per ritrovare la strada dove ci sono spazi, idee e cieli, dove lo sguardo si perde, dove ci sono le emozioni, dove quel battito in più che va cercando, possa tornare ad esserci.

Cos’è che rende la sua voce simile ad un’emozione che attraversa l’anima, fino a sentirla dentro nelle ossa, e ci resta tutto il tempo che passa, per riviverla, poi, la volta successiva?

Una domanda che trova risposta mentre la guardo camminare incurante della mia presenza, capelli bagnati, collant e maglione largo un po’ slabbrato, una leggera sbavatura nera che fa da cornice a due occhi scuri e profondi come il mare, l’andatura lenta di chi sa di essere osservata, forse anche appositamente lenta, quasi svogliata, l’esibizione di un corpo che, senza curarsi più di tanto, seduce e incanta.

*** Un soffio.

Un soffio, e l’aria come per incanto s’era improvvisamente profumata di delicate essenze; si avvertiva leggero un fruscio, come ali di farfalla tinte di giallo e una luce riflessa splendeva mischiando colore a colore, l’ocra ruvido di un muro lavorato a rustico, ad una morbida pelle ambrata bruciata dal sole, l’uno che nell’altro cerca rifugio, tanto che era impossibile scorgere pieghe che non fossero uguali.

 E dal soffio un respiro, nato dal profondo d’un petto che quasi temeva il movimento, paura di scoprirsi diverso dall’essere lì appeso in quell’angolo, a disegnare sinuose linee nate solo per confondere, per dare al respiro l’alito d’un soffio.

 Quasi una resa, una sottomessa disfatta, che dallo sguardo si lascia accarezzare, come un pennello dalle setole scure che, senza far rumore, s’adagia compiaciuto e impregnato di colore, per indugiare poi su sfumature che danno forma e consistenza; magica dimensione che trascende dall’essere reale, frenetica e al tempo stesso pacata ricerca di una frase, di una parola, di una parola sola che sa di urlo sospirato a fior di labbra, sensuale motivo che serve solo ad appagare.

SOS Donne!!!

                    Capelli rosso cardinale, ricci, raccolti e fermati da una pinza per capelli verde smeraldo, sopracciglia depilate e dipinte di marrone scuro dalla forma arcuata insolita, gote rigonfie evidentemente rifatte, con pomelli abbondantemente pennellati di fondo tinta tendente al fucsia opaco, sintomo che la bacchetta magica del make up perfetto per rendere il viso radioso e levigato come fosse stata una tela su cui dipingere, fosse improvvisamente andata in ferie, occhi vivi cerchiati di nero con gli angoli estremi leggermente a mandorla, bocca sproporzionatamente sproporzionata, che dire a canotto è un puro eufemismo, con riga tendente al bluette e rossetto Rosa Shocking (si scrive così!), non particolarmente alta, vestita con fusò aderenti neri e maglietta aderentissima scollata, che metteva in evidenza una sesta di seno  (?) dalla forma insolitamente arrotondata, altro evidente sintomo di rifacimento totale. Continua a leggere “SOS Donne!!!”

Lo scialle di seta nero…

E così prima di sera lei prese lo scialle di seta nero e se lo mise sopra le spalle, adagiata in silenzio contro il muro, senza nessuna voglia di risposte.

Mi piacerebbe intrufolarmi tra quelle parole non dette per far parte di quei silenzi così non diventano più tali e poi, offrirgli l’appiglio per aggrapparsi, per non restare più in bilico, per ritrovare la strada, dove ci sono spazi, idee e cieli, dove lo sguardo si perde, dove ci sono le emozioni, dove quel battito in più che va cercando, possa tornare ad esserci.

Cos’è che rende la sua voce simile ad un’emozione che attraversa l’anima, fino a sentirla dentro nelle ossa, e ci resta tutto il tempo che passa, per riviverla, poi, la volta successiva?

Una domanda che trova risposta mentre la guardo camminare incurante della mia presenza, capelli bagnati, collant e maglione largo un po’ slabbrato, una leggera sbavatura nera che fa da cornice a due occhi scuri e profondi come il mare, l’andatura lenta di chi sa di essere osservata, forse anche appositamente lenta, quasi svogliata, l’esibizione di un corpo che, senza curarsi più di tanto, seduce e incanta.

A.A.A… cercasi… offresi…

“Prontoooo… “ sento la voce di Antonella che dall’altro capo del telefono e abbozzo un sorriso, perché la sua voce è sempre accogliente… “ ciaoooo, come stai?”

“Bene… “ risponde subito… “ sono a Urbino per un congresso… “

“Maddai… allora ti stai divertendo… mica come noi poveri lavoratori… “

“Si? Magari… invece mi sto annoiando da morire… sto aspettando i miei colleghi per andare a cena fuori e così… “

“Colleghi?” le dico ridendo e prendendola un po’ in giro… “ Scapoli o sposati?”

“Scapoli, scapoli… “ mi risponde… “ e anche molto noiosi…”

E già, infatti, se mi giro intorno, spesso sento dire cose di questo genere. Donne trentenni, indipendenti, alcune già fuori casa, ma… single, qualcuna dice per scelta, altre perché non riescono a trovare l’anima gemella, altre ancora, perché dopo varie esperienze andate a male, cercano di mettere insieme i pezzi, sperando in un futuro migliore.

Insomma, cosa succede? Ne avevo già parlato in un altro mio post, “M’ama… non m’ama… “ di questa moltitudine di giovani che il sabato sera si riuniscono nei bar alla moda, tirati fino all’inverosimile, per poi ritrovarsi nelle discoteche, magari con la segreta speranza di un’avventura, e alle volte neanche quella, cose che durano giusto lo spazio di un mattino, per poi, ritornare a vivere una quotidianità in solitudine, o al massimo in compagnia degli amici.

E come risultato, i tempi si allungano, la speranza di una famiglia o dei figli, se c’è e quando c’è, la si mette in un angolino, nell’attesa di “tempi migliori”…

Amici tanti, ma anche tanto tempo libero dedicato a interessi personali, che se coinvolgono qualcuno, al massimo un’amica o due, niente di più, perché già “la moltitudine” crea dei problemi.

E poi, una nota di tristezza nella voce, la consapevolezza di aver voglia di incontrare una persona con la quale condividere una vita, ma anche la paura di ritrovarsi di nuovo, poi, nelle condizioni di dover ricominciare, perché la delusione è dietro l’angolo, pronta ad avere il sopravvento.

Ieri sera la protagonista di un film che stavo vedendo in televisione, davanti ad un quadro enorme fatto di sole macchie, dice alle sue allieve che a loro non era chiesto di dare un giudizio, ma soltanto di cercare di guardare e andare al di là delle cose che vedevano, di vedere attraverso quelle macchie e poi cercare di capire…

… sarà forse questo il guaio di oggi, cioè non aver voglia di soffermarsi per andare al di là delle cose, per paura, per non perdere ciò che si ha, insomma, in definitiva, per non mettersi in discussione o magari è soltanto altro?

Svegliarsi…

Brilla una luce negli occhi, come di un pensiero fuggitivo che attraversa la mente senza voglia di conferme, le labbra si socchiudono come per dare un bacio e alla fioca luce di una finestra appena socchiusa, il suono di un clic dice che finalmente l’emozione ha trovato il suo rifugio.

E poi, un susseguirsi di frenesie che, tra attimi rubati, s’incastrano, fino a diventare lucide follie vissute ad occhi aperti, tra spazi circoscritti in un immaginario sempre più lontano; fulgida visione di un intreccio di mani e di corpi che si fondono e, senza volerlo, dopo tanto lottare, finalmente è l’abbandono.

Svegliarsi al mattino e tra i vapori fumosi di una doccia, disegnare con il dito su di uno specchio, la curva di una strada che mentre sale, lascia intravedere una lunga discesa che porta al mare.

E gocce di rugiada si staccano una dopo l’altra e nel rigagnolo appena nato, cercano la via per rompere gli indugi, a ritrovarsi ancora insieme verso qualcosa che le porti lontane; il calore di un abbraccio che le asciuga come fossero panni stesi al sole.

Svegliarsi e accorgersi di un nuovo giorno ritrovato.

Odor di primavera…

Odor di primavera… raggi di luce che s’intrecciano alternandosi a lame fluorescenti che tagliano l’aria come fendente, in un alito delicato oltre ogni misura. Colori che traboccano come da un vaso colmo di storie, che a stento riesce a trattenere la voglia di confondersi, rosso che con il giallo smorza i suoi toni, ombre che con il chiaro e lo scuro si scolorano, diventano abbandono, morbida distesa dove adagiarsi inerme.

Voglia di guardare e poi, un succedersi di tele, immagini ramificate che una dopo l’altra si mischiano in un gioco di trasparenze solo accennate… cieli, terre, prati, montagne, mari, nubi, stelle… natura al suo risveglio, tiepido, assonnato, promesse mantenute per occhi che scrutano l’inverosimile scenario, che non è mai da solo, che non è mai lo stesso.

Controversa certezza di parole sussurrate al vento, ma che si posano in ogni dove, l’una accanto all’altra e timido è l’approccio; bisbiglio impercettibile che trova spiraglio nel chiacchierio di una frenesia ormai a fatica trattenuta e ancora, luce, occhi, parole, respiri, affanni, mani che s’intrecciano, corpi che si confondono, pelle che nella pelle trova ristoro… odor di primavera.

Un soffio…

Un soffio, e l’aria come per incanto s’era improvvisamente profumata di delicate essenze; si avvertiva leggero un fruscio, come ali di farfalla tinte di giallo e una luce riflessa splendeva mischiando colore a colore, l’ocra ruvido di un muro lavorato a rustico, ad una morbida pelle ambrata bruciata dal sole, l’uno che nell’altro cerca rifugio, tanto che era impossibile scorgere pieghe che non fossero uguali.

E dal soffio un respiro, nato dal profondo d’un petto che quasi temeva il movimento, paura di scoprirsi diverso dall’essere lì appeso in quell’angolo, a disegnare sinuose linee nate solo per confondere, per dare al respiro l’alito d’un soffio.

Quasi una resa, una sottomessa disfatta, che dallo sguardo si lascia accarezzare, come un pennello dalle setole scure che, senza far rumore, s’adagia compiaciuto e impregnato di colore, per indugiare poi su sfumature che danno forma e consistenza; magica dimensione che trascende dall’essere reale, frenetica e al tempo stesso pacata ricerca di una frase, di una parola, di una parola sola che sa di urlo sospirato a fior di labbra, sensuale motivo che serve solo ad appagare.