Complicità!

E così un bel mattino ci s’incontra quasi per caso e dopo i primi momenti di inevitabile incertezza ed imbarazzo, s’incomincia a chiacchierare, dapprima del più e del meno, quasi a cercare il modo migliore per trovare qualcosa che accomuni e poi, un po’ più rilassati, di cose che, magari senza neanche volerlo più di tanto, riescono a coinvolgere in maniera appassionata.

Nel mentre, giorno dopo giorno, il tempo passa, tant’è che anche le domande diventano un inutile fardello; si finisce col chiacchierare senza chiedersi il perché, basta uno sguardo, un tono sommesso di voce, una pausa non voluta e ci si capisce al volo.

Sarà perché questa è la vita?

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Ve lo ricordate Ermanno?

Ve lo ricordate Ermanno? Ogni tanto viene a commentare i miei post ma, a dire il vero, lui è/era uno ammiratore sfegatato di Solindue, Martina, la mia Socina bella per intenderci, infatti quando lei scriveva qualcosa lui andava in brodo di giuggiole.

Scartabellando tra i miei pixel ho trovato una sua lettera a Luciano – per chi non lo conoscesse, un nostro amico blogger, istruttore di vela, di Kayak e ultimamente anche scrittore, poiché ha appena pubblicato un libro – dove scriveva: Continua a leggere “Ve lo ricordate Ermanno?”

Aspettando The Best…

E nell’attesa di pubblicare il nuovo The best…

Oggi è una giornata un po’ così. Fuori fa freddo e piccolissimi, infinitesimi, impercettibili fiocchi di neve cadono, asciutti che quasi sembrano polvere.

Faccio un giro in rete, leggo di parole che meriterebbero un po’ più tempo da dedicare, nel frattempo con la mente vago altrove, senza una meta fissa, perché è come se mi trovassi davanti ad un crocevia e nessuna direzione da seguire.

A volte succede, nulla di che, come succede spesso che le cose si danno per scontate, piccole o grandi, importanti o secondarie, che siano.

E allora, i pensieri vanno, vengono, spesso si perdono in silenzi che non accettano repliche e invece, come sarebbe bello poter dire ti voglio bene con una carezza… parole che s’accompagnano ad un gesto.

Ne siamo capaci?

Evvabè, torno a pensare a The best… (è solo questione di ore…)

Gocce che colano…

Sali le scale e le pareti sono tutte una colata di cioccolata, con delle gocce enormi che sembrano lì per lì, cadere sulla testa.

Ma ve lo immaginate?

Sto parlando di un nuovo ed originale Concept-Store che è stato aperto a Tokio, dal nome particolarmente significativo, “Godiva”, nonché marchio del celebre Chocolatier belga.

Una boutique nata nella zona di business e shopping Harajuku, dedicata alla Tokio che può spendere, che porta la firma di un architetto famoso per la sua estrosità, Masamichi Katayama, fondatore dello studio d’architettura e design Wonderwall.

Lampadari di cristallo, vetrine piene di golosità, e sulle pareti… gocce, tante gocce (finte) di cioccolato, che sembrano colare sul pavimento…

Immagino che deve essere una goduria non solo per il palato (fatta la “spesa”…), ma anche per la vista, un po’ come trovarsi nella stanza segreta di Paperon de’ Paperoni, con tutto quel denaro che brilla, pronto solo per tuffarcisi dentro.

E’ la nuova frontiera del business? Un modo nuovo per proporre un prodotto?

Indubbiamente un’idea originale che, nell’epoca degli sprechi (per chi può permetterseli…), cavalca il concetto che per vendere, non bisogna dare nulla per scontato, neanche un prodotto che già soltanto per il nome si vende da solo.

Cronaca…

E’ cronaca di un paio di giorni fa.

Londra… un centro commerciale pubblicizza la svendita totale della merce esposta, con capi di abbigliamento che possono essere acquistati anche ad una sola sterlina.

Unica condizione, arrivare in tempo per accaparrarsi la merce migliore.

In pochissimo tempo, la notizia di diffonde e la via antistante al centro commerciale si riempie di gente che aspetta l’apertura del locale.

All’ora stabilita, la folla si accalca davanti all’ingresso, dapprima in silenzio, ma poi, forse l’ansia dell’attesa, fa improvvisamente perdere la calma a qualcuno; incominciano le urla, gli insulti, s’incomincia a spingere, viene chiamata la polizia per mettere un po’ d’ordine e scongiurare il peggio ma, al suo arrivo, la gente, come impazzita, si scatena, e inizia una vera e propria guerriglia urbana, che dopo poco tempo si conclude tristemente con un bilancio inevitabile: tanti feriti e parecchi arresti.

Zimbabwe… nello Zimbabwe si muore di fame, e si magia l’elefante morto.

Il fotografo inglese David Chancellor, che era nello Zimbabwe per fotografare gli elefanti nel loro habitat naturale, racconta di avere assistito ad una scena di una crudeltà inimmaginabile: “Poco dopo l’alba, un abitante della zona ha visto la carcassa di un elefante mentre passava in bicicletta. Sembrava in mezzo al nulla, ma dopo appena un quarto d’ora sono arrivati centinaia di disperati da ogni direzione, le donne hanno formato un cerchio attorno all’animale e gli uomini stavano all’interno. Ho visto gente litigare e accoltellarsi a vicenda, pur di accaparrarsi più carne possibile per la famiglia. Carne che è stata poi portata a casa per essere lavata, essiccata e, quindi, messa da parte, ma c’è anche chi l’ha mangiata lì, al momento. E nei villaggi circostanti hanno fatto poi festa per due giorni, per celebrare la fortuna che era loro capitata”.

In entrambi i casi, tanta violenza, e se si muore di fame, la si può anche comprendere, ma per una maglietta dal costo di una sterlina?

Nessuna dignità!

La scatola.

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Mi allungo sulla sedia e quasi mi sdraio, oggi è di quelle giornate in cui non ho voglia di pensare a nulla e così mi stiracchio, con lo sguardo perso un po’ su quella scatola e un po’ fuori alla finestra.

E’ strano, quando vuoi annullare ogni pensiero i pensieri ti vengono incontro e fanno capolino malgrado tu dica loro di andar via, prepotenti, senza alcun ritegno.

Torno di nuovo a guardare quella scatola e chissà perché sembra diversa, non è solo questione di colore, anche quello, o di materiale, anche quello, vederla rinchiusa in quell’angolo ne amplifica la forma e le dimensioni, come se il suo contenuto volesse a tutti i costi spuntar fuori, e al pensiero mi vien quasi da ridere, perché m’immagino due guance gonfie di vento e lettere disordinate che in un’esplosione di linee rette e curve provano a dar forma a parole mute, ma che hanno l’aspetto di grida che libere da ogni pudore, portano sorrisi, portano lacrime, ricordi ingarbugliati sommersi dalla polvere del tempo, una matassa di fili da sbrogliare, che si percorrere solo se le dita, tra pollice e indice, trovano il ritmo giusto.

No, non ho voglia di pensare a nulla, come in un cartone animato, sento l’aria che si smuove risucchiata dal sordo rumore di un coperchio che si chiude, e un raggio di sole che filtra dai vetri appannati della finestra mi rammenta la giornata che da poco è incominciata, beh, tiriamoci su le maniche che son tante le cose che m’aspettano e nel farlo, sorrido al nuovo giorno, perché oggi sono quel che sono.

Dov’è che stiamo andando?

Picchiato per aver difeso una donna.
Disabile ricoverato in gravi condizioni!

          A leggere una notizia del genere, mi vendono i brividi, notizia che si aggiunge ad altre dello stesso genere e che mi da l’esatta dimensione di come si stia sempre di più perdendo il senso della misura, dei valori, di ciò che è lecito, di quello che dovrebbe essere il vivere civile.

E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, quando anche i dibattiti che dovrebbero servire per capire sono pieni di violenza?

          Come potrebbe essere diversamente, quando chi è eletto per essere al di sopra delle parti, inneggia alla discordia, all’odio e alla divisione?

Come potrebbe essere diversamente, quando il colore della pelle è sempre più sinonimo di discriminazione, quando chi cerca aiuto è considerato al pari di un delinquente, siano uomini, donne o bambini?

          Come potrebbe essere diversamente, quando chiuso nel suo piccolo mondo, ognuno è cieco e sordo a tutto ciò che lo circonda?

Egoismo, individualismo, egocentrismo e soprattutto indifferenza, sono le patologie che parlano di una solitudine sociale che sempre di più fa parte di un nuovo modo di essere o forse anche di esistere, a cui ognuno di noi nega l’appartenenza, fino a che diventa normale picchiare un disabile, solo perché diverso e indifeso… rabbia che nasce, cresce e si alimenta di violenza dall’aspetto patinato, farcita di belle parole…

Sassolini…

Vi siete mai fermati a guardare i sassolini sulla spiaggia in una giornata di fine settembre?

Io l’ho fatto domenica, verso le sette del mattino camminavo in riva al mare e ad un certo punto, all’improvviso, ho avuto l’impressione che i sassolini mi stessero a guardare. C’era pochissima gente, niente ombrelloni, niente sdraio, niente salviette stese, niente persone che prendevano il sole e con ancora negli occhi il pienone di quest’estate, mi sembrava di vivere in un’altra dimensione. L’unico rumore, i miei passi e il suono delle onde, soffice, attutito, come una carezza, il mare era talmente piatto che quasi veniva voglia di camminarci su.

Ed allora li ho visti uno accanto all’atro, alcuni appoggiati, altri che spuntavano fuori quasi volessero fare a gara per le prime posizioni, mi sono chinato ad osservarli e con quelle forme e colori così diversi tra di loro veniva voglia di accarezzarli, lì tranquilli senza che nessuno li calpestasse, lì abbandonati al loro destino, nell’attesa magari di migrare altrove, come fossero parte di un mosaico ancora da completare, piccoli frammenti incustoditi che, uno ad uno, trovano spazio senza mai una fine.

Mi sono seduto e cingendo con le braccia le ginocchia, mi sono messo a guardare, lasciando che lo sguardo andasse per i fatti suoi, libero di vagare tra tassello e tassello, senza per questo cercare perfezione negli incastri, rendendomi all’improvviso conto di quanto mi mancasse.

In silenzio…

Volevo cambiare post, scrivere cose importanti della vita, dell’amore, di gioie e di dolore, di aspettative mancate e ritrovate, persino di silenzi, insomma, di qualcosa che mi facesse pensare solo per un attimo che la strada che sto percorrendo non è solo a ostacoli, che il sorriso, quello che mi sveglia ogni mattino, è contagioso anche per gli altri, per chi pensa che il mondo sia tutto sulle sue spalle, per chi non ha tempo per soffermarsi e prendere respiro, per chi è così preso dall’essere se stesso, che non vede niente di diverso.

Avrei voluto cambiare post, ma il bisogno di mettere ordine in questi miei pensieri mi lascia al momento, come dire, un po’ disorientato, forse perché malgrado tutto ciò che ho capito della vita, ahimè, è assai ben poco e da un lato, anche se mi sorprende, mi da l’esatta dimensione di come siamo fragili e allo stesso tempo futili, perché ci perdiamo in cose assolutamente inconsistenti.

Vorrei poter cambiare post per dare il via a nuove discussioni, dove né i miei problemi, né quelli di un altro, siano l’argomento preferito, dove parlare del più e del meno diventa l’occasione per prendere coscienza di una realtà che spesso confonde il vero con il virtuale, ma che non ha niente a che vedere con i sogni, dentro queste pagine, fuori per le strade, nelle piazze che chiedono giustizia, nei prati sempre più soffocati dal cemento, nelle distese immense di un mare misterioso, tra le corde che vibrano di un’emozione sconosciuta.

Voglio, ma ciò che realmente voglio è non voler nulla, cullarmi nell’idea che ciò che ho è già abbastanza, qualsiasi cosa in più è bene accetta, ma non per questo mi accontento.

E poi, parafrasando Elle, mi siedo in silenzio e ascolto i miei pensieri.

Dimmi come mangi e ti dirò chi sei…

© arthur
© arthur
Dimmi come mangi e ti dirò chi sei… in effetti, potrebbe essere il titolo di un bel libro o addirittura di un film, visto che l’argomento si presta a parecchie interpretazioni, di cui alcune davvero comiche.

 L’altra sera, seduto al ristorante, aspettavo che mi arrivassero gli spaghetti allo scoglio che avevo ordinato. Non ero solo, si chiacchierava del più e del meno, e tra una pausa di sgranocchiamento di grissini (‘mmazza quanti se ne mangiano mentre si aspetta… ) e l’altra, intanto mi guardavo intorno.

 Ammetto che sono un curioso, ma non con morbosità, mi piace guardare le persone, o magari mi soffermo sui particolari dell’ambiente, insomma mi guardo intorno e… l’occhio mi “cade” su due coppie che erano sedute davanti a me (d’altronde, impossibile non farlo… ), sui 65/70 anni circa.

 La cosa curiosa era che, in maniera alternata, l’uomo somigliava (non fisicamente.. ) alla donna che era seduta di fronte all’altro uomo e viceversa, per cui, con i miei amici, iniziarono subito le scommesse per scoprire chi fosse coppia e con chi.

 Uno dei due signori era stempiato, con un bel po’ di pancetta, una camicia che sembrava di un paio di taglie più piccola, stava con i gomiti appoggiati sul tavolo e continuamente, mentre parlava, si sfregava le mani. L’amico, era più smilzo, con una folta capigliatura marroncina che a detta di alcuni sembrava un parrucchino, delle sopracciglia molto folte e l’aria più dimessa, nel senso che ascoltava e ogni tanto annuiva.

 Le due signore erano, una biondo platino, con una chioma fluente e un vestito scollacciato e l’altra un po’ più piccoletta, con gli occhiali scuri e una frangetta alla francese che devo dire le donava.

Insomma, un bel quartetto di persone molto distinte… fino a che non sono arrivati i primi piatti… 😉

Al signore grassottello, gli arriva un bel piatto di spaghetti alle vongole… sempre con i gomiti poggiati sul tavolo circuisce il piatto (forse aveva paura che qualcuno lo portasse via… ), prende la forchetta, la brandisce come se fosse un’arma impropria e, tenendola con il pugno chiuso, incomincia ad arrotolare gli spaghetti, e letteralmente con il muso nel piatto, incomincia a mangiarli. Ogni forchettata, essendo più abbondante della sua capienza, la rumina con gli angoli della bocca che incominciano a dipingersi di piccolissimi rivoli di olio che incurante dei suoi sforzi, scendono copiosi senza più ritegno, gli occhi che nella masticazione disegnano un cerchio concentrico, sembrano improvvisamente animarsi, e guardano ora il piatto, ora il bicchiere colmo di vino, che ogni tre forchettate, lui ingolla con evidente soddisfazione e un sospiro finale.

 Nel piatto ci sono anche alcuni gusci di vongole, che senza darsi pace, succhia devo dire con molto savoir faire, cioè quasi in silenzio, senza fare troppo rumore, asciugandosi poi le mani su di un tovagliolo che da bianco era improvvisamente diventato di un bel colore ambrato, con sfumature rossicce e per guarnizione, delle piccolissime foglie di prezzemolo, sparse qua e là.

 Finiti gli spaghetti, si ferma un attimo, allarga i gomiti, con lo sguardo passa in rassegna il piatto, con la forchetta, aiutandosi con un dito, raccoglie l’ultimo spaghettino rimasto, si asciuga la bocca tamponandola con cura, guarda l’amico che sta ancora mangiando, fa l’occhiolino alla signora sua dirimpettaia e… ricomincia a sfregarsi le mani, in attesa, immagino, del secondo piatto.

 Beh, a questo punto vi risparmio le performance degli altri, per quanto devo dire che le signore, tranne una piccolissima sistematica ai denti con le unghia, si sono comportate bene.

 Dimmi come mangi e ti dirò chi sei… mannaggia, mi sfugge l’aggettivo, e forse un filmatino potrebbe fare al caso mio? Tuo? Nostro? Diciamo al caso…