Se stessi!

Ficodindia

“Fai attenzione alla tua ombra… E’ con te da quando sei nato. Quando perderai la tua vita, la perderà con te, senza averla mai vissuta. Cerca di essere te stesso e non la tua ombra, o te ne andrai senza sapere che cos’è la vita.”

Queste parole le ha scritte Giorgio Faletti il 24 giugno in uno dei suoi ultimi messaggi sul web.

Ho voluto riprenderle perché credo dicano una gran bella verità, della quale ognuno di noi dovrebbe averne coscienza.

Quante volte cerchiamo di consumare la nostra esistenza senza una vera consapevolezza, nelle scelte, nelle decisioni, arrancando tra mille e più di un compromesso, pur di adeguarci a schemi per raggiungere vere e proprie scorciatoie, dove impegno, dovere e professionalità lasciano il posto all’obiettivo a tutti i costi e, costi quel che costi.

Quante volte temiamo di apparire quel che siamo, la paura di non essere mai troppo ci fa vivere una doppia dimensione, dove forse neanche “quell’ombra” ha chiaro dove è meglio posizionarsi.

E allora perché dannarsi, la certezza di se stessi nasce dalla voglia di non rincorrere mete impossibili, o quanto meno, meglio fermarsi al momento giusto; è l’occasione per riprendere fiato, magari con un sorriso.

Lontano dagli occhi…

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, famoso e strausato detto che trae le sue origini da una frase di Seneca sull’influenza negativa che la lontananza esercita sui ricordi di una persona.

Ebbene, cosa c’è di vero in tutto questo?

Se dovessi dare una risposta in base alla mia esperienza, direi che di vero c’è ben poco, visto che i ricordi che mi legano ad una persona, in positivo, li relego in una parte di me che difficilmente si dissolve come neve al sole. Quando in genere si affronta quest’argomento, io faccio sempre l’esempio di una mia cara amica che ho conosciuto ai tempi dell’università a Firenze, e che dopo varie peripezie di entrambi, ci siamo persi completamente di vista. Ci sentiamo raramente e raramente ci scambiamo qualche e-mail, eppure io ho la sensazione che malgrado tutto, quando la sento, mi sembra di averla lasciata il giorno prima. Continua a leggere “Lontano dagli occhi…”

“Ciao.”

“ Ciao.”

Non era la prima volta che la vedevo così com’era in quel momento, mi dava le spalle e con le mani raccolte dietro la schiena guardava fuori dalla finestra. Nella penombra riuscivo appena a scorgere il colore dei suoi vestiti e raggi di luce giocavano con i riflessi dei suoi riccioli neri, che quasi veniva voglia d’acchiapparli.

“Ciao.” mi risponde senza neanche girarsi, detto in un soffio, come se avesse qualcos’altro a cui pensare, ma che suonava come un richiamo dal profondo del cuore.

Mi fermo e la guardo. Mi piace guardarla mentre lei non mi vede, riesco a vederla oltre la sua immagine; con i miei occhi l’attraverso, l’accarezzo, cerco un appiglio per non lasciarla andare, per non perdere neanche per un attimo la sensazione di essere posseduto da quella meraviglia e pensieri si accavallano uno sopra l’altro, non cercano risposte, ma solo voglia di ritrovarsi ancora una volta desiderio che si perde in lucida follia.

Mi avvicino cercando di non fare troppo rumore, con il suo respiro che, passo dopo passo, mi sembra di avere incollato addosso, scosto i capelli, un lembo di pelle fa capolino da un raggio di luce che solitario era lì ad aspettare, sento l’odore della sua pelle che mi entra dentro ai polmoni, ancora immobile, china da un lato la testa e tra il sordo rumore di un intreccio di mani che si cercano, la sfioro con le labbra per dirle ancora…

“Ciao.”

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” La ricerca della Felicità “

Ieri sera ho visto un bel film di Gabriele Muccino, “La ricerca della Felicità”, dove il protagonista, Chris, vive insieme al suo bambino tutta una serie di disavventure.Indossando sempre il suo abito migliore, Chris, con l’orgoglio di chi non può e non vuole mollare, cerca di sopravvivere dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni della metropolitana.

Alla fine, riuscirà a trovare la sua tanto desiderata felicità.

Un film alla rincorsa del sogno materialistico americano, ma che offre diversi spunti per una riflessione.

La ricerca della felicità. Vivere un giorno dopo l’altro alla ricerca della felicità potrebbe voler dire che non è poi tanto facile trovarla, si rincorre e magari dopo averla trovata, ecco che scappa di nuovo, per una disavventura, un dispiacere improvviso.

Ma cosa è poi la felicità? Immagino che se dovessi chiederlo ad ognuno di voi, le risposte sarebbero una diversa dall’altra, e questo vuol dire che in assoluto non esiste una felicità uguale per tutti?

Bella domanda; personalmente ho l’impressione che spesso siamo noi stessi a negarcela, magari inconsciamente e non per una sorte avversa. Rincorriamo a volte talmente tanti desideri (che non hanno niente a che vedere con i sogni… ) che poi alla fine non sappiamo più quale è quello che ci fa stare bene veramente e allora si vive una vita fatta di scontento, perché tutto ciò che si ha non è mai abbastanza.

E’ un po’ come vivere sempre con i paraocchi, perché raggiunto un obiettivo, se ne rincorre un altro, senza aver avuto il tempo di godere quel poco o tanto che si è ottenuto, una rincorsa che inevitabilmente ci porta ad aumentare le nostre aspettative e questa benedetta “felicità” si rischia di non raggiungerla mai.

Nel film la felicità s’identifica con il benessere economico, che poi era stato la causa della separazione tra Chris e sua moglie che, nel film, non ha certo un ruolo edificante, perché sempre scontenta e isterica, pur supportata da validi motivi e qui probabilmente si evidenzia la concezione che Muccino ha delle donne.

Per quanto mi riguarda, non so esattamente se io sia felice oppure no, ma so senz’altro di essere sereno con me stesso e soprattutto con gli altri, non rincorro l’impossibile e neanche ritengo che sia indispensabile farlo, con cura coltivo i miei affetti, perché credo siano l’unica mia vera risorsa.

Sto bene con me stesso e penso che riuscirei a star bene anche su di un’isola deserta, anche se un po’ di compagnia devo ammettere che non ci sta per niente male.

Bene, forse mi accontento di poco e se questa è felicità, beh, devo dire che io sono felice.

E voi?

… e finalmente, un raggio di sole.

Sfogliando l’altra sera il 1° angolo delle chiacchiere del 13 novembre 2007.

Allora, generalmente vado il giovedì (quasi sempre…) da McDonald’s, perché, pur amando la buona cucina – sono siculo d’origine –  mi piace mangiare ogni tanto delle sane porcate e inoltre, ritengo le patatine fritte di McDonald’s le migliori in assoluto.

…e sul cioccolato… sul fatto che la voglia di cioccolato si identifica con mancanza di coccole, credo sia un’enorme bugia, inventata ovviamente dalle donne che, per ottenere l’uno e l’altro, ci hanno per “secoli” buggerato bellamente.

… e sulla primavera, che bella storia…

In effetti, tutto dipende da come si dicono le cose.

Giorni fa, ricevo da un mio caro amico due foto, scattate da lui in un appartamento al mare appena acquistato (60 mq…) e che era costato una follia (per pudore evito di dirlo…). In una delle foto, era raffigurato un bellissimo tramonto e sullo sfondo l’isola Palmaria, con una didascalia molto esplicita “… e finalmente abbiamo pure il nostro tramonto !!!!!”… e la seconda, raffigurava due piedi in primo piano, con sotto un mare verde e cristallino con scritto: “Les piéds dans l’eau …”

Sentendomi, in quel momento, in vena di ironica creatività, prendo la mia macchina fotografica, che per fortuna ho sempre a portata di mano, esco dallo studio, attraverso la strada ed entro in un’azienda che si occupa di meccanica (conosco ovviamente i proprietari…), scatto, a mia volta due foto, dove in una s’intravede in penombra l’officina, con una porta aperta, e un fascio di luce che l’attraversa, intitolata “…e finalmente, un raggio di sole…” e la seconda, in primo piano due piedi, dall’alto di un mezzanino, con sotto tubi, carrelli e quant’altro, intitolata “…chi pedi ‘ntu carreddu…”, ovviamente in siciliano (con i piedi nel carrello… ).

Pregustavo l’idea che alla vista di tanta spiritosaggine, (la mia ovviamente… ), il mio amico si scompisciasse dalle risate e invece…tanta malinconia. Lui vive una vita agiata, senza il bisogno di preoccuparsi del domani, diverso quindi da chi, di quel domani cercherà delle risposte che, purtroppo, non sempre è in grado di dare. Aveva capito questa “cosa” e…

E’ vero, c’è modo e modo di dire le cose.

 

Ci credo ancora?

Ci credo ancora?

Pensare che tutto ciò che c’è dato, può non essere all’improvviso più lo stesso, per una parola detta, forse “malevola”, ma quale poi, per un momento di stanchezza, per un malinteso non chiarito, o forse difficile di chiarire, per uno sguardo che non c’è stato, ma solo perché impossibile da vedere.

Non sono scuse che cerco, e neanche giustificazioni da proporre, e poi perché mai, se qualcuno di voi mi ha letto durante questi mesi, sa che non vado cercando appigli dove aggrapparmi.

Solo un attimo per riflettere, per darmi e darvi la possibilità di rivedere con occhi sgombri dove può andare a parare un rapporto che può sembrare fatto solo di parole.

Ho iniziato per caso e poi per gioco questa avventura, in nome forse di una libertà che, dietro la parola, poneva la fiducia, che dietro uno sguardo che non c’era, l’accento alle emozioni, che dietro ad un paravento ben protetto, cercato, voluto e non voluto, la disponibilità a condividere.

Non mi sono posto troppe domande, mi sono “tuffato” nella rete e ho cercato di dare qualcosa, ma senza l’assillo di pretendere dell’altro.

Non ho aperto subito un blog e d’altra parte sono sempre stato scettico sul farlo e la mia coerenza me lo ha quasi imposto, ma mi sono messo dall’altra parte, dalla parte di chi, prima di dire ascolta e dopo, se proprio è il caso, dice qualcosa.

Sono scappato da quei diari riproposti in chiave quasi patetica, da quelle letture che nascevano da malcontenti,o da occasioni mancate, da situazioni noiose a volte solo per il gusto di esserlo. Ma anche da chi, dietro ad un blog, poneva l’immagine di sé al di sopra d’ogni cosa, senza creare alternative, senza offrire o dire niente.

In questo spazio ho trovato una via da seguire, e senza che me ne rendessi conto, è diventata lunga, a volte piena di ostacoli, di silenzi non contemplati, di lunghe code nell’attesa di risposte non sempre ricevute.

Ma gli sguardi continuavano a non esserci.

E poi, pian pianino, ho trovato le persone, semplici persone che avevano voglia di dividere e questo “spazio” le lasciava libere di farlo, proprio perché non era ad un post che dovevano rispondere ma solo a quel bisogno che è un po’ di tutti, di parlare solo per farlo, di parlare per ricevere, se era il caso, una risposta.

Ed è in quelle parole, dette senza volere chiedere e in quelle risposte date solo con la voglia di esserci, che ho incominciato a scorgere gli sguardi.

Pazzia, direte, o forse un attimo d’incertezza? No, assolutamente no.

Seduti uno accanto all’altro, alla ricerca di calore, il suono della voce di chi parlava, era un sottofondo alle cose che diceva; a volte risate incontrollate, a volte poesie sussurrate, a volte canzoni strimpellate, a volte racconti di storie che con le storie non avevano niente a che vedere, a volte arringhe appassionate su cose che purtroppo potevano dividerci, a volte confessioni fatte sottovoce e, in tutto questo, potevano non esserci gli sguardi?

Erano sguardi fatti di parole, che ognuno di noi offriva agli altri senza pretese, senza volere per forza qualcosa in cambio, a volte come carezze, a volte fissi in cerca di risposte. Erano sguardi fatti di parole, magari solo per dire arrivederci, buon giorno o buona notte, e chi lo leggeva il giorno dopo, vuoi che non li vedesse?

Questo per dire, che serve la voglia, per sentire, oltre che per vedere l’altro. E forse non è così anche nella vita reale? Quanto di ciò che vediamo o sentiamo ci resta veramente impresso?

In questo mondo virtuale, il fatto di non potersi guardare negli occhi si fa sentire, essere dietro ad un video e una tastiera, può creare dei malintesi, il mezzo ci limita, ma siamo sicuri che potersi guardare sempre negli occhi dia ottimi risultati?

Io non ne sono del tutto convinto, ma mi concedo la possibilità di crederci, così come me la concedo nel credere in un rapporto che può sembrare fatto solo di parole.

E oggi che anch’io ho un blog, ci credo ancora.

Auguri Papà!

2 Marzo 1920, è la data di nascita di mio padre Santi e se oggi ci fosse ancora, compirebbe 89 anni e allora… auguri Papà, ovunque tu sia e intanto che ti penso, leggo questa tua poesia, che come tutte quelle che hai scritto, è pulita e viene dal cuore.

Una ballata che mi culla.

Se é vero che movimento é vita
il tuo, o mare, é tre volte vita:
vita se amoreggi coi navigli
quando sciabordi seminando bava,
vita se accarezzi piccoli scogli
che a Cefalù, a Milazzo, a Taormina
sono come un rosario che si sgrana
tra profumi di rose e gelsomini.
E’ pure vita nel tuo copioso grembo
dove l’amore alla natura è pegno.
E’ dolce il mormorio dell’onda
quando ti accosti a riva:
coi sassi ti trastulli.
Che suoni,che canti!
E’ come una ballata che mi culla.

Santi

Auguri Papà!

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La ricerca di un motivo.

Non ricordo come sia successo, so che un giorno improvvisamente tutto è cambiato, giravo per la stanza alla ricerca di un perché, sicuro che non sarei mai riuscito a trovarlo, inconsapevole ma inesorabile certezza, l’assurda convinzione di esserci già passato, un giorno, un anno, forse in un’altra vita, o chissà.

E poi, sarebbe inevitabile cercare un seguito, o per lo meno aspettarselo da un momento all’altro, sapere di aver voglia di metterli insieme tutti quei mosaici, contare e ricontare ogni piccolissima tessera sperando che nulla vada perduto, colore che con colore s’accompagna, piccole sfumature che danno vita ai contorni, ora sbiaditi,  che vivevano un tempo di luce riflessa, ombre e luci che incupiscono, che rischiarano, ricerca di percorsi ancora inesplorati, voglia di cavalcare praterie sconfinate, occhi che curiosi cercano conferme, labbra che s’atteggiano a sorrisi, parole dette su parole ormai risapute e poi, ricominciare un percorso senza fine.

 

 Cos’è che mi ricorda tutto questo? Forse l’odore della primavera, l’afa insopportabile di un’estate torrida, di stagioni che cavalcano l’eco dei miei sentimenti e senza volerlo, ritrovarsi in un domani che nessuno aveva mai richiesto.

Parole e immagini.

Parlando l’altro giorno con una mia amica (… ), è venuto fuori che le immagini che metto nei miei post, sono un pochetto, come dire, criptiche, cioè difficili da collegare alle parole, o all’argomento che sto trattando.

 

Beh, la cosa mi ha molto meravigliato, perché ogni volta che scrivo un post, cerco accuratamente nell’archivio delle mie fotografie, quella che in qualche modo lo rappresenti al meglio, in modo che immagine e parole siano complementari tra di loro.

 

Ci ho riflettuto e quindi, è stata l’occasione per andare a ripercorrere le scelte fatte, che però ho confermato ulteriormente.

Quando ho deciso di aprire questo blog (son già passati due mesi… ), l’obiettivo che volevo pormi era di esprimere in qualche modo delle emozioni, cercando per quanto mi fosse possibile di parlare poco di me e più delle cose che mi stavano a cuore, sensazioni da condividere con chi veniva a leggermi.

 

Non credo di avere una “lirica” particolarmente complessa e i concetti cerco di esprimerli nel modo più chiaro possibile, ma alle foto o alle immagini che metto, do un’altra valenza, in genere sono foto che ho scattato in giro in qualche viaggio, o magari divertendomi con gli amici, momenti magici che a loro modo esprimono un pezzetto della mia vita, e che per questo mi appartengono profondamente.

 

Le uso più come una metafora, rappresentative di ciò che ho detto, l’espressione di un linguaggio che ognuno di noi è libero di vedere con i suoi occhi, di percepire con la sua sensibilità e allora se nella lettera alla Befana parlo di coscienze che devono risvegliarsi, la foto che la rappresenta parla di purezza, di natura incontaminata che stimoli in me e in chi la guarda, il bisogno di riappropriarci di ciò che ci è stato tolto; parole e immagini, due modi diversi per esprimere la stessa cosa.

 

Insomma, questa è l’intenzione, per il resto… a voi l’ardua sentenza!

E poi…

Mannaggia, e siamo arrivati anche al giorno dopo Natale… che poi, non ho capito bene, ma bisogna dire anche Buon Santo Stefano?

 

E poi…

 

… mi viene in mente con “e poi… ” quello dei bambini, quando racconti loro una storiella… ieri ero con la mia nipotina di tre anni e mezzo appena, e seduta accanto a me, tenendo il mio pollicione nella sua manina, mi raccontava della festa che avevano fatto all’asilo nido, dove le femminucce facevano la parte delle caprette e i maschietti quella del lupo ed io le chiedevo: “ma come, il lupo non mangia le caprette?” e lei sbarrando gli occhi: “ Ma no, che dici mai… pensare che il lupo è cattivo significa essere prevenuti, e siccome noi non lo siamo, le caprette non hanno paura del lupo e il lupo non ha voglia di mangiare le caprette… “

 

Che tenera… magari fosse così nella vita reale… e allora le ho raccontato del Piccolo Principe, di quando aveva chiesto di disegnare una pecora… e mentre parlavo, lei mi guardava con i suoi occhioni e appena mi fermavo, subito pronta “e poi…?”

 

E poi… come quando c’era ancora “lei” , ed io la guardavo per come era bella e le dicevo che l’amavo… lei, chinando la testa da un lato, con un sorriso biricchino subito pronta rispondeva: “E poi?”… soltanto voglia di sentirselo dire ancora… soltanto voglia di sentirselo dire ancora, e poi …

 

Chissà come mai oggi riesce difficile dirlo quel “e poi”, ma anche sentirlo a dire il vero, tanta poca è la voglia di dire due parole, di raccontarsela un po’ come si faceva un tempo, senza problemi, così semplicemente… incontri un vicino, con un sorriso lo saluti e poi… finisce tutto lì.

 

Forse mi sento anch’io un po’ bambino, comunicare, sognare sulle cose un po’… ma, secondo voi, i grandi se lo ricordano di essere stati anche loro dei bambini?

 

Uhm… non ci ho mai capito molto in queste cose… evvabè, dal vostro Archi… Buon Santo Stefano e Buon tutto quanto.

 

psss… e poi… se qualcuno s’azzarda a dire che la foto non c’azzecca, peste lo colga…

 

ft: nonno Archimede.