una, due al massimo…

© arthur

                    ‘nnagg… lo sapevo, è inutile insistere, ma a furia di frequentare nonno Archimede, questa volta non c’ho capito niente pure io.

E già, ma come direbbe qualcun’altro, serve poi capirci qualcosa?

L’altra sera, mentre ero a spasso per le vie del mondo, ad un certo punto mi sono rivolto ad un mio amico e gli dico: “Sai… (Carla non ridere…) sarebbe bello avere un po’ di tempo a disposizione, prendersi un mesetto di ferie, andare a chiudersi in una clinica svizzera, farsi tutta una serie di esami, scoprire cosa non va bene, farsi rimettere in sesto e dopo essere uscito, piantare tutto e tutti e andare fuori dalle scatole.”

                    Le persone che mi erano intorno mi guardano con un sorriso misto a stupore e comprensione (poverino…) e il mio amico mi fa: “ Perché, stai male?” Lo fermo subito a scanso d’equivoci e gli dico, guardando gli altri con aria di sfida: “ Ma che dico, andare in una clinica svizzera, e perché poi? Vado direttamente fuori dalle scatole e vedrai che della clinica svizzera non c’è più bisogno” A questo punto, tutti con il telefono in mano, alla ricerca del numero della neuro, viste le condizioni critiche e disastrose del sottoscritto. Continua a leggere “una, due al massimo…”

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Realtà e fantasia.

Che strano questo mondo, strano e variopinto a quel che sembra, soprattutto se lo si guarda da un’angolazione un po’ particolare, che è quella che in questo momento, intanto che scrivo, ho davanti agli occhi, cioè da dietro una tastiera e come panorama, lo schermo del mio computer, che per quanto bello possa essere (22 pollici, panoramico, quel che si dice un 16:9 reali… ), sempre uno schermo è, purtroppo, aggiungo.

E’ strano perché, dopo aver capito (in ritardo direi…), che la differenza che passa tra virtuale e reale è assai ben poca, mi sono reso conto che sentire la mancanza di una persona è, né più né meno, come nella vita reale, se non di più. Non è quindi il non essersi mai visti che fa la differenza, ma il tipo di rapporto che si è creato, le emozioni che si sono vissute, magari amplificate dal fatto che non si è vissuto lo sguardo, i sospiri, i silenzi…

Stamattina ho ricevuto un’e-mail da una carissima amica, nella quale metteva in evidenza la differenza che c’è tra la foto in bianco e nero di un bel bambino riccioluto ( il mio avatar…) e una persona in carne e ossa, e non posso che darle ragione, perché la vita scorre innanzitutto fuori da queste pagine, e guai se non fosse così, perché altrimenti vorrebbe dire che realtà e fantasia si confondono, al punto da non aver più chiaro quale sia la differenza tra le due, ma è pur vero anche che in queste pagine, ognuno di noi, ripropone se stesso, la sua vita, usando magari la metafora, come spesso faccio io.

Alle volte penso di conoscere meno amici di una vita,  che amici incontrati in rete e questo mi fa molto pensare.

Che strano questo mondo virtuale, da quando mi ci sono intrufolato, ( e sì, intrufolare è la parola giusta…), ho cercato di comprenderlo, di conoscerlo, per non prenderne troppo le distanze, perché altrimenti mi sarei sentito diverso a secondo di dove sono o di cosa faccio: se con un amico sono seduto al bar, provo un certo tipo di sentimenti, se con un amico, siamo seduti entrambi dietro ad una scrivania lontano mille miglia, provo dei sentimenti diversi e questo, scusatemi, non riesco a concepirlo.

Realtà e virtuale (fantasia?) non si equivalgono, ma alle volte il virtuale è più vero della stessa realtà.

Forse… 😉

Vogliamo chiamarla complicità?

          Tempo fa, chiacchierando con un mio carissimo amico, mi è venuta spontanea una domanda, più come provocazione che per altro. Come forse “qualcuno” ricorderà, noi due abbiamo due modi diversi di affrontare le cose: io un po’ più diretto, a livello di emozioni vissute e dichiarate, non ho paura di perderci, lui un po’ più difeso.

 E proprio perché a me piace parlare di ciò che provo, che ad un certo punto gli chiedo:

          “Riesco a trasmetterti, parlando, tutte le emozioni che provo? E sì, perché nel momento in cui ti racconto una storia che ho vissuto, potrebbe essere anche l’emozione di trovarmi davanti ad un chiostro del ‘300 o di una coppia di vecchietti  incontrati al supermercato che si tengono mano nella mano, vorrei che tu capissi dentro di te ciò che ho provato e soprattutto che riuscissi a trasmetterti il mio stato d’animo di quel momento, quasi a volerti partecipe, non solo perché mi ascolti, ma anche perché ti compenetri in me, ti coinvolgi, come due gemelli dentro lo stesso marsupio…”

Beh, la sua risposta è stata ovvia, ossia che capiva ciò che avevo provato, ma per provarlo allo stesso modo, avrebbe dovuto essere al posto mio. (!..)

          Ebbene, in effetti, credo sia un po’ il mio limite. Se vado in giro per la città e godo delle bellezze che mi circondano, vorrei che allo stesso modo godessero anche gli altri. Questa profondità d’intenti, credo non sia facile da condividere, almeno espressa con lo stesso entusiasmo e semplicità.

Però, io ci provo sempre…il fatto è che mi piace gioire, anche in compagnia, che ci posso fare?

Facciamo pace?

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“’giorno!”

“ uhmmm! “

   “Perché fai il muso”

“Beh, dovresti saperlo perché e poi, come mai me lo domandi?”

 “Così, ti stavo guardando e allora… però devo dirti una cosa, quando t’infiammi sei desiderabile eh, lo so, ti sembrerà strano, ma quando ti vedo così, da un lato ti torcerei il collo e dall’altro, uhmmmm, mi fai venire delle strane idee in testa, anche nei momenti meno impensabili, mannaggia. “

“ Maddai, mi stai prendendo in giro? “

   “ No, no, assolutamente no.”

“ Detto così non è che mi convinci molto, c’hai un’aria…”

   “Eddai con quest’aria,  facciamo la pace?”

“Perché, abbiamo litigato? O forse vuoi litigare per fare dopo la pace?”

“Come siete complicate voi donne, insomma, volevo dire che mi dispiace che non ci siamo capiti e poi tu alle volte parti per la tangente.”

“Io? Ecco, vedi come sei, la colpa è ancora mia. “

  “Ma no, ma no, ma no, cosa hai capito, ecco, vedi che non ci capiamo; però quando t’infiammi… “

“ E già, alzo la voce, non prendo fiato e dico le cose attaccate una all’altra “

“ No, beh, sì, in effetti è così, ma anche se non ti vedo t’immagino rossa in viso che gesticoli come una forsennata e sei così anche quando… hihihiiiiiiiiiiiiiiiiii!!! “

“Ma smettila di fare il leccone, smettila, e poi non è vero che sono uguale a quando… beh, forse sono rossa in viso quello sì, ma non gesticolo, anche perché mi piace se lo fai tu. Evvabè, non gesticolare, cosa hai capito e poi smettila di sorridere e di guardarmi con quegli occhi da cockerino che poi fai venire la voglia anche a me. Eddai, smettila, uehmmm, sei tremendo!“

“Io? E cosa sto facendo, ti stavo soltanto ascoltando e ovviamente guardando, ma come mai sei rossa in viso e gesticoli come una forsennata?”

“Maddai, spetta, ho perso il filo. Perché stavi parlando di far pace? “ 🙂

“Ciao.”

“ Ciao.”

Non era la prima volta che la vedevo così com’era in quel momento, mi dava le spalle e con le mani raccolte dietro la schiena guardava fuori dalla finestra. Nella penombra riuscivo appena a scorgere il colore dei suoi vestiti e raggi di luce giocavano con i riflessi dei suoi riccioli neri, che quasi veniva voglia d’acchiapparli.

“Ciao.” mi risponde senza neanche girarsi, detto in un soffio, come se avesse qualcos’altro a cui pensare, ma che suonava come un richiamo dal profondo del cuore.

Mi fermo e la guardo. Mi piace guardarla mentre lei non mi vede, riesco a vederla oltre la sua immagine; con i miei occhi l’attraverso, l’accarezzo, cerco un appiglio per non lasciarla andare, per non perdere neanche per un attimo la sensazione di essere posseduto da quella meraviglia e pensieri si accavallano uno sopra l’altro, non cercano risposte, ma solo voglia di ritrovarsi ancora una volta desiderio che si perde in lucida follia.

Mi avvicino cercando di non fare troppo rumore, con il suo respiro che, passo dopo passo, mi sembra di avere incollato addosso, scosto i capelli, un lembo di pelle fa capolino da un raggio di luce che solitario era lì ad aspettare, sento l’odore della sua pelle che mi entra dentro ai polmoni, ancora immobile, china da un lato la testa e tra il sordo rumore di un intreccio di mani che si cercano, la sfioro con le labbra per dirle ancora…

“Ciao.”

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” La ricerca della Felicità “

Ieri sera ho visto un bel film di Gabriele Muccino, “La ricerca della Felicità”, dove il protagonista, Chris, vive insieme al suo bambino tutta una serie di disavventure.Indossando sempre il suo abito migliore, Chris, con l’orgoglio di chi non può e non vuole mollare, cerca di sopravvivere dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni della metropolitana.

Alla fine, riuscirà a trovare la sua tanto desiderata felicità.

Un film alla rincorsa del sogno materialistico americano, ma che offre diversi spunti per una riflessione.

La ricerca della felicità. Vivere un giorno dopo l’altro alla ricerca della felicità potrebbe voler dire che non è poi tanto facile trovarla, si rincorre e magari dopo averla trovata, ecco che scappa di nuovo, per una disavventura, un dispiacere improvviso.

Ma cosa è poi la felicità? Immagino che se dovessi chiederlo ad ognuno di voi, le risposte sarebbero una diversa dall’altra, e questo vuol dire che in assoluto non esiste una felicità uguale per tutti?

Bella domanda; personalmente ho l’impressione che spesso siamo noi stessi a negarcela, magari inconsciamente e non per una sorte avversa. Rincorriamo a volte talmente tanti desideri (che non hanno niente a che vedere con i sogni… ) che poi alla fine non sappiamo più quale è quello che ci fa stare bene veramente e allora si vive una vita fatta di scontento, perché tutto ciò che si ha non è mai abbastanza.

E’ un po’ come vivere sempre con i paraocchi, perché raggiunto un obiettivo, se ne rincorre un altro, senza aver avuto il tempo di godere quel poco o tanto che si è ottenuto, una rincorsa che inevitabilmente ci porta ad aumentare le nostre aspettative e questa benedetta “felicità” si rischia di non raggiungerla mai.

Nel film la felicità s’identifica con il benessere economico, che poi era stato la causa della separazione tra Chris e sua moglie che, nel film, non ha certo un ruolo edificante, perché sempre scontenta e isterica, pur supportata da validi motivi e qui probabilmente si evidenzia la concezione che Muccino ha delle donne.

Per quanto mi riguarda, non so esattamente se io sia felice oppure no, ma so senz’altro di essere sereno con me stesso e soprattutto con gli altri, non rincorro l’impossibile e neanche ritengo che sia indispensabile farlo, con cura coltivo i miei affetti, perché credo siano l’unica mia vera risorsa.

Sto bene con me stesso e penso che riuscirei a star bene anche su di un’isola deserta, anche se un po’ di compagnia devo ammettere che non ci sta per niente male.

Bene, forse mi accontento di poco e se questa è felicità, beh, devo dire che io sono felice.

E voi?

… e finalmente, un raggio di sole.

Sfogliando l’altra sera il 1° angolo delle chiacchiere del 13 novembre 2007.

Allora, generalmente vado il giovedì (quasi sempre…) da McDonald’s, perché, pur amando la buona cucina – sono siculo d’origine –  mi piace mangiare ogni tanto delle sane porcate e inoltre, ritengo le patatine fritte di McDonald’s le migliori in assoluto.

…e sul cioccolato… sul fatto che la voglia di cioccolato si identifica con mancanza di coccole, credo sia un’enorme bugia, inventata ovviamente dalle donne che, per ottenere l’uno e l’altro, ci hanno per “secoli” buggerato bellamente.

… e sulla primavera, che bella storia…

In effetti, tutto dipende da come si dicono le cose.

Giorni fa, ricevo da un mio caro amico due foto, scattate da lui in un appartamento al mare appena acquistato (60 mq…) e che era costato una follia (per pudore evito di dirlo…). In una delle foto, era raffigurato un bellissimo tramonto e sullo sfondo l’isola Palmaria, con una didascalia molto esplicita “… e finalmente abbiamo pure il nostro tramonto !!!!!”… e la seconda, raffigurava due piedi in primo piano, con sotto un mare verde e cristallino con scritto: “Les piéds dans l’eau …”

Sentendomi, in quel momento, in vena di ironica creatività, prendo la mia macchina fotografica, che per fortuna ho sempre a portata di mano, esco dallo studio, attraverso la strada ed entro in un’azienda che si occupa di meccanica (conosco ovviamente i proprietari…), scatto, a mia volta due foto, dove in una s’intravede in penombra l’officina, con una porta aperta, e un fascio di luce che l’attraversa, intitolata “…e finalmente, un raggio di sole…” e la seconda, in primo piano due piedi, dall’alto di un mezzanino, con sotto tubi, carrelli e quant’altro, intitolata “…chi pedi ‘ntu carreddu…”, ovviamente in siciliano (con i piedi nel carrello… ).

Pregustavo l’idea che alla vista di tanta spiritosaggine, (la mia ovviamente… ), il mio amico si scompisciasse dalle risate e invece…tanta malinconia. Lui vive una vita agiata, senza il bisogno di preoccuparsi del domani, diverso quindi da chi, di quel domani cercherà delle risposte che, purtroppo, non sempre è in grado di dare. Aveva capito questa “cosa” e…

E’ vero, c’è modo e modo di dire le cose.

 

Pane e mortadella.

Stamane dopo essermi svegliato  e dopo la solita routine, ho “aperto” i soliti giornali on line e mi sono messo a leggere.

Mannaggia, che idee che mi vengono al mattino!

E già, perché spesso e volentieri, ogni qualvolta leggo il giornale, mi viene voglia di chiudermi in un convento dei frati Sacramentini, lontano dagli occhi del mondo e dal mondo stesso.

Evvabè, forse è un’esagerazione, ma mi domando e dico, la gente è impazzita del tutto? Rapine, stupri, omicidi, ministri indagati, case che saltano per aria, bombe sugli autobus, lanci di bicchieri e coltelli al grande fratello oops, questa è cronaca rosa –  ma vi rendete conto che ormai nei giornali e non solo, è quasi solo cronaca nera?

Adesso, capisco che bisogna informare, ma è proprio necessario farlo con questa veemenza pari se non di più dei fatti stessi che vengono raccontati?

E già, come quella volta a Peretola piccolo sobborgo della periferia occidentale di Firenze… 🙂 –, c’era un negozietto con una vetrina illuminata dalla luce fioca di una lampada che vendeva salumi, frutta e quant’altro, di quelli come si vedevano tanto tempo fa, che quando entri la prima cosa che senti è quell’odore forte misto a tante cose, indefinibile, forse di chiuso, di formaggio, di salumi, forse anche di poco pulito, insomma di tutto un pochetto, ebbene, sono entrato perché mi era venuta voglia di farmi fare un bel panino croccante con la mortadella – “Tagliata sottile, mi raccomando.“ – avevo detto alla signora che stava dietro al banco, vestita tutta di nero, con un grembiule a quadri, boh, sembravano verdi e marrone, insomma colorato, o forse è meglio dire scolorito.

Lei mi ha sorriso e presa la mortadella che teneva su di una mensola dietro le spalle, la mette nella macchinetta e incomincia a tagliarla, ma alla prima fetta:  “Scusi, le avevo detto se per favore la tagliava sottile “ le ridico scanso equivoci; lei si gira, mi guarda e mi dice:

“ Ma lo sa che è la prima volta che qualcuno mi dice questa cosa?” E con aria di sufficienza abbozza un sorriso.

“ E poi, lo sa che la mortadella va mangiata tagliata un po’ grossolana per sentire meglio il sapore? Comunque, la mia macchina la può tagliare solo così”

Mihhhhh, che tradotto in siciliano vuol dire mizzica , mi stavo già innervosendo. Non sapevo se mandarla al diavolo o se per una volta, in nome delle buone maniere e del rispetto vista l’età, mi mangiavo la mortadella nel panino tagliata in modo grossolano, ma poi: “ Sa che le dico, mi faccia un panino con il prosciutto crudo… ehhhh… se c’è vicino all’osso.“

Mannaggia che pretese, deve aver pensato, tanto che mi guarda e mi fa:” All’osso? Beh, in effetti è più dolce, ma siccome è finito, le posso fare un panino con la soppressata. “

Porcaccia, faccio tra me e me, a me la soppressata non piace, e poi è anche un po’ grassa e allora: “ Senta, facciamo così, ha per caso uno speck bellino?”

Se le avessi dato una coltellata mi avrebbe guardato con più tenerezza

“Bellino? Cosa crede, forse perché il mio è un piccolo negozietto di paese, che non c’ho lo speck bellino?”

Sbuffa alzando gli occhi al cielo. “ E no, perché voi di città quando venite da queste parti avete tutti delle pretese, mortadella sottile, prosciutto all’osso, la soppressata è grassa, lo speck bellino e comunque è finito anche quello e se vuole il panino posso farglielo con il prosciutto cotto stagionato in botti di rovere come il vino dei colli fiorentini, che tra le altre cose ci pensa mio genero che c’ha una piccola azienda agricola che, se soltanto ci fossero più soldi, starebbe con le gambe accavallate, evvabè, ci metto dentro anche due cetriolini, qualche cipolletta sott’olio e dei carciofini fatti con le mie mani, che sono una delizia, così giusto per arricchire il tutto “

“No, guardi “ le rispondo “il cotto lo mangio poche volte perché non ne vado matto, i cetriolini a quest’ora del mattino mi fanno venire acidità e poi, se ci metto anche le cipollette e i carciofini, la frittata e fatta. Il fatto è che passando da qui mi era venuta voglia di un panino con la mortadella fatto come ai vecchi tempi,  ma se le cose stanno così, mi dia un succo di frutta e non se ne parla più“

“Senta “ mi fa con cipiglio e con la voce un po’ alterata “ forse non ci siamo capiti e poi che si crede, solo perché c’ho un negozietto piccolo piccolo che non posso accontentarla? Tutti uguali voi cittadini, venite qua e vai con un sacco di pretese “

“ Ma no” le rispondo cercando di essere conciliante “ormai mi è passata la voglia e poi si è fatta l’ora, vado a leggere i giornali, così giusto per sapere le notizie dal  mondo, e magari mi rilasso un po’.“

Mannaggia a me, e a quando mi vengono certe idee.

E poi…

Mannaggia, e siamo arrivati anche al giorno dopo Natale… che poi, non ho capito bene, ma bisogna dire anche Buon Santo Stefano?

 

E poi…

 

… mi viene in mente con “e poi… ” quello dei bambini, quando racconti loro una storiella… ieri ero con la mia nipotina di tre anni e mezzo appena, e seduta accanto a me, tenendo il mio pollicione nella sua manina, mi raccontava della festa che avevano fatto all’asilo nido, dove le femminucce facevano la parte delle caprette e i maschietti quella del lupo ed io le chiedevo: “ma come, il lupo non mangia le caprette?” e lei sbarrando gli occhi: “ Ma no, che dici mai… pensare che il lupo è cattivo significa essere prevenuti, e siccome noi non lo siamo, le caprette non hanno paura del lupo e il lupo non ha voglia di mangiare le caprette… “

 

Che tenera… magari fosse così nella vita reale… e allora le ho raccontato del Piccolo Principe, di quando aveva chiesto di disegnare una pecora… e mentre parlavo, lei mi guardava con i suoi occhioni e appena mi fermavo, subito pronta “e poi…?”

 

E poi… come quando c’era ancora “lei” , ed io la guardavo per come era bella e le dicevo che l’amavo… lei, chinando la testa da un lato, con un sorriso biricchino subito pronta rispondeva: “E poi?”… soltanto voglia di sentirselo dire ancora… soltanto voglia di sentirselo dire ancora, e poi …

 

Chissà come mai oggi riesce difficile dirlo quel “e poi”, ma anche sentirlo a dire il vero, tanta poca è la voglia di dire due parole, di raccontarsela un po’ come si faceva un tempo, senza problemi, così semplicemente… incontri un vicino, con un sorriso lo saluti e poi… finisce tutto lì.

 

Forse mi sento anch’io un po’ bambino, comunicare, sognare sulle cose un po’… ma, secondo voi, i grandi se lo ricordano di essere stati anche loro dei bambini?

 

Uhm… non ci ho mai capito molto in queste cose… evvabè, dal vostro Archi… Buon Santo Stefano e Buon tutto quanto.

 

psss… e poi… se qualcuno s’azzarda a dire che la foto non c’azzecca, peste lo colga…

 

ft: nonno Archimede.

Natale…

© arthur
© arthur

Natale…

 

… ho dei ricordi sereni del Natale… da piccolo, ci si riuniva a casa dei miei nonni e la sera si giocava a carte, sette e mezzo, tombola, e per noi piccoli era uno spasso… ovviamente ad ogni vincita, quelle poche lirette guadagnate le mettevamo una sull’altra, ed era con orgoglio che le rimiravamo.

 

S’iniziava a giocare i primi di dicembre, una scusa per trovarsi tutti davanti ad una grande tavolata, con un bel panno verde, imbandita con frutta secca d’ogni genere.

 

La parte “riservata” agli uomini, era una ciminiera, giocavano a briscola chiamata o a scopone scientifico, l’occhio socchiuso, la sigaretta pendente dalle labbra e… quante discussioni accanite, quante urla e ogni volta, noi piccoli lì a vedere cosa era successo…

 

Poi, la vigilia di Natale la cena in pompa magna, i tortellini in brodo, come voleva la tradizione importata dal nord, il capitone, la pasta a forno, gli arancini di riso, la carne al ragù (che non è quella trita… ), olive verdi schiacciate sott’olio, acciughe salate condite con olio, aceto e prezzemolo, conserve d’ogni tipo fatte in casa, dolcetti siciliani, insomma, tante cose buone, e l’atmosfera era di gioia, d’amore, e per noi piccoli l’occasione per ritrovarci e giocare.

 

Finita la cena, si sparecchiava velocemente, e seduti intorno al tavolo… era arrivato il momento che noi piccoli aspettavamo con ansia, il gioco del Mercante in Fiera.

Mio nonno, che faceva il mercante, prendeva le sue belle carte comprate ad Alessandria d’Egitto, che conservava gelosamente in un cassetto chiuso a chiave e le distribuiva; ognuno di noi ne comprava alcune, e una volta stabiliti i premi, lui incominciava la vendita al miglior offerente delle carte rimaste.

Ogni carta rappresentava qualcosa, degli animali, degli strumenti musicali, delle scene di caccia, e per ognuna la descrizione era uno spasso: lui stava a capo tavola, con la sua bella giacca da camera e il suo inseparabile farfallino e incominciava a raccontarla su, romanzando alle volte la storia o il personaggio raffigurato… bei momenti che non dimenticherò mai!

 

Evvabè… anche quest’anno Natale in famiglia, con la mia mammona ormai vecchietta, che è felice di averci tutti intorno a lei.

Ma è anche con voi che voglio festeggiare, con Lady Ginevra, Antonella, Elle, Nunzy, Engel, Raggio di Sole, Piccola Ema (un particolare abbraccio… ), Very, Cytind, Lucy, Anto 2, Piemme, Pan (è già il secondo Natale… ), gli amici che per un anno mi hanno fatto compagnia, ma anche con gli amici ritrovati, Morena, Sancla, Stellina, Brandy, Romaguido, e che adesso condividono con me questa mia nuova avventura, e poi ancora con Veronica, Simo, Gabry, Coccinella, Xeena, Luk75, insomma con chiunque passi di qua e legge queste mie parole.

 

Domani, la vigilia di Natale, sarebbe stato il compleanno di Simona…

 

Buon Natale a tutti voi cari amici!