In Treno.

Il Treno.

( 2 aprile 2012 )

                    A volte sporadicamente faccio la pendolare. Mi piace e mi incuriosisce la vita che scorre sui treni perché c’è sempre una storia da raccontare e quando devi scendere è come dover lasciare un film a metà e provi dispiacere.

Questa mattina per andare al lavoro ho viaggiato con il treno, un vagone pieno di adolescenti carichi di libri e zaini, sogni e speranze, gomme da masticare,  sigarette e musica. Mi sono portata un libro che serve solo a confondermi agli altri, voglio stare vicina a questa manciata di cannucce colorate, da quei giovani aspiro la vita così ricca di colori, priva del grigio e del nero, loro sono cannucce colorate io uno stecco di liquirizia nera.

Sul vagone centrale del treno occupo uno scompartimento a quattro posti tutti ancora liberi ma oggi sono in netto anticipo. Passano solo alcuni minuti ed ecco che su quei sedili si siedono con un certo slancio Massimo e Roberto. Non li conosco personalmente ma quelli sono i loro nomi.  Massimo avrà circa sessant’anni un tipo simpatico un po’ serioso, Roberto trent’anni assolutamente capace di far ridere con un solo sguardo. Il treno inizia la sua corsa, io la mia piacevole odissea. Voglio isolarmi e stare per conto mio loro però mi guardano cercando di coinvolgermi nei loro discorsi, abbasso lo sguardo subito cerco di catturare una qualunque immagine fuori dal vetro, è tutto vano con le loro voci mi riportano dentro. Subisco gli sguardi senza riuscire a controllarmi, provo imbarazzo, se ne accorgono e fanno di tutto per giocare come il gatto con il topo insieme a me. In un tira e molla. Poi la frase di Roberto arriva diretta, mi chiede qualcosa sul tempo e su una prevista pioggerella in giornata, penso di non avere con me l’ombrello e  rispondo con una frase di circostanza riprendendo la mia lettura.

Massimo si scusa con me per quell’amico troppo esuberante e un tantino sopra le righe ma io faccio spallucce significando che non importa, non mi arreca assolutamente nessun disturbo. Roberto mimica con la mano e la faccia un qualcosa come a dire “te l’avevo detto”. Mantengo una calma inglese serrando un po’ la mascella. poi Roberto fa qualche versaccio al suo amico ed ecco che il mio sorriso dapprima congelato si scioglie, si muove come un’onda, percorre la superficie del viso, dalla bocca agli occhi fino alla fronte e in pochi minuti risolve un vuoto di astinenza di allegria,  si gonfia come una vela e mi spinge oltre, lontano.

Improvvisamente arriva il colpo di scena. Quella frase a caso buttata lì: “a proposito Massimo… ti devo raccontare una cosa che mi è successa venerdì scorso…”.

Sono a un metro da loro come posso non ascoltare, è inevitabile.

Dai loro discorsi capisco che Roberto lavora come infermiere o ausiliario in un ospedale, assunto da poche settimane, è contento del suo lavoro, trasmette vero entusiasmo a Massimo e pure a me, di conseguenza. Racconta che venerdì è arrivato in ritardo sul lavoro e come di prassi ha consegnato i termometri ai pazienti ricoverati prima dell’arrivo dei medici. E’ in forte ritardo e vuoi per l’inesperienza, vuoi per la buona fede, vuoi perché è mezzo sgalapato, consegna ad uno ad uno ai pazienti ricoverati un termometro non azzerato, che ancora porta scritta la temperatura rilevata al precedente paziente. Dopo qualche minuto provvede al loro ritiro segnando sulla rispettiva scheda la temperatura appena rilevata. Tutti i pazienti risultano febbricitanti chi con una media temperatura chi addirittura con un febbrone da cavallo. Per lui è più che normale non ci fa neppure tanto caso. In fondo se sei dentro un ospedale è perché sei malato altrimenti te ne stavi a casa. Massimo mi guarda interrogativo e poco rassicurante sull’esito finale, condivido le sue giuste perplessità. Roberto prosegue il racconto con la caposala che al seguito del medico di turno, stanza dopo stanza, inizia il consueto giro di corsia, li sente dire preoccupati che ci deve essere in corso un’epidemia perché i degenti risultano tutti febbricitanti. In un attimo si rende conto che l’anomalia è dovuta alla sua iniziale leggerezza ma non confessa temendo un qualunque provvedimento a suo carico. Vengono quindi somministrate ai malcapitati pazienti compresse di antipiretici a gogo’ e saltano gli interventi previsti nella giornata perché con la febbre non si opera. Un venerdì da dimenticare.

Massimo ride come un pazzo ed io gli vado miseramente a ruota. Non rido sommessamente, mi immagino ancora la scena, Roberto l’ha raccontata in un modo fantastico, ha mimato tutti i personaggi, ha imitato le loro voci, e io crollo, non serve a nulla coprirmi la faccia con il libro, guardare fuori dal vetro, ci guardiamo tutti e tre in faccia e ridiamo come scemi a crepapelle e la risata di uno è trascinante per l’altro. Rido e ho le lacrime agli occhi. Roberto dà una gomitata a Massimo e dice “guarda come faccio ridere questa signora”, Massimo di rimando mi dice “signora mia se finiamo all’ospedale dove lavora lui ci ritroviamo operati senza sapere il perché”.

Il treno è arrivato a destinazione, ridiamo ancora e ci salutiamo come vecchi amici. Ho già tanta voglia di rincontrarli ancora, magari un’altra volta sullo stesso treno, sullo stesso scompartimento.

Spero mai in ospedale.

by Carla

In treno a Venezia.

(3 Aprile 2012)

               Data l’ora tarda non scrivo una storia, ma qualcosa sul treno posso narrarla anch’io ed ho aspettato veramente tanto prima di avere il coraggio di raccontarlo a qualcuno. Forse riesco a farlo ora, perchè qui è più facile. Ero una ragazzina di 16 anni e, si sa, all’epoca, a quell’età si era ingenue, non si conosceva niente di sesso, solo per sentito dire e, soprattutto, non si aveva la malizia e la scaltrezza che, vivaddio, è arrivata successivamente trovandosi protagonisti di episodi come quello che sto per raccontarvi. Avevo la possibilità di andare per la prima volta a Venezia, viaggio di notte in treno, vagone letto per me, una mia amica, e la madre di questa amica. Ero riuscita a convincere mio padre, che normalmente, mi negava ogni permesso, ma che in quella occasione aveva finalmente ceduto a malincuore con un “si”, a patto che ritornassi entro le 48 ore successive e fossi controllata a vista dalla signora che ci accompagnava e, della quale si fidava sufficientemente. Il viaggio di andata era stato fantastico, anche se il treno era un pò rumoroso. Venezia poi, era un sogno. Il 4 dicembre, giorno di Santa Barbara, era la festa della Marina, e lì, il mio fidanzatino di allora, era iscritto alla scuola navale, Morosini e il raggiungerlo per guardarlo mentre prestava giuramento e forse riuscire a dargli un fuggevole bacio, mi sembrava già un sogno ad occhi aperti.

Poi l’atmosfera così suggestiva di quella città incantata superò addirittura l’emozione di vederlo e mi sembrò davvero che avessi toccato il cielo con un dito. Ma, al ritorno, ripreso il treno delle 20, mi resi conto che avevamo le cuccette non più i vagoni letto per uno sciopero e nel nostro scompartimento non eravamo sole. Un po’ sorpresa della novità, anche perchè non avevo mai viaggiato prima, se non da bambina con mia madre, chiesi se era almeno possibile chiudere le porte, ma ciò non era concesso, perchè il treno, nelle successive fermate, poteva ricevere altre persone e fu proprio intorno alle 22 che arrivò altra gente che fu distribuita negli scompartimenti, tra cui quello occupato da noi. Era un uomo sulla quarantina, che venne a sedersi al mio fianco, dove io, un po’ distesa, mi ero già appisolata. Mi feci subito da parte, un po’ contrariata da quell’arrivo inatteso e rassegnata, mi scostai con la spalla poggiandomi verso l’altra parte della poltrona.

Poco dopo le luci si affievolirono e sentii qualcosa di caldo e strisciante vicino alle gambe. Era la mano di quest’uomo che tentava di trovare spazio per salire tra le mie gambe. Trattenni il respiro e serrai le ginocchia fino a sentire un dolore sordo, sperando che la smettesse trovando resistenza. Non avevo il coraggio di urlare perchè pensavo che su di me sarebbe caduta la mannaia definitiva del diniego di viaggiare in futuro e quasi si innescò in me un seppur subdolo senso di colpa per quello che stava accadendo. Incominciai a contare disperatamente, per capire dopo quanto tempo si sarebbe fermato o si sarebbe arreso, ma lui imperterrito, continuava a intrufolarsi per arrivare, credo fin su dove voleva sostare a lungo e intrattenersi un bel po’. Ero disperata, mi spostai ancora di più sul lato opposto della poltrona, ormai avevo il busto quasi eretto e le gambe accovacciate più che potevo, ma se io mi allontanavo, lui si avvicinava per raggiungermi sempre più su. Ad un tratto decisi che non ne potevo più. Accada quel che accada, mi dissi, ora lo blocco! E così gli sferrai un calcio con tutta la forza e la frustrazione che avevo accumulato in quelle ore e, probabilmente, gli presi lo stomaco o la pancia o non so che altro!

Finalmente si bloccò ed io potei così provare a dormire un po’ seppur sommariamente, restando comunque vigile fino all’alba. Alle 8 del mattino, mi voltai alla luce del nuovo giorno e con stupore mi accorsi che al posto di quell’essere viscido, c’era una bella signora dai capelli bianchi, elegantissima che andava in Sicilia. Non mi sembrò vero non doverlo anche guardare in faccia dopo quella nottataccia, casomai ancora seduto affianco a me e la voglia di spaccargli la faccia! Ed a quella sconosciuta raccontai tutto l’accaduto, fu l’unica persona depositaria di quella brutta esperienza vissuta. Ora lo sapete anche voi miei cari gioie e dolori di un viaggio in treno!

By Carlotta

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2 pensieri su “In Treno.

  1. daniela

    @ Carla e Carlotta
    🙂 🙂
    Da una parte il treno ha regalato sorrisi, dall’altra tanta amarezza. 🙂 😦
    Brave davvero!

    Mi piace

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