*** Un soffio.

Un soffio, e l’aria come per incanto s’era improvvisamente profumata di delicate essenze; si avvertiva leggero un fruscio, come ali di farfalla tinte di giallo e una luce riflessa splendeva mischiando colore a colore, l’ocra ruvido di un muro lavorato a rustico, ad una morbida pelle ambrata bruciata dal sole, l’uno che nell’altro cerca rifugio, tanto che era impossibile scorgere pieghe che non fossero uguali.

 E dal soffio un respiro, nato dal profondo d’un petto che quasi temeva il movimento, paura di scoprirsi diverso dall’essere lì appeso in quell’angolo, a disegnare sinuose linee nate solo per confondere, per dare al respiro l’alito d’un soffio.

 Quasi una resa, una sottomessa disfatta, che dallo sguardo si lascia accarezzare, come un pennello dalle setole scure che, senza far rumore, s’adagia compiaciuto e impregnato di colore, per indugiare poi su sfumature che danno forma e consistenza; magica dimensione che trascende dall’essere reale, frenetica e al tempo stesso pacata ricerca di una frase, di una parola, di una parola sola che sa di urlo sospirato a fior di labbra, sensuale motivo che serve solo ad appagare.

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Odor di primavera… giochiamo ancora un po’ con le parole!

                    Che giornata oggi; malgrado il sole primaverile, una  foschia attraversa gli occhi, come l’effetto che la calura estiva rilascia in un pomeriggio assolato nella terra del sud.

Con la testa china da un lato, guardi il mio viso, forse in attesa di sapere cosa voglio fare. Continua a leggere “Odor di primavera… giochiamo ancora un po’ con le parole!”

Lo scialle di seta nero…

E così prima di sera lei prese lo scialle di seta nero e se lo mise sopra le spalle, adagiata in silenzio contro il muro, senza nessuna voglia di risposte.

Mi piacerebbe intrufolarmi tra quelle parole non dette per far parte di quei silenzi così non diventano più tali e poi, offrirgli l’appiglio per aggrapparsi, per non restare più in bilico, per ritrovare la strada, dove ci sono spazi, idee e cieli, dove lo sguardo si perde, dove ci sono le emozioni, dove quel battito in più che va cercando, possa tornare ad esserci.

Cos’è che rende la sua voce simile ad un’emozione che attraversa l’anima, fino a sentirla dentro nelle ossa, e ci resta tutto il tempo che passa, per riviverla, poi, la volta successiva?

Una domanda che trova risposta mentre la guardo camminare incurante della mia presenza, capelli bagnati, collant e maglione largo un po’ slabbrato, una leggera sbavatura nera che fa da cornice a due occhi scuri e profondi come il mare, l’andatura lenta di chi sa di essere osservata, forse anche appositamente lenta, quasi svogliata, l’esibizione di un corpo che, senza curarsi più di tanto, seduce e incanta.

“Ciao.”

“ Ciao.”

Non era la prima volta che la vedevo così com’era in quel momento, mi dava le spalle e con le mani raccolte dietro la schiena guardava fuori dalla finestra. Nella penombra riuscivo appena a scorgere il colore dei suoi vestiti e raggi di luce giocavano con i riflessi dei suoi riccioli neri, che quasi veniva voglia d’acchiapparli.

“Ciao.” mi risponde senza neanche girarsi, detto in un soffio, come se avesse qualcos’altro a cui pensare, ma che suonava come un richiamo dal profondo del cuore.

Mi fermo e la guardo. Mi piace guardarla mentre lei non mi vede, riesco a vederla oltre la sua immagine; con i miei occhi l’attraverso, l’accarezzo, cerco un appiglio per non lasciarla andare, per non perdere neanche per un attimo la sensazione di essere posseduto da quella meraviglia e pensieri si accavallano uno sopra l’altro, non cercano risposte, ma solo voglia di ritrovarsi ancora una volta desiderio che si perde in lucida follia.

Mi avvicino cercando di non fare troppo rumore, con il suo respiro che, passo dopo passo, mi sembra di avere incollato addosso, scosto i capelli, un lembo di pelle fa capolino da un raggio di luce che solitario era lì ad aspettare, sento l’odore della sua pelle che mi entra dentro ai polmoni, ancora immobile, china da un lato la testa e tra il sordo rumore di un intreccio di mani che si cercano, la sfioro con le labbra per dirle ancora…

“Ciao.”

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Amore?

Discutevo tempo fa con un amico sul significato di amore ma ahimè, eravamo su due posizioni completamente diverse, lui che ha difficoltà a lasciarsi andare, sente sempre il bisogno di avere tutto sotto controllo e di spiegare ogni cosa, alla luce di una razionalità che spesso non trova altra spiegazione se non nel compiacersi con se stessa.

               E tra una discussione e uno scambio di e-mail serrato, dove io mi perdevo in romantiche dissertazioni di ciò che poteva essere per me l’amore e lui che passo dopo passo cercava di smontarmi, riducendo il tutto a normalissima routine quotidiana, io gli rispondevo tra l’ironico e il serioso…

…che sommo piacere provo nel sentirti (…) scaldare per così tanta presunta arroganza (la mia ovviamente!!??); ti scorgo emaciato, dalle troppe e dirompenti diete, afono e accalorato, mentre gesticoli alla ricerca disperata di una somma razionalizzazione per comprendere “L’AMORE”.

No, non è questione di moralismo o d’essere più o meno bacchettoni ma, di voler leggere fra le righe e, coglierne il significato che semplicemente vi è trascritto. L’amore è “l’abbandono” e, le membra mollemente adagiate su di un letto, nell’afosa calura del meriggio, mi rammentano la sublime contemplazione di un amore lontano.

Essere uno e tutto insieme, come il dolce gorgoglio di un limpido ruscelletto solitario, abbarbicato fra le cupe e rocciose montagne, come ad un pentagramma, dove le note, una dopo l’altra scorgano in una melodiosa sinfonia, per cantare alla vita l’estasi ritrovata.

Quando si prova amore, si gioisce e ci si dispera allo stesso tempo. Ci si sente lacerati, come se una forza misteriosa ci possedesse ma, l’amore è “questo”, e questo è il mio modo per essere felice nell’amore.

Ma d’altra parte, cos’è la vita senza l’amore? Nulla, il nulla nel nulla.

Non è quindi questione di… ma piuttosto di menti bacate, incancrenite nell’assurda convinzione che tutto può essere spiegato e compreso ma, non è purtroppo, per loro, sempre possibile.

E allora si trascende, si confonde l’abbandono con “membra mollemente abbandonate in voluttuosi amplessi”, l’ora prediletta, per le rituali masturbazioni solitarie con le calde ore pomeridiane, salutare il nuovo giorno per l’amore trovato, come il bisogno di ululare alla ricerca di una mediocre scopata, sentirsi feriti nell’animo, con il bisogno irrefrenabile di pratiche sadomasochistiche e chi più ne ha, più ne metta.

“…l’amore non possiede né vuol essere posseduto, perché l’amore basta all’amore”. (Gibran)

Svegliarsi…

Brilla una luce negli occhi, come di un pensiero fuggitivo che attraversa la mente senza voglia di conferme, le labbra si socchiudono come per dare un bacio e alla fioca luce di una finestra appena socchiusa, il suono di un clic dice che finalmente l’emozione ha trovato il suo rifugio.

E poi, un susseguirsi di frenesie che, tra attimi rubati, s’incastrano, fino a diventare lucide follie vissute ad occhi aperti, tra spazi circoscritti in un immaginario sempre più lontano; fulgida visione di un intreccio di mani e di corpi che si fondono e, senza volerlo, dopo tanto lottare, finalmente è l’abbandono.

Svegliarsi al mattino e tra i vapori fumosi di una doccia, disegnare con il dito su di uno specchio, la curva di una strada che mentre sale, lascia intravedere una lunga discesa che porta al mare.

E gocce di rugiada si staccano una dopo l’altra e nel rigagnolo appena nato, cercano la via per rompere gli indugi, a ritrovarsi ancora insieme verso qualcosa che le porti lontane; il calore di un abbraccio che le asciuga come fossero panni stesi al sole.

Svegliarsi e accorgersi di un nuovo giorno ritrovato.

Odor di primavera…

Odor di primavera… raggi di luce che s’intrecciano alternandosi a lame fluorescenti che tagliano l’aria come fendente, in un alito delicato oltre ogni misura. Colori che traboccano come da un vaso colmo di storie, che a stento riesce a trattenere la voglia di confondersi, rosso che con il giallo smorza i suoi toni, ombre che con il chiaro e lo scuro si scolorano, diventano abbandono, morbida distesa dove adagiarsi inerme.

Voglia di guardare e poi, un succedersi di tele, immagini ramificate che una dopo l’altra si mischiano in un gioco di trasparenze solo accennate… cieli, terre, prati, montagne, mari, nubi, stelle… natura al suo risveglio, tiepido, assonnato, promesse mantenute per occhi che scrutano l’inverosimile scenario, che non è mai da solo, che non è mai lo stesso.

Controversa certezza di parole sussurrate al vento, ma che si posano in ogni dove, l’una accanto all’altra e timido è l’approccio; bisbiglio impercettibile che trova spiraglio nel chiacchierio di una frenesia ormai a fatica trattenuta e ancora, luce, occhi, parole, respiri, affanni, mani che s’intrecciano, corpi che si confondono, pelle che nella pelle trova ristoro… odor di primavera.

Un soffio…

Un soffio, e l’aria come per incanto s’era improvvisamente profumata di delicate essenze; si avvertiva leggero un fruscio, come ali di farfalla tinte di giallo e una luce riflessa splendeva mischiando colore a colore, l’ocra ruvido di un muro lavorato a rustico, ad una morbida pelle ambrata bruciata dal sole, l’uno che nell’altro cerca rifugio, tanto che era impossibile scorgere pieghe che non fossero uguali.

E dal soffio un respiro, nato dal profondo d’un petto che quasi temeva il movimento, paura di scoprirsi diverso dall’essere lì appeso in quell’angolo, a disegnare sinuose linee nate solo per confondere, per dare al respiro l’alito d’un soffio.

Quasi una resa, una sottomessa disfatta, che dallo sguardo si lascia accarezzare, come un pennello dalle setole scure che, senza far rumore, s’adagia compiaciuto e impregnato di colore, per indugiare poi su sfumature che danno forma e consistenza; magica dimensione che trascende dall’essere reale, frenetica e al tempo stesso pacata ricerca di una frase, di una parola, di una parola sola che sa di urlo sospirato a fior di labbra, sensuale motivo che serve solo ad appagare.