Giovanna e Giovanni

La mattinata non era incominciata malaccio. Fin dalle prime ore del mattino l’aria tiepida e il cielo terso, facevano pensare ad una bella giornata, l’avvisaglia che la primavera stava finalmente per arrivare.

Giovanni non si era alzato molto contento quella mattina, aveva dormito poco per un dolore al braccio sinistro che ogni tanto lo affliggeva nelle notti di luna piena. Giovanna, sua moglie, camicia da notte lilla e calzini di cotone purissimo ricamati a mano dalla sua zia preferita, non sembrava da meno e la cosa lo innervosiva ancora di più. L’unico modo per non scontrarsi, era quello di girare lontano l’uno dall’altro, ma non sempre la cosa riusciva come avrebbe dovuto.

Giovanna e Giovanni!

Si erano incontrati in un luna-park l’estate scorsa, quel che si dice un amore a prima vista. Lei, alta circa 1.67, ben fatta, bionda naturale, una taglia abbondante di reggiseno nonostante il vitino da vespa e i fianchi abbastanza stretti, occhi verdi, e un viso d’angelo, l’aveva guardato fissandolo intensamente mentre lui giocava a calcetto con un amico. Lui, muscoloso quel tanto che bastava, con un accenno di pancetta che a lei era piaciuto subito perché la giudicava affascinante, capelli irti come un cespuglio di erba cipollina colta alle prime luci dell’alba, aveva colto quello sguardo e non l’aveva mollata più. Aveva solo un problemino, un leggero strabismo che all’inizio aveva complicato un po’ le cose. Lui la guardava appassionatamente dicendole parole infuocate e lei, pensando si rivolgesse all’amica, si arrabbiava di brutto.

Ma come si dice, l’amore non è bello se non è litigarello e così, dopo sei mesi di passione sfrenata che li aveva portati, mattina, pomeriggio e notte, a lunghe maratone di inimmaginabili contorcimenti fino all’ultimo spasimo, decisero di sposarsi. Lui aveva già una casa, un appartamento in periferia di circa100 metriquadri con tutte le comodità: il capolinea del bus che andava in centro sotto casa, un supermercato vicino, un parco con tanto di verde e una pista ciclabile, una scuola materna, una palestra dove la sera insegnavano ballo latino americano, la loro passione, insomma, quel che si dice un’ottima posizione.

Appena decisero di sposarsi, lei incominciò a pensare come dare una ripulitina all’appartamento. Non sopportava l’idea di andare a vivere in una casa dove c’erano state altre donne, e magari dormire nello stesso letto dove lui aveva fatto all’amore con un’altra. Era gelosa della sua vita passata, malgrado lui non fosse stato poi un gran dongiovanni, anzi, prima di lei era stato solo con una donna più vecchia di lui, per cui, non è che ci fosse molto da ricamarci sull’argomento.

Ma si sa, le donne quando si mettono qualcosa in mente diventano irremovibili e lei, in questo senso, non lo era da meno. Non avendo tanti soldi da spendere, prese l’abitudine di andare a visitare tutti i negozi di arredamento che si trovavano nella zona. In breve tempo, divenne famosa per le sue improvvise esternazioni quando le presentavano un conto che secondo lei non rientrava nelle sue aspettative. Ma con buona pace dei venditori, Giovanni arrivava a sistemare le cose ma poi, a casa, erano dolori!

Quella mattina era nata proprio storta; lei in bagno davanti allo specchio a fare linguacce e lui in cucina a litigare con la caffettiera che non riusciva ad aprire.

“Giovanna, per la miseria, quante volte devo dirti di non stringere troppo la caffettiera quando la chiudi?” le urla lui con i capelli arruffati e uno sguardo inferocito con in mano una Bialetti MokaExpress nuova di zecca in alluminio lucidato a freddo, regalo di matrimonio dello zio Armando famoso intenditore di caffè brasiliano.

                    “Giovanni, per la miseria, quante volte devo dirti di non rompere mentre faccio la mia ginnastica facciale mattutina?” Gli risponde lei ferma davanti allo specchio, paonazza in viso con la crema giorno intorno agli occhi, con in mano una pinzetta in acciaio inossidabile sedici decimi che aveva comprato alla fiera dell’artigianato nel padiglione 14 dell’Asia settentrionale.

Sì, quella mattina era decisamente nata storta…

… e secondo voi, com’è che continua la storia?

Continua Carla…

                    No, non era nata storta, quella era in fondo una mattina come tante altre.
Era del tutto normale per loro ringhiarsi addosso. Un modo come un altro per comunicarsi il loro amore, fin dalle prime luci dell’alba. Un amore reale, solido, indistruttibile che non avrebbe mai subito l’erosione del tempo.
Questo pensava Giovanni sorridendo tra sé e sé mentre armeggiava con la caffettiera finalmente aperta.
L’anima gemella esiste solo nell’immaginario eppure tra loro due si era creato un legame profondo e quell’anima gemella si era manifestata in un esemplare unico, per un incontro unico in quella stagione della loro vita. Adesso Giovanni poteva dipingere la vita, fermare un’immagine, ancorarsi alla realtà e godersi tutte le piccole cose che gli piacevano più delle grandi. Le piccole cose vengono da sole e sono il meglio della vita. Sono le cose vere della vita. Come bere un bicchiere di vino o incrociare un sorriso.

Giovanna non era una donna qualunque, lui se ne era reso conto dal primo momento che l’aveva incontrata, in quel giorno d’estate trascorso al luna park. E non tanto per l’aspetto estetico della donna che ancora faceva voltare qualche testa ma proprio perché in lei c’era un mix di qualità che poi erano le stesse che lui desiderava. Tutto le piaceva di lei, sia l’enigmatica incomprensione che solo un decoder poteva risolvere e sia ciò che, a prima vista, poteva sembrare un comune difetto. E lui di vista se ne intendeva poiché il suo strabismo gli permetteva di far cadere lo sguardo su diverse angolazioni e scrutare per benino l’avversario , come un gioielliere tra le dita valuta un diamante.

Lui non aveva bisogno di vivere un’avventura e di ingabbiarsi ma, senza fare progetti e senza saperne la ragione, si era trovato innamorato di quella sua stessa gioia di vivere, terapeutica come nessun altro farmaco. Gli amori nuovi sono pieni di paura perché non hanno un posto nel mondo e fanno tutte cose prive di senso come correre insieme alla vita, inciampare l’uno nell’altra, ridere, poi di colpo abbracciarsi contro un muro ritrovandosi a ballare nella penombra un tango.
La caffettiera aveva smesso di borbottare e Giovanni si era ripreso dal pensare quei pensieri. Ed erano pensieri che nascevano e morivano nello stesso istante. Era troppo felice quella mattina. L’assimilazione di un sentimento così benevolo ci trova sempre impreparati, sbadati, tanto che conosciamo solo la nostalgia della felicità o la sua perenne attesa.

Prese dalla credenza due tazzine, versò il caffè caldo e con quel vassoio in mano, col cuore troppo felice andò incontro a Giovanna.
Lei era seduta sullo sgabello in bagno, intenta a far faccette davanti allo specchio con l’animo ancora in subbuglio per la notte appena trascorsa. Giovanna spesso pensava che per assaporare una grande felicità occorreva davvero attraversare lunghi momenti bui.

Nel suo precedente rapporto aveva toccato il fondo e ancora oggi non riusciva a trovare un nome a quelle sensazioni di malessere e disagio. Sapeva che la sua vita era rotolata, rotolata al punto di ritrovarsi al capolinea in briciole, completamente inebetita. Cento volte avrebbe potuto immaginare quella scena ma non sarebbe mai stata la stessa cosa che vederla. Quando succede agli altri sembra un avvenimento limitato, facile da isolare e da superare. In realtà, quando succede a noi, ci si trova assolutamente soli, in un’esperienza vertiginosa cui l’immaginazione non si è neanche avvicinata.

E bisognava guardare le cose in faccia adesso. Prima di arrivare ad una confessione completa lui l’aveva stancata come si stanca il toro. Ma non si trattava di un’avventura. Lui divideva la sua vita in due parti uguali e la migliore non era stata per lei. Giovanna aveva deciso di seppellirsi nella sua casa, non conosceva più né il giorno né la notte. Quando non ne poteva più, quando non riusciva più a farcela, buttava giù alcool, tranquillanti o sonniferi. Eppure mai nulla dovrebbe andare alla deriva, meno che mai la vita.
Poi l’incontro con Giovanni. Improvviso, casuale, inaspettato. Elisir e al tempo stesso panacea per ogni male.
Il quotidiano spesso ha similitudini con le favole dove lasciamo andare in giro la nostra mente, difficilmente il cuore. E Giovanna questa volta aveva lasciato che fosse soltanto il cuore a parlare, imbrigliando la mente con tutti i suoi ricordi.

Ed era stato il cuore a raccontargli il suo dolore in un modo così semplice che era stato naturale riconoscere in Giovanni il bambino che c’è dentro di noi, in ognuno di noi, basta così poco per riconoscerlo.

L’essenziale è invisibile agli occhi e non si vede bene che col cuore.

 Continua Ermanno…

                  “Il caffè, lo preferisci amaro o ci metto un cucchiaino di miele?”

Giovanni guardava Giovanna aspettando un suo cenno, ma lei imperterrita, facendo finta di non aver sentito, continuava a spiluccarsi le sopracciglia, certa che prima o poi lui sarebbe tornato alla carica.

Ma questa volta lui aveva deciso di non dargliela vinta, in fondo non era successo nulla di male e così posò il caffè sul piano della lavatrice, ci mise due bustine di zucchero e, come se nulla fosse successo, si girò e usci dalla stanza da bagno.

Tutte le volte che succedevano queste cose lui, se da un lato si sentiva profondamente ferito per quella voluta indifferenza, dall’altro non riusciva ad avercela con lei, ma forse per capirlo, bisognava fare un passo indietro e ripercorrere quei pochi mesi che li avevano visti insieme.

Giovanna pur non essendo quel che si dice una donna da far girare la testa, era comunque bella, aveva fascino, classe e soprattutto femminilità, cosa che a lui piacevano tantissimo. Era anche molto spigliata, in compagnia riusciva a tenere testa alle sue amiche che contrariamente a lei, erano molto più riservate e forse decisamente più timide. Lei era quella delle grandi risate, cosa che acchiappava molto soprattutto gli altri uomini della compagnia. Se incominciava, era uno spettacolo; senza cadere mai nel ridicolo, con il suo indiscusso modo di fare, mai fuori del tutto dalle righe, quindi con una certa dose di leggerezza ben dosata, riusciva a conquistare tutta la compagnia e alla fine della serata spesso e volentieri eravamo talmente allegri e soddisfatti che malvolentieri ritornavamo a casa.

Ma poi, una volta a casa, lei tornava quella di sempre, riservata, insicura, forse anche un po’ troppo paurosa di dire qualcosa di sbagliato, tant’è che Giovanni provava nei suoi confronti una tenerezza infinita, forse ancora più grande dell’amore stesso. Più di una volta, magari dopo un litigio, lui l’avrebbe presa tra le braccia per farle sentire che comunque lui c’era e che le sarebbe stato sempre vicino. Provava un impulso improvviso a volte irrefrenabile, come se sentisse di doverlo fare, perché lei, al di là di ogni cosa, era soprattutto di quello che aveva bisogno.

E così fu anche quella mattina. Da un lato la rabbia per la testardaggine di Giovanna e dall’altro la tenerezza e allora, non sapendo che pesci pigliare, aveva preferito lasciarla stare da sola dov’era.

Tanto, dopo lei l’avrebbe chiamato e magari, con qualche scusa avrebbero fatto l’amore.

Continua Arthur…

                    Giovanna seduta sullo sgabello del bagno, c’era rimasta male per il fatto che Giovanni non avesse insistito per parlarle, in fondo, era anche vero che lei su queste cose alle volte ci giocava un po’, le piaceva l’idea di tirare la corda e in quei giorni, in modo particolare.

Lei era innamorata di Giovanni, le piaceva molto, sia fisicamente che per altro, in un certo senso era fiera di lui, le piaceva quel suo modo carismatico che aveva di catturare sempre l’attenzione degli altri e in questo si erano forse un po’ ritrovati.

Non a caso, qualche amico invidioso che metteva zizzania in compagnia c’era sempre.

Ma in quei giorni, si sentiva strana. Lei dava la colpa all’arrivo della primavera, ma non era del tutto sincera con se stessa. Da un po’ di tempo, nel suo ufficio era arrivato un nuovo dirigente, non giovanissimo e nemmeno quel che si dice bello, anzi, probabilmente se lo avesse incontrato per strada non l’avrebbe neppure notato. Ma quando parlava, soprattutto quando guardava, era tutta un altra cosa, era affascinante e più di una volta lei si accorse di guardarlo come se fosse stregata dalle sue parole.

Da una settimana lavoravano insieme, e quella vicinanza inaspettata l’aveva in qualche modo turbata.

E in quel momento, seduta lì in bagno, stava pensando a lui.

“Giovanna, c’hai ancora molto da fare in bagno? E no, perché avrei voglia di andare a fare un giro in centro, che dici?”

La voce di Giovanni l’aveva fatta sussultare, tanto che la piccola busta con i trucchi che aveva sulle gambe, cadde per terra. Si alzo dandosi un contegno, come se invece di essere sola, ci fosse stato lì Giovanni. Guardandosi allo specchio, si accorse di essere rossa in viso. Apri il rubinetto dell’acqua fredda, e dopo averla fatta scorrere un attimo, ci mise sotto le mani, alla ricerca di un modo per cacciare via quei pensieri.

Giovanni entrando in bagno, la vide immobile davanti allo specchio, nuda, con gli occhi socchiusi, che si passava lentamente l’asciugamano sul viso. Guardandola, con un sorriso sulle labbra, fu colto da mille pensieri. Si era quasi pentito di averle detto che voleva uscire, si avvicinò e la cinse da dietro le spalle, assaporando quel morbido contatto della sua pelle tra le sue mani.

“Sì…” disse lei girandosi appena con un filo di voce “sono quasi pronta, cinque minuti e sono da te”

Continua Carla…

                    Cinque minuti. Solo cinque minuti aveva chiesto. Pochi, tanti chi può dirlo. In quei cinque minuti Giovanna aveva rivisto la sua vita. Come in un film.

Ed aveva capito.

“Quando perdi tempo con le parole, quando i minuti scorrono senza che te ne accorgi, quando le parole non hanno senso, quando pensi che se qualcuno ti ascolterebbe penserebbe che sei pazza, allora sei fregata. O meglio sei innamorata. Che poi è un po’ la stessa cosa.”

E Giovanna era pazza ed era innamorata. Di Giovanni.

La verità era che lei aveva smesso di fare affidamento sull’amore come guida del suo destino. Le sembrava sempre che a ogni evento favorevole voluto dal caso seguisse immancabilmente qualche risvolto negativo. E poi c’era stata “la bomba” che con la sua opera di devastazione iniziata molto tempo prima, aveva fatto esplodere il carico di ricordi che si era accumulato nella sua mente. Giovanni aveva tentato per un po’ di tenere insieme i pezzi della vita, ma poi aveva capito che, a volte, era più semplice lasciarla stare nel suo improvviso isolamento. I sentimenti che lo agitavano al solo pensiero di ciò che Giovanna aveva subìto, la frustrazione e l’impotente desiderio di ribellarsi lo rendevano furioso ma dare voce a quei sentimenti avrebbe significato ferire quelli di lei. E lei aveva già sofferto fin troppo nella vita. Solo durante la notte, mentre la guardava dormire, sottovoce le parlava: “Non allontanarti da me, non escludermi, piccola, non voltare mai le spalle all’amore”

Il giorno prima era arrivato a casa con una sorpresa e le aveva proibito di guardare finché non avesse finito di sistemarla. Le aveva regalato un’amaca completa di struttura di sostegno e l’aveva montata sul grande terrazzo. Era subito diventata il suo rifugio preferito. Starsene distesa sulla schiena a guardare i ritagli di cielo azzurro era una buona medicina per uno spirito fragile. La aiutava così ad apprezzare con gioia ciò che possedeva invece di autocompatirsi per quanto aveva perduto.

Giovanni parlava con i gesti senza spendere tante inutili parole.

E Giovanna capiva. Lei sapeva che con il passare dei giorni la sua mente si stava aprendo un varco nel muro dietro il quale si era nascosta. E traeva energia e coraggio da quella consapevolezza, certa che con Giovanni al suo fianco avrebbe saputo affrontare qualunque prova.

“Sei pronta, Giovanna?” gridò lui dalla cucina.

“Sì, adesso sono pronta, sono finalmente pronta” rispose Giovanna aprendo la porta del bagno. Il quel momento l’ultimo brandello di incertezza si dissolse. Lei guardò Giovanni, gli occhi spalancati e fissi sull’uomo che aveva dato stabilità e solidità al suo mondo.

Lui la strinse forte a sé, senza riuscire a trattenere un sorriso quando la sentì premere i fianchi contro i suoi.
“Cosa?” mormorò, cercando di concentrarsi sulle sue parole, piuttosto che su quel sensuale contatto.

“Ti amerò per sempre”

Giovanni rimase immobile e il sorriso abbandonò il suo volto. “Grazie, piccola” disse dolcemente “per sempre dovrebbe bastare”.

 Continua Patrizia…

                    Sì, quella mattina era decisamente nata storta…e non era l’unica nata in quella maniera negli ultimi tempi. Sembrava quasi diventata un’abitudine, alla quale però Giovanni non riusciva ad essere indifferente. Non capiva come mai con il passare degli anni, invece di approfondire la reciproca conoscenza si fossero allontanati così tanto uno dall’altra. Spesso si chiedeva se era il caso di continuare un matrimonio che ormai era diventato tale solamente di nome e sicuramente non di fatto. Ognuno conduceva la propria vita, quasi non sapevano più nulla uno dell’altra, si incontravano solamente al colazione e poi ognuno se ne andava per la propria strada fino a sera tarda quando rientravano entrambi stanchi e c’era solamente il tempo di un freddo saluto prima di addormentarsi.

Contemporaneamente Giovanna, mentre continuava la sua ginnastica facciale, alla quale seguiva sempre una lunga doccia, si stava facendo le stesse domande. Tra loro, senza che se ne rendessero conto, c’era ancora quell’empatia che fin dai primi giorni li aveva legati in maniera così forte da portarli a vivere un rapporto fatto di grande passione, che poi era sfociato nel matrimonio. Entrambi sapevano che nella vita dell’altro non c’erano altre persone, non sapevano spiegarsi come ma ne erano sicuri. E allora come mai non riuscivano più a comunicare come prima, a condividere le stesse passioni, a vivere quei momenti di spensieratezza che tanto avevano amato. L’unica maniera era parlarne apertamente, ma la consapevolezza che tra loro si era creata come una barriera invisibile frenava entrambi, come se nessuno dei due volesse fare il primo passo.

Ma a cosa avrebbe portato un comportamento simile se non all’invitabile fine del loro matrimonio, del loro grande amore. I minuti passavano e si avvicinava il momento di uscire di casa per recarsi al lavoro, ma qualche cosa, seppure non si trovassero nella stessa stanza, nonostante i loro occhi non si incontrassero, frenava i loro movimenti.

Contemporaneamente presero il cellulare e chiamarono i rispettivi luoghi di lavoro, inventando al momento una scusa plausibile, per avvisare che sarebbero rimasti a casa, il tutto all’insaputa uno dell’altra. Dopola telefonata Giovannauscì dal bagno, avvolta dall’accappatoio e si avvicinò a Giovanni che gli dava le spalle perché stava guardando fuori dalla finestra. Consapevole della presenza della moglie Giovanni si girò e vide che gli occhi erano lucidi, come se fosse in procinto di mettersi a piangere. L’attirò dolcemente a sé, come non faceva da tanto tempo e le disse della telefonata, lei si mise a ridere comunicandogli a sua volta che aveva fatto la stessa cosa.

Risero entrambi, stupiti di aver avuto lo stesso pensiero, ma anche felici di scoprire che la loro empatia non era mai sparita, ma solamente assopita ed aveva bisogno di essere risvegliata totalmente. Sapevano che dovevano parlarsi apertamente e che sarebbe stata una lunga chiacchierata. Avevano molto da chiarire, i tanti punti oscuri che adombravano la loro vita coniugale e che li stavano portando ad un punto di rottura forse irrecuperabile. I lunghi silenzio, le lunghe assenze, i rispettivi impegni messi sempre in cima alla lista delle priorità, li stavano separando per sempre, ma nessuno di loro lo voleva veramente. Si guardarono intensamente, Giovanni iniziò per primo a parlare e fu come se quella barriera poco alla volta si dissolvesse ed un fiume di parole prese vita.

Ascoltarono entrambi in silenzio quello che aveva da dire l’altro e quando ebbero finito entrambi di raccontare i propri dubbi, le proprie paure, le proprie angosce, si presero per mano e capirono che non tutto era perduto e che se la strada per ritrovare la loro serenità era ancora lunga, potevano ancora farcela, perché il loro amore era ancora vivo e palpitante come non mai. Un amore che doveva essere alimentato e condiviso e non soffocato dalla vita frenetica dalla quale entrambi si erano fatti coinvolgere talmente tanto da rischiare di perdersi per sempre…

Continua Semprevento…

                    Giovanna non si riconosce molto in tutto questo.

Lei che sempre si era prodigata e resa disponibile ad ogni capriccio di Giovanni, velato si, ma sempre capriccio…E quella mattina non ce la fece…Urlò forte fino a farsi sentire da tutto il condominio….M’hai fracassato ogni angolo delle mie scatole!
Smetti di parlare e tornatene a letto oppure telefona a tua madre e dille di prepararti il letto perché stasera dormi fuori!

Giovanni uscì dal suo torpore casalingo. Non riusciva a credere alle sue orecchie. Che cos’era quel linguaggio da portuale? dov’erala sua Giovanna che ogni mattina le preparava il completo da indossare,con i calzini in tinta con la cravatta.

Ripensò in un momento al loro incontro.
Al giorno del matrimonio. Era tutto così perfetto.

” Giò, tesoro, ma stai male?”

“Per nulla ” rispose lei. ” Ho soltanto bisogno di starmene per conto mio. Non ti sopporto più con le tue manie, le tue fobie e i tuoi sguardi convergenti ogni volta che mi vedi nuda. Sono stufa, capisci?”.

Giovanni prese la sua vestaglia e la getto a terra, non voleva più quella cosa addosso. Quel color porpora lo odiava, ma era il regalo di Giovanna e sopportò quel colore per 5 lunghi anni. ma visto che la mattina era partita col piede sinistro, se doveva ballare, avrebbe ballato insieme a lei.

” Te , donna incapace di pensare, come puoi pensare che io ami il porpora?”
“Scusa Giovanni, ma che c’entra il porpora con le mie scatole rotte?”
Lui rise forte , quasi nevrotico. E rispose:” c’entra , c’entra. Io odio il porpora e tu che fai? mi regali una vestaglia da camera porpora…accidenti a te! Ma mia madre me lo aveva detto che eri una serpe. Sai solo chiedere. In cambio non dai nulla. e quello che fai, ti anticipo, è solo il tuo dovere di moglie”

E neppure lei credeva a ciò che sentiva. Giovanni che infierisce su una donna, lui che è sempre stato un principe dell’ eleganza , del linguaggio, dei modi….Ora tutto è chiaro. Lui aveva un’amante. Ripensò in un attimo alle volte che lei aveva il mal di testa. Sembrava quasi felice il porco! Già, per non far l’amore, la scusa del mal di testa era buona. E lui si intratteneva al pc…lei sentiva i tasti far rumore…ma se ne stava quieta quieta a leggere il suo libro L’ultima canzone, amava il genere romantico. Poi si addormentava e di lui solo un vago ricordo. “Chissà a che ora è venuto a letto” pensava la mattina appena sveglia.

Ma alla fine non gli importava nulla…anzi , quasi quasi sperava che avesse qualche inciucio… un alibi per lei nel cercare le braccia del suo parrucchiere di fiducia…

Vendetta.

Continua Carla…

Stiracchiandosi lentamente nel letto Giovanna chiuse di nuovo gli occhi e si lasciò inebriare dall’odore dell’uomo che aveva accanto, quell’odore di maschio che apparteneva soltanto a lui e al quale si mescolava quello della passione che ancora indugiava sulla loro pelle. L’aveva condotta oltre le rapide dei suoi fantasmi fino alla sponda di rena calda dove si era sciolto il suo piacere. Scappavano per poi rincorrersi. Si rannicchiò sul fianco stretta al calore del suo petto, quando la voce di Giovanni, profonda unica e ancora impastata di sonno la fece trasalire:

“Era ora, bentornata tenerezza” le disse l’uomo “è stato un viaggio lungo e tu mi hai lasciata dormire molto, non riuscivo a svegliarmi”

“Non è quello che intendevo” rispose Giovanni “mi riferivo al fatto che finalmente ti sei decisa a tornare”. Le passò una mano sulla faccia per strapazzarla, per disturbare quel suo sguardo bisognoso spesso fisso nel suo. Una lacrima le scese sulla tempia e lui la raccolse con le labbra. Sentiva tutto il dolore di lei, quello che non sapeva, quello che non aveva vissuto, quello che gli mancava, era quell’ insieme di morbida seta che struscia e ruvida cartavetro che smeriglia.

La paura d’un tratto riaffiorò in lei ma con un sorriso disinvolto Giovanni le accostò pronto una mano sulla guancia, ammirando con l’occhio dell’artista il profilo del suo naso, il rilievo dello zigomo e la perfetta armonia tra sopracciglia e ciglia nere che le ombreggiavano straordinari occhi nocciola.

“Ma io torno sempre” replicò Giovanna mentre pensava come la nostalgia fosse un sentimento troppo elastico, dentro il quale puoi far transitare tutto quello che ti va. Come quella canzone di Battisti “… e se ritorni nella mente basta pensare che non ci sei che sto soffrendo inutilmente perché so, io lo so, io so che non tornerai…”, prima o poi le cose che hai lasciato indietro ti raggiungono e quando sei innamorata le cose più stupide te le ricordi come le più belle.

Stringendola fra le braccia, Giovanni non smetteva di pensare a quanto fosse inconsueto quel comportamento, Giovanna teneva tutto dentro di sé, sarebbe stato pronto ad ascoltarla se soltanto avesse voluto raccontargli qualcosa del suo passato, quel dolore che rimbalzava come fosse appeso alle bretelle, ma toccava soltanto a lei decidere il momento. Era come se cercasse qualcosa oltre lui, forse un luogo dove ricongiungersi con una parte smarrita di se stessa. Giovanni voleva che quella sua sofferenza col tempo non fosse più una malattia ma soltanto una condizione. Ogni volta che lui la stringeva si seppelliva dentro il suo profumo, sentiva il suo corpo scosso da un fremito d’impazienza se non addirittura di disagio e allora le cercava una mano e gliela stringeva forte.

L’aveva incontrata la prima volta all’inizio dell’estate, quel sabato pomeriggio al campetto del luna-park, dove Giovanni stava giocando a calcio con un amico non una partita vera e propria piuttosto un incontro non prestabilito, una di quelle occasioni accolte di buon grado dove non c’è nessun contrasto e non si segnano goal ma semplicemente si fa volare e correre il pallone.

Anche Giovanna insieme alla sua amica Valeria lo stesso pomeriggio aveva deciso di andare al luna-park. A Valeria bastava poco per capire di quale umore fosse Giovanna e a volte erano sufficienti poche parole al cellulare. Quel pomeriggio Giovanna non voleva stare sola, non glielo aveva detto ma lei lo aveva capito, per Giovanna era importante stare vicino a qualcuno, stabilire un qualunque contatto, aveva un’inquietudine costante come una farfalla notturna stordita dalla luce che continua a sbattere sulla stessa lampadina, non sapeva mai se sarebbe stata sufficientemente intelligente da allontanarsi dall’abbaglio o talmente stupida da arrostirsi in volo.

Parcheggiata l’automobile si erano dirette all’interno di quel paese dei balocchi dove tutto era all’insegna del divertimento. Camminarono chiacchierando piacevolmente lungo i vialetti e giunti in prossimità del campo di calcio l’attenzione di Giovanna venne catturata, addirittura calamitata da quell’uomo che nonostante qualche chiletto di troppo si destreggiava abbastanza agilmente col pallone. Strana emozione, quei due si guardarono con un’attenzione particolare che non li avrebbe mollati più, scattò in quell’attimo quello che viene comunemente definito “amore a prima vista”: loro non si aspettavano più nulla ma in quel momento avevano trovato tutto. Lui era un bell’uomo oltre la cinquantina, con i capelli castani appena brizzolati, occhi scuri e fisico da atleta con lo sguardo leggermente strabico che gli donava un’aria particolare, sembrava un gattino al quale era stata messa un’alicetta troppo vicina al muso. Si fermarono a guardare la partita e quando questa finì ripresero a camminare lasciando i due uomini liberi di recarsi negli spogliatoi per rivestirsi, non senza prima essersi dati appuntamento nei pressi di un’attrazione del luogo. Sembravano aspettarsi da tempo senza neppure conoscersi ma era soltanto il destino che in quel momento stava facendo il proprio corso. Inaspettatamente.

Chiacchierando su quell’incontro e una di loro con la testa ancora piena di quelle sensazioni, giunsero davanti ad una attrazione dove si potevano vincere piccoli oggetti sparando con il fucile ad aria compressa sulle sagome di cartone che giravano veloci. Imbracciare quel fucile solleticava non poco la fantasia di Giovanna sempre pronta a mettersi in gioco non tanto per il brivido che l’azione rappresentava quanto perché aveva sostituito nella sua mente tutte quelle sagome con il fisico di una persona di sua conoscenza che avrebbe in quel momento impallinato volentieri: il suo fuggitivo amore. Sarebbe bastato un colpo solo: …pum! Come “Il cacciatore”. Attese il suo turno e senza pensarci due volte fece partire i primi colpi ma le sagome, come per beffa, restavano immobili al loro posto. Il fuggitivo non schiodava di un millimetro neanche con il solo spostamento dell’aria. Valeria alle sue spalle guardando la scena rideva conoscendo le motivazioni silenziose che spingevano Giovanna a quel gioco.

Poi arrivò la voce calma e ferma, dal suono pieno alle sue spalle: “posso aiutarti a centrare l’obiettivo?”. Giovanna si voltò stupita di essere oggetto d’interesse -in quel fallimento di risultato- da parte di qualcuno. Si girò e riconobbe immediatamente lo sguardo vagabondo di Giovanni, vestito con un paio di jeans ed una Lacoste blu che le regalava un sorriso che non avrebbe più ritrovato in nessun altro. Immensamente dolce.

“Se centrerai in pieno anche una sola sagoma, ti offrirò lo zucchero filato….” disse con convinzione Giovanna per restare nel tema del luogo. Senza protestare per quella ricompensa infantile Giovanni prese il fucile e fece parecchi centri su quelle sagome che si accasciarono come sacchi vuoti.

“L’amico è colui che entra quando tutto il mondo è uscito” non si ricordava più chi pronunciò questa frase ma la disse sottovoce voltandosi verso Giovanna che stava ridendo di gusto ancor prima con gli occhi che con la bocca per quel finale a sorpresa e, con finta goliardia, pretese da lei lo zucchero filato come ricompensa. Le promesse si mantengono sempre, Giovanna non voleva assolutamente sottrarsi alla regola e divertiti si recarono tutti e tre al chiosco vicino per consumare quella leccornia. Appena ebbe tra le mani la sua bianca nuvola di zucchero Giovanna ci tuffò dentro il viso strappando a morsi quella bambagia zuccherosa incurante dei passanti che incuriositi osservavano la scena come fosse uscita da un cartone animato. Accanto a lei Giovanni la guardava trattenendo a stento il riso:

“Prendi la vita a morsi, a quanto vedo” le disse.

Giovanna impossibilitata a rispondere annuì con la testa e Valeria che seguiva la scena si chiese a cosa fosse dovuto quel repentino cambiamento d’umore della sua amica. In quel momento le sembrava fosse davvero felice, entusiasta della vita. Si diressero quindi insieme nel gioco dei labirinti dove ritrovare l’uscita fu poi impresa ardua e difficoltosa, subito dopo fu la volta di tirare palline centrando le bocce con i pesci rossi e infine si concessero un lento giro sulla ruota panoramica. Ridevano per quella loro fanciullezza ritrovata incuranti della loro età e del fragore delle risa.

Quel sabato pomeriggio su un campo di calcio in un luna-park era iniziata la loro favola e da quel giorno non si erano più lasciati.

A questo pensava Giovanni quella domenica mattina ormai sveglio nel letto, vicino a Giovanna che ancora sonnecchiava. A quello sguardo che li aveva uniti per sempre, a quella loro realtà, a quella loro vita. Un’alta marea di sensazioni che non li avrebbe più abbandonati. Sarebbero invecchiati insieme perché insieme avrebbero preso quel treno, con tante fermate ma senza più ritorno.

E lei era adesso lì accanto, compagna di vita. Giovanni iniziò a baciarla con un bacio intenso come il desiderio che provava di una voglia mai stanca ma affamata di carezze e brividi. Le loro lingue addormentate e perse improvvisamente si svegliarono con baci sempre più avidi del tutto padroni delle loro bocche, entravano dentro divoravano ed arrivavano dritte al cuore.

Quei baci non lasciavano ora più spazio ad altre parole.

Continua Carla…

(la confessione di Giovanna)

Erano passate da poco le tredici  avevano appena finito di mangiare e Giovanna si dondolava sull’amaca,   uno dei regali a sorpresa di Giovanni che adesso la stava guardando con sguardo assassino e un bicchierino di amaro in mano. C’erano giorni in cui si soffiavano arruffati come gatti in amore e tutti se ne stavano prudentemente alla larga da loro, ma era una delizia osservarli perché anche in silenzio si capiva quanto il bene che li univa andasse oltre e andava veramente lontano. E ci scappava pure un pizzico di bonaria invidia, a quanti di noi era capitato d’incontrare nella vita la propria  mezza mela?

Bene, questo a loro era successo.

Giovanni si avvicinò all’amaca e rimase a guardare Giovanna in maniera intima, chiedendosi come una persona potesse cambiare così radicalmente la vita di un altro individuo. Era già stata sposata tanti anni prima ma di quella sua unione lui non aveva saputo che pochi aneddoti, non  conosceva il motivo della sua fine  eppure non riusciva proprio a immaginare oggi il suo mondo senza di  lei.

“Hai il mento sporco di sugo”. Prima che potesse alzarsi Giovanni si era chinato su di lei per pulirla con il suo tovagliolo. Per l’ennesima volta da quando erano sposati lei pregò il suo cuore di smetterla di battere come se si stesse buttando dal trampolino della piscina appena lui si avvicinava.

“Credo di non essere molto brava a mangiare gli spaghetti” si scusò, mentre lo guardava fiduciosa con un’espressione innocente e passionale insieme, un misto di stupore e paura.

Brava o no, pensò Giovanni, era uno spettacolo tremendamente erotico per lui, doveva fare appello a tutta la sua forza di volontà per non baciarla continuamente, sembrava una bambina con quella camicetta bianca ed i lunghi capelli sciolti sulla schiena, sentiva sempre un bisogno assoluto di proteggerla, di stringerla tra le braccia e scacciare quei pensieri che la stavano distruggendo. Giovanna era una caramella rimasta per troppo tempo incartata, si sentiva bene con lei così vicino, la trovava bellissima ed era tutto quanto si potesse desiderare in una donna: era femminile, dolce e sexy senza essere provocante.

Giovanna se ne stava tranquilla, dondolava la testa sul cuscino e faticava a tenere gli occhi aperti, ma non dormiva come invece credeva Giovanni, lei stava semplicemente pensando o meglio ancora ricordando un passaggio della sua vita, quel deposito di scatole vuote.

E con la mente tornava al suo passato quando a soli ventun’anni aveva conosciuto Antonio. Lui era più grande di lei di tredici anni, bello e sicuro di sé, dannato e irresistibile, un seduttore nato che aveva fatto ricorso ad ogni stratagemma per corteggiare quella giovane studentessa universitaria in legge.  Non c’era voluto molto per farla cedere e dopo un anno si erano sposati, lei aveva rinunciato agli studi abbandonando tutti i suoi sogni ma a quel tempo pensava che amare qualcuno significasse dover fare dei sacrifici, rinunciare ai propri bisogni per far felice il compagno. Solo a lei era toccato però accettare dei compromessi perché Antonio non aveva sacrificato proprio nulla di sé ed aveva continuato a comportarsi da single anche dopo il loro matrimonio. La vita di Giovanna era stata rigidamente pianificata da suo marito in un modo perverso e lei ci si era pure abituata come un prigioniero che si assuefa alle quattro mura della sua cella senza mai ribellarsi.

Una sera Giovanna e Antonio litigarono. Giovanna non aveva raccontato mai – a nessuno – quello che era successo dopo che lo aveva trovato a letto con Francesca. Era tornata a casa in anticipo quel giorno e pensava di fargli una sorpresa ma la sorpresa veramente amara era stata per lei. Quella ferita era sempre troppo viva per raccontarla, lei diceva solo che quel giorno lui aveva bevuto troppo, urlava come un pazzo e lei sconvolta per replicare aveva commesso l’errore di voltargli le spalle e questo lo aveva mandato su tutte le furie. Antonio non sopportava di essere rifiutato da nessuno e purtroppo, durante quella lite lui l’aveva raggiunta e lei era caduta rovinosamente lungo tutta la rampa di scale. Si era rotta la gamba in molti punti e no, adesso basta con le menzogne, il suo non era stato un incidente lui in realtà l’aveva volutamente spinta.

Quei pensieri, quei ricordi, quelle immagini ancora adesso pesavano come macigni nel cuore di  Giovanna e le doleva la testa per lo sforzo di farli uscire, ricordava con terrore la furia negli occhi di Antonio, era fuori di sé per essere stato scoperto a letto con Francesca, aveva detto che lei non aveva alcun diritto di sentirsi offesa perché era tutta colpa sua, le aveva poi urlato insulti accusandola di averlo spinto nelle braccia di altre donne perché a letto lei era una nullità. Aveva detto proprio così…. una nullità.

Dopo neppure due anni si erano separati e a soli ventitré anni Giovanna aveva subìto due operazioni ma purtroppo le ossa non si erano riattaccate bene come avrebbero dovuto e si era ritrovata claudicante, non era la fine del mondo è vero tante persone si erano riprese da traumi ben più seri. Solo dopo alcuni anni finalmente un ultimo risolutivo intervento chirurgico l’aveva completamente ristabilita e adesso Giovanna non zoppicava più e la cicatrice era stata abilmente cancellata. Nessuno della sua famiglia aveva saputo la verità su quella storia, Giovanna l’aveva tenuta nascosta a tutti perché se ne vergognava troppo e poi in fondo….  lei era una nullità.

Lei aveva il vizio di alzare barriere per proteggersi, non voleva mostrare le sue emozioni ma con Giovanni era arrivato finalmente il momento di abbatterne qualcuna, si fidava completamente di lui ed anche se ora sentiva quel nodo alla gola ed era pallida in viso doveva trovare assolutamente la forza per parlargli. Ed infatti gli parlò quel sabato pomeriggio d’inizio primavera.

Dopo aver ascoltato attento quella confessione Giovanni prese tra le braccia sua moglie, avevano viaggiato su strade diverse esplorandole nei più infimi dettagli, il loro stato d’animo era sigillato dallo stesso sgomento e ancora incredulo la strinse forte forte a sé: “sai … ho aspettato sei mesi questo momento e ogni giorno mi è sembrato un’eternità, adesso finalmente quel dolore non rimbalzerà più”. Affondando la bocca sui suoi lunghi capelli mormorò il suo nome, le prese il viso tra le mani e la baciò con gioia infinita, Giovanna si sentì travolgere dall’emozione come colta alla sprovvista da un improvviso acquazzone estivo e quello fu un bacio incredibile.

Da quando Giovanna era entrata nella sua vita  tutto era cambiato, aveva un progetto, una direzione, un riferimento. Con lei aveva scoperto il vero significato della parola amore, amore giunto in età matura è vero ma Giovanni aveva l’orgoglio di sapere che per lei era stata la stessa cosa. L’amore è una forza che sgorga da noi, in modo improvviso, inarrestabile come lava da un vulcano e invade, sommerge senza più controllo tutto ciò che trova. Di notte sua moglie si stringeva forte contro il suo corpo,  gli guidava le mani sulla sua pelle liscia e lui entrava dentro di lei con lo stesso timore che provava quando entrava in un posto sconosciuto, sentiva il corpo di lei fremere ripetutamente di piacere, restava sveglio a vederla dormire con la sensazione che la notte fosse meravigliosa perché aveva dentro il profumo dei pini, il canto degli uccelli notturni e il respiro docile di lei che riposava tra le sue braccia con il corpo acciambellato e sazio.

“Quali altri cambiamenti amore mio hai fatto ancora?” le chiese piano sorridendo malizioso.

“Bè….” disse lei con finto pudore slacciandosi la camicetta “sai… ho comprato biancheria più sexy. Vuoi dare un’occhiata?”.

“Giovanna!”, esclamò lui non riuscendo più a trattenere la passione e la baciò ancora con maggiore foga, infine parlarono, risero, si coccolarono, fecero l’amore poi lui si sdraiò sul fianco guardandola negli occhi.

Lei si allontanò appena, aveva gli occhi lucidi e guardò l’uomo che era tutto il suo mondo, il libro della sua vita con pagine sparse, colui che era una risposta a tutti quei sogni che neppure sapeva di avere, la vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro leggerli in ordine è vivere…sfogliarli a caso è sognare.

Domenica avrebbero sicuramente dato vita ad un nuovo battibecco, ebbene sì erano una coppia troppo frizzantina, ma quel sabato pomeriggio mentre si coccolavano, si stringevano e si baciavano abbracciati stretti stretti sull’amaca nessuno di noi l’avrebbe mai lontanamente sospettato. Nessuno.

Il racconto… Giovanna e Giovanni, una storia semplice, una storia di tutti i giorni, scritta a più mani, dove ognuno ha messo qualcosa di suo.

Giovanna e Giovanni – 17 marzo 2012

Gli autori: Arthur, Carla, Ermanno, Patrizia M.  Semprevento 

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3 pensieri su “Giovanna e Giovanni

  1. Ed ecco un altro aggiornamento nella storia di Giavanna e Giovanni. Questa volta Giovanna si racconta, scoprendo così “quei pensieri, quei ricordi, quelle immagini che ancora adesso pesavano come macigni nel cuore…”Buona lettura!

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