I miei scritti più belli

Fili

Fili.

Fili che in un vortice senza controllo, liberi s’intersecano gli uni con gli altri, fino a diventare scintille, lamine di fuoco incandescente e dopo, in uno spazio che non ha misura, s’adagiano; luce che nel silenzio affievolisce e si consuma, per ritrovarsi poi senza l’affanno o la paura dell’abbandono.

Metafora di vita!

Fili. 21 maggio 2011

La foto è una meravigliosa invenzione di Semprevento , la nostra Ventolino. Quando l’ho vista me ne sono innamorato e così ho scritto “Fili…”:  parole che giocano a nascondino con le parole.

Il modo migliore per iniziare questa piccola carrellata di cose scritte in quattro anni di  blog. Complicità e condivisione, un regalo (spesso) inaspettato che ho ricevuto proprio grazie alle parole.

Titolo-Blog

Riflessi

“Ciao.”

“ Ciao.”

Non era la prima volta che la vedevo così com’era in quel momento, mi dava le spalle e con le mani raccolte dietro la schiena, guardava fuori dalla finestra. Nella penombra, riuscivo appena a scorgere il colore dei suoi vestiti e raggi di luce giocavano con i riflessi dei suoi riccioli neri, che quasi veniva voglia d’acchiapparli.

“Ciao.” mi risponde senza neanche girarsi, detto in un soffio, come se avesse qualcos’altro a cui pensare, ma che suonava come un richiamo dal profondo del cuore.

Mi fermo e la guardo. Mi piace guardarla mentre lei non mi vede, riesco a vederla oltre la sua immagine; con i miei occhi l’attraverso, l’accarezzo, cerco un appiglio per non lasciarla andare, per non perdere neanche per un attimo la sensazione di essere posseduto da quella meraviglia e pensieri si accavallano uno sopra l’altro, non cercano risposte, ma solo voglia di ritrovarsi ancora una volta desiderio che si perde in lucida follia.

Mi avvicino cercando di non fare troppo rumore, con il suo respiro che, passo dopo passo, mi sembra di avere incollato addosso, scosto i capelli, un lembo di pelle fa capolino da un raggio di luce che solitario era lì ad aspettare, sento l’odore della sua pelle che mi entra dentro ai polmoni, ancora immobile, china da un lato la testa e tra il sordo rumore di un intreccio di mani che si cercano, la sfioro con le labbra per dirle ancora…

“Ciao.”

“Ciao.” 19 settembre 2009 

Murales_co

Murales – Tempera su muro © Arthur

Un’estate di tanto tempo fa.

Il cammino che porta al mare è un cammino verso l’ignoto, verso qualcosa che ti sembra di avere a portata di mano, mentre invece più ti avvicini e più lo vedi lontano, impossibile da toccare.
Forse è questo che mi affascina del mare, sapere che c’è, ma allo stesso tempo non riuscire a toccarlo tutto, a sentirlo, perché ogni onda è una nuova carezza, perché ogni metro guadagnato è un piccolo tragitto in un mare che non finisce mai.
Ed anche se lo guardi dalla spiaggia, c’è un’onda uguale all’altra?
No, ogni piega, ogni rigagnolo di schiuma, persino ogni gorgoglio che si infrange non è uguale all’altro.

E continua così per ore, giorni, mesi, anni, per sempre.
Il cammino che porta al mare  è un’emozione diversa, mai uguale all’altra.

La jeep, otto posti a sedere, a vederla non prometteva granché di buono. Un po’ vecchia, malandata e con la vernice a tratti scrostata, sembrava la protagonista di un vecchio film in bianco e nero.

L’autista era venuto a prenderci un po’ prima dell’alba e caricati i bagagli ci ha fatto cenno di salire a bordo perché il viaggio era lungo e le cose da vedere tante. Io, con la mia inseparabile telecamera, mi sono seduto dietro vicino al finestrino, così mi sarebbe stato più facile filmare.

Eravamo ancora tutti addormentati, il cielo a tratti ancora scuro, incominciava a far intravedere bagliori che si perdevano dietro a piccole colline ed alberi secolari.

La jeep correva indisturbata sulla strada sterrata e sul ciglio, come dei fantasmi, ogni tanto spuntavano le sagome di donne che con delle enormi ceste sopra la testa, camminavano al buio incuranti di qualsiasi altra cosa. Era come se il tempo si fosse improvvisamente fermato, cielo scuro, terra asciutta, strane ombre che ci venivano incontro illuminate dai fari della macchina che prendevano forma di un albero, di mucchi di sterpaglia, di occhi di animali incuriositi e spaventati, di un vuoto che non aveva mai fine.

Avevo letto dell’Africa e dell’emozione che lasciava dentro, ma quel senso del nulla era ancora più forte, che quasi stento a descriverlo, malgrado l’abbia ancora dentro nelle ossa, come se parole e sensazioni non andassero più d’accordo.

(…)

Ormai era quasi giorno e quella bellezza fatta di arsura e di colori sbiaditi al sole era tutta lì da vedere. Nessuno di noi parlava. Ogni tanto ci fermavamo per lasciare passare un branco di animali ed era l’occasione per filmare e fare fotografie come dei forsennati, come bambini nel paese dei balocchi.

Arriviamo in un centro abitato, poche capanne rabberciate alla meglio, e superata una piccolissima moschea, improvvisamente davanti ai nostri occhi, il mare. La jeep lascia la strada e si dirige sulla spiaggia. Deserto tutt’intorno, da un lato il mare che giocava a nascondino con il sole mentre saliva verso il cielo e dall’altro sabbia, tanta, solo ed esclusivamente sabbia, tonalità dell’ambra con delle leggere sfumature color del rame e in lontananza a fare da barriera, terra accatastata e fango e davanti l’immensità, nient’altro che l’immensità.

Facendomi tenere ben saldo per le gambe, mi sono letteralmente buttato fuori dal finestrino; il vento sulla faccia, l’occhio incollato nel mirino, le dita aggrappate, strette alla telecamera, il rumore attutito sulla sabbia delle ruote che lasciavano un segno e man mano che si asciugava al sole, spariva come per miracolo. Era impossibile distogliere lo sguardo da quella distesa di cielo, di terra e di mare che scorreva velocemente davanti ai miei occhi senza cambiare mai, l’emozione era così forte che ho incominciato ad urlare di gioia.

Ci siamo fermati per le foto ricordo. Sazio e quasi stanco per l’emozione, mi sono seduto sulla sabbia a guardare il mare. Lì, in quei posti, se guardi l’orizzonte, sembra che quel mare non finisca mai, una sensazione strana, quasi irreale.

E poi, dal nulla, ecco arrivare due bambini che si mettono a giocare sulla riva. Vestiti di stracci ridono, saltellano nell’acqua, mi guardano, li guardo e sorrido. Faccio in tempo a riprendere in mano la telecamera che scappano via. Scavalcano ad una ad una le piccole onde e uno dei due, il più grandicello, barcolla  e come una scena al rallentatore, un passo dopo l’altro, sparisce,  con al piede una pinna da sub, che a fatica solleva e poi va giù, una, soltanto una. Ho fatto in tempo a filmarlo.

Poi siamo ripartiti, altro spettacolo, altre emozioni, le mangrovie, dimenticavo, eravamo in Kenya, un’estate di tanto tempo fa.

Ps: la foto rappresenta un murales che ho dipinto dopo il mio ritorno dal Kenya sulla parete di una camera da letto, in una casa dove oggi non ci sto più, purtroppo. Fatto con colori a tempera, è volutamente “stilizzato”, perché ciò che volevo rappresentare era soltanto il ricordo di una terra (così come l’ho vista io…) che resta nel cuore.

Un’estate di tanto tempo fa. 17 febbraio 2011 

The Best Magazine_#1-11  “L’opinione” e su Issuu,

 La Vetrina.

A volte è come entrare in una stanza buia dove si vedono soltanto dei piccoli fasci di luce che penetrano dalle persiane chiuse, altre invece sembra d’essere in un grande Open Space pieno di gente chiassosa e a fatica si riesce a sentire il suono della voce, ma un particolare in comune c’è sempre, due occhioni curiosi, a volte languidi, quasi sempre scuri e penetranti, che ti guardano vogliosi di sapere cosa è rimasto di quelle parole, di quei pensieri a volte scombinati, lasciati lì per suggellare un bisogno, aspettative, di ritrovarsi e ritrovare, o soltanto lasciati lì per il gusto di lasciare.

Ritorno, dopo ormai un anno e mezzo in giro per blog e ora anche da blogger – un neonato di appena due mesi – a parlare di questo mondo che sempre di più mi affascina, lasciandomi quasi senza parole per certe oscure miscele che vengono mischiate in enormi calderoni, come fossero pozioni magiche, imbevute, farcite di una miriade di parole che penetrano, che lasciano riflettere, a volte sconcertano anche, ma credo tutte con una cosa in comune: comunicare la voglia di non sentirsi soli.

Quanta acqua passata sotto i ponti! Un po’ di tempo fa a chi soffiava felice sulle candeline di una torta per festeggiare un anno di blog, scrivevo: “E allora, ancora auguri vivissimi per un anno ultracolmo di vita vera, vissuta aldilà della vetrata, al riparo da sguardi indiscreti, certa di ciò che vuoi comunicare ma, ignara di ciò che realmente, chi legge, pensa o magari sarebbe sul punto di dirti. Tanti commenti, tante frasi sussurrate e forse, forzatamente di convenienza, sempre e comunque telegrafiche, un ci sono anch’io, tutti insieme appassionatamente ma, quanti realmente insieme.“

E poi, ancora: ” Forse il blog è come un diario – lo ha detto qualcuno – forse è come il lettino dello psicanalista, dove qualcuno ad ascoltare c’è sempre e comunque – lo dico io – magari soltanto un punto d’incontro per vogliamoci tutti bene, un solitario soliloquio e anche i commenti quindi, sono piacevoli ma non indispensabili, o forse chissà, prova magari a spiegarmelo tu – scrivevo – che se mi convinci, non prendermi alla lettera, la prossima volta anziché un commento lancerò anch’io un POST e nell’attesa dei commenti, continuerò a postarmi, sempre comunque in vetrina, una bella vetrina di me stesso.“

Ed eccomi qua, infatti, non a caso dopo tanto tempo, non che abbia cambiato idea su tante cose, anzi, alcune sono radicate dentro di me, ma forse con una visione più verosimile su quello che smuove questa voglia di apparire dietro a questa vetrina, ed ora io sono il primo ad esserci, magari con lo straccio in mano per togliere aloni fastidiosi che potrebbero in qualche modo offuscarne la visione.

E, infatti, non a caso parlo di “occhioni curiosi che guardano”, perché ognuna delle persone che visito la immagino così, ne vedo i tratti, a volte anche l’espressione e di qualcuna sento persino il cuore che batte, tanta è la forza che riesce a comunicarmi. Una piccolissima cerchia però, accuratamente selezionata, racchiusa in una dimensione difficile da immaginare, un po’ come gli amici che incontri nei giorni di festa, senza i quali, tutto sembrerebbe un’altra cosa.

La Vetrina 15 gennaio 2009

Un soffio.

Un soffio, e l’aria come per incanto s’era improvvisamente profumata di delicate essenze; si avvertiva leggero un fruscio, come ali di farfalla tinte di giallo e una luce riflessa splendeva mischiando colore a colore, l’ocra ruvido di un muro lavorato a rustico, ad una morbida pelle ambrata bruciata dal sole, l’uno che nell’altro cerca rifugio, tanto che era impossibile scorgere pieghe che non fossero uguali.

E dal soffio un respiro, nato dal profondo d’un petto che quasi temeva il movimento, paura di scoprirsi diverso dall’essere lì appeso in quell’angolo, a disegnare sinuose linee nate solo per confondere, per dare al respiro l’alito d’un soffio.

Quasi una resa, una sottomessa disfatta, che dallo sguardo si lascia accarezzare, come un pennello dalle setole scure che, senza far rumore, s’adagia compiaciuto e impregnato di colore, per indugiare poi su sfumature che danno forma e consistenza; magica dimensione che trascende dall’essere reale, frenetica e al tempo stesso pacata ricerca di una frase, di una parola, di una parola sola che sa di urlo sospirato a fior di labbra, sensuale motivo che serve solo ad appagare.

Un soffio.  29 gennaio 2009

Tettoia_a

Ho tutto il tempo che vuoi.

Tempo di Natale, quanta gente per strada, quante rincorse tra negozi che vendono e gente che compra.

Tra l’altro alle volte mi rendo conto che il tempo passa più velocemente di quello che sembri, i giorni, i mesi, gli anni me li sento scappare di mano e così ieri eri giovane con tante cose da fare e oggi ti ritrovi a non sapere più cosa hai voglia di fare.

Giorni fa incontro una mia cara amica e dopo i soliti affettuosi convenevoli le chiedo di Luciano, il papà e lei: “Come, non lo sai?”

La guardo con meraviglia e le faccio un cenno come per dire no, perché?

“Luciano è caduto giocando con il nipotino e si è rotto il femore e adesso è al San Pancrazio a fare riabilitazione “

“Maddai “ le faccio e nel frattempo penso che Luciano deve essere già vecchietto e una frattura del genere…

Sabato non avevo niente da fare e così decido di andare a trovarlo. Arrivo al San Pancrazio e alla reception chiedo di lui e la signorina gentilmente: “ Si trova nella camera n. 145 al quarto piano.“ Prendo le scale e mio Dio che tristezza, quanta gente in carrozzina, quanta gente con lo sguardo perso nel nulla!

Arrivo alla camera n. 145, busso, e sento una vocina roca che dice: “ aiuto… aiuto… “

Entro, mi guardo in giro e vedo un uomo di spalle in carrozzina incastrato sulla porta finestra della camera, mi avvicino e lui sentendomi arrivare dice ancora: “aiuto, sono rimasto bloccato.“

Prendo la carrozzina, piano piano la sposto e chinandomi a guardarlo, gli faccio: “ Ciao Luciano, cosa fai mezzo fuori e mezzo dentro alla stanza?”

Lui mi guarda e solo allora vedo un vecchietto magro, magro, con un cappellino in testa, un cappotto sopra le spalle, gli occhi verdi sbiaditi e lo sguardo un po’ perso.

“Ciao “ mi fa, “ma sai, ero uscito a fumarmi una sigaretta e sono rimasto incastrato. “

Mi guarda ancora e nel frattempo lo porto dentro la stanza e mi siedo accanto a lui.

“ Maddai… “ dice guardandomi “che bella sorpresa, quanti anni che non ti vedo“ lo dice inarcando le sopracciglia e abbozza anche un sorriso. “Ma no “ gli dico “ l’ultima volta ci siamo visti l’anno scorso, ricordi?“

E così, parliamo del più e del meno, mi racconta della sua avventura, di come era stato stupido per essere caduto giocando con il nipotino, che stupido che era stato; gli ho chiesto quanti anni avesse e lui: “ Ottantatre, però me ne sento venti di meno, mi sento un giovanottino, mannaggia questo piede mi fa un male, poi da quando mi hanno operato non lo muovo più bene, mi devono aver toccato un nervo e scusa, avrei bisogno di andare in bagno, tu, scusa, puoi suonare all’infermiera?”

La chiamo e vedendolo un po’ imbarazzato, lo saluto promettendogli di venirlo a trovare ancora e lui: “ Sì, ciao, grazie della visita, ma, ma tu sei?”

E me lo dice tenendomi la mano tra le sue, con un dolce e tenero sorriso.

“Sono Arthur“ gli faccio, “ricordi? Ho sistemato la casa a tua nipote Luisa“

“Già“ mi fa, senza lasciarmi finire di parlare senza neanche ascoltarmi e stringendomi di più la mano: “ Già che stupido, volevo dire Arthur, che sciocco e già, sei il medico che mi ha visitato quando sono arrivato qua, mi sembrava di averti visto ieri mentre andavo a fare ginnastica.“

A quel punto non lo contraddico neanche e poi mi guarda ancora dritto negli occhi e ancora con un sorriso: “Ciao carissimo, Buon Natale, grazie ancora della visita, vienimi a trovare se hai voglia, se mi dici in quale stanza sei magari lo faccio anch’io, ho tutto il tempo che vuoi. Che sciocco che sono stato!“

Sono uscito pensando a come fosse cambiato, a quello sguardo perso, a quegli occhi profondi, a quella voglia di essere lasciato da solo con il suo mondo.

Ho tutto il tempo che vuoi 14 dicembre 2008

Parole&Immagini” – 11/2010 

Odor di primavera.

Odor di primavera… raggi di luce che s’intrecciano alternandosi a lame fluorescenti che tagliano l’aria come fendente, in un alito delicato oltre ogni misura. Colori che traboccano come da un vaso colmo di storie, che a stento riesce a trattenere la voglia di confondersi, rosso che con il giallo smorza i suoi toni, ombre che con il chiaro e lo scuro si scolorano, diventano abbandono, morbida distesa dove adagiarsi inerme.

Voglia di guardare e poi, un succedersi di tele, immagini ramificate che una dopo l’altra si mischiano in un gioco di trasparenze solo accennate… cieli, terre, prati, montagne, mari, nubi, stelle… natura al suo risveglio, tiepido, assonnato, promesse mantenute per occhi che scrutano l’inverosimile scenario, che non è mai da solo, che non è mai lo stesso.

Controversa certezza di parole sussurrate al vento, ma che si posano in ogni dove, l’una accanto all’altra e timido è l’approccio; bisbiglio impercettibile che trova spiraglio nel chiacchierio di una frenesia ormai a fatica trattenuta e ancora, luce, occhi, parole, respiri, affanni, mani che s’intrecciano, corpi che si confondono, pelle che nella pelle trova ristoro… odor di primavera.

Odor di primavera. 23 aprile 2009

Ci credo ancora?

Ci credo ancora?

Pensare che tutto ciò che c’è dato, può non essere all’improvviso più lo stesso, per una parola detta, forse malevola, ma quale poi, per un momento di stanchezza, per un malinteso non chiarito, o forse difficile di chiarire, per uno sguardo che non c’è stato, ma solo perché impossibile da vedere.

Non sono scuse che cerco, e neanche giustificazioni da proporre, e poi perché mai, se qualcuno di voi mi ha letto durante questi mesi, sa che non vado cercando appigli dove aggrapparmi.

Solo un attimo per riflettere, per darmi e darvi la possibilità di rivedere con occhi sgombri dove può andare a parare un rapporto che può sembrare fatto solo di parole.

Ho iniziato per caso e poi per gioco questa avventura, in nome forse di una libertà che, dietro la parola, poneva la fiducia, che dietro uno sguardo che non c’era, l’accento alle emozioni, che dietro ad un paravento ben protetto, cercato, voluto e non voluto, la disponibilità a condividere.

Non mi sono posto troppe domande, mi sono “tuffato” nella rete e ho cercato di dare qualcosa, ma senza l’assillo di pretendere dell’altro.

Non ho aperto subito un blog e d’altra parte sono sempre stato scettico sul farlo e la mia coerenza me lo ha quasi imposto, ma mi sono messo dall’altra parte, dalla parte di chi, prima di dire ascolta e dopo, se proprio è il caso, dice qualcosa.

Sono scappato da quei diari riproposti in chiave quasi patetica, da quelle letture che nascevano da malcontenti,o da occasioni mancate, da situazioni noiose a volte solo per il gusto di esserlo. Ma anche da chi, dietro ad un blog, poneva l’immagine di sé al di sopra d’ogni cosa, senza creare alternative, senza offrire o dire niente.

In questo spazio ho trovato una via da seguire, e senza che me ne rendessi conto, è diventata lunga, a volte piena di ostacoli, di silenzi non contemplati, di lunghe code nell’attesa di risposte non sempre ricevute.

Ma gli sguardi continuavano a non esserci.

E poi, pian pianino, ho trovato le persone, semplici persone che avevano voglia di dividere e questo “spazio” le lasciava libere di farlo, proprio perché non era ad un post che dovevano rispondere ma solo a quel bisogno che è un po’ di tutti, di parlare solo per farlo, di parlare per ricevere, se era il caso, una risposta.

Ed è in quelle parole, dette senza volere chiedere e in quelle risposte date solo con la voglia di esserci, che ho incominciato a scorgere gli sguardi.

Pazzia, direte, o forse un attimo d’incertezza? No, assolutamente no.

Seduti uno accanto all’altro, alla ricerca di calore, il suono della voce di chi parlava, era un sottofondo alle cose che diceva; a volte risate incontrollate, a volte poesie sussurrate, a volte canzoni strimpellate, a volte racconti di storie che con le storie non avevano niente a che vedere, a volte arringhe appassionate su cose che purtroppo potevano dividerci, a volte confessioni fatte sottovoce e, in tutto questo, potevano non esserci gli sguardi?

Erano sguardi fatti di parole, che ognuno di noi offriva agli altri senza pretese, senza volere per forza qualcosa in cambio, a volte come carezze, a volte fissi in cerca di risposte. Erano sguardi fatti di parole, magari solo per dire arrivederci, buon giorno o buona notte, e chi lo leggeva il giorno dopo, vuoi che non li vedesse?

Questo per dire, che serve la voglia, per sentire, oltre che per vedere l’altro. E forse non è così anche nella vita reale? Quanto di ciò che vediamo o sentiamo ci resta veramente impresso?

In questo mondo virtuale, il fatto di non potersi guardare negli occhi si fa sentire, essere dietro ad un video e una tastiera, può creare dei malintesi, il mezzo ci limita, ma siamo sicuri che potersi guardare sempre negli occhi dia ottimi risultati?

Io non ne sono del tutto convinto, ma mi concedo la possibilità di crederci, così come me la concedo nel credere in un rapporto che può sembrare fatto solo di parole.

E oggi che anch’io ho un blog, ci credo ancora.

Ci credo ancora? 4 marzo 2009 

Silenzio_a

In silenzio.

Volevo cambiare post, scrivere cose importanti della vita, dell’amore, di gioie e di dolore, di aspettative mancate e ritrovate, persino di silenzi, insomma, di qualcosa che mi facesse pensare solo per un attimo che la strada che sto percorrendo non è solo a ostacoli, che il sorriso, quello che mi sveglia ogni mattino, è contagioso anche per gli altri, per chi pensa che il mondo sia tutto sulle sue spalle, per chi non ha tempo per soffermarsi e prendere respiro, per chi è così preso dall’essere se stesso, che non vede niente di diverso.

Avrei voluto cambiare post, ma il bisogno di mettere ordine in questi miei pensieri mi lascia al momento, come dire, un po’ disorientato, forse perché malgrado tutto ciò che ho capito della vita, ahimè, è assai ben poco e da un lato, anche se mi sorprende, mi da l’esatta dimensione di come siamo fragili e allo stesso tempo futili, perché ci perdiamo in cose assolutamente inconsistenti.

Vorrei poter cambiare post per dare il via a nuove discussioni, dove né i miei problemi, né quelli di un altro, siano l’argomento preferito, dove parlare del più e del meno diventa l’occasione per prendere coscienza di una realtà che spesso confonde il vero con il virtuale, ma che non ha niente a che vedere con i sogni, dentro queste pagine, fuori per le strade, nelle piazze che chiedono giustizia, nei prati sempre più soffocati dal cemento, nelle distese immense di un mare misterioso, tra le corde che vibrano di un’emozione sconosciuta.

Voglio, ma ciò che realmente voglio è non voler nulla, cullarmi nell’idea che ciò che ho è già abbastanza, qualsiasi cosa in più è bene accetta, ma non per questo mi accontento.

E poi, parafrasando Elle, mi siedo in silenzio e ascolto i miei pensieri.

In silenzio 8 luglio 2009

Mattino

Svegliarsi.

Brilla una luce negli occhi, come di un pensiero fuggitivo che attraversa la mente senza voglia di conferme, le labbra si socchiudono come per dare un bacio e alla fioca luce di una finestra appena socchiusa, il suono di un clic dice che finalmente l’emozione ha trovato il suo rifugio.

E poi un susseguirsi di frenesie che, tra attimi rubati, s’incastrano fino a diventare lucide follie vissute ad occhi aperti tra spazi circoscritti in un immaginario sempre più lontano; fulgida visione di un intreccio di mani e di corpi che si fondono e senza volerlo, dopo tanto lottare, finalmente è l’abbandono.

Svegliarsi al mattino e tra i vapori fumosi di una doccia, disegnare con il dito su di uno specchio la curva di una strada che mentre sale, lascia intravedere una lunga discesa che porta al mare.

E gocce di rugiada si staccano una dopo l’altra e nel rigagnolo appena nato, cercano la via per rompere gli indugi, a ritrovarsi ancora insieme verso qualcosa che le porti lontane; il calore di un abbraccio che le asciuga come fossero panni stesi al sole.

Svegliarsi e accorgersi di un nuovo giorno ritrovato.

Svegliarsi 21 maggio 2009 – 28 febbraio 2014

Ma è quel che appare?

Che strano vederti pian pianino camminare dall’altra parte del marciapiede, un passo dopo l’altro, dinoccolato, come se la fretta per te fosse tutt’altra cosa, eppure ti riconosco da quell’affanno che non hai ancora abbandonato, un respiro lieve ma intenso, così come il tuo sguardo, che sembra fissare qualcosa d’importante, ma che per un attimo si gira come una carezza.

Che strano averti persa senza neanche sapere come mai, sì, persa per strada, nell’attimo in cui mi stavo domandando cos’era che alla fine ci aveva relegato in quella folle corsa nata per rincorrere emozioni, persa per strada, girato l’angolo, l’ultimo a destra, quasi in fondo al viale, prima ancora che pensassi a qualcosa da inventare, prima che capissi il dono migliore da farti come regalo.

Che strano sentire senza percepire di rimando un sentimento, un filo di voce che può voler dire altro, tante parole ma che non hanno più alcun senso, perché ciò che veramente avrei da dire, mi muore in gola e l’attesa per il momento giusto, è ormai passata.

Che strano, oggi c’è il sole che risplende e ciò che mi era parso ieri, forse non ha più alcuna importanza; Bull terrier cucciola di colorazione ambrata, con un occhio color tenerezza, cercasi disperatamene!

Ma è quel che appare? 12 febbraio 2010

Alto, affusolato, morbide curve ondulate.

Alto, affusolato, morbide curve ondulate, come il ritmo scandito da una melodia andalusa, fatto apposta per essere riempito da rami profumati di lavanda che, dalle sue trasparenze, trovano slancio.

Difficile decidere dove poggiarlo, difficile pensare che ogni centimetro guadagnato possa in qualche modo farlo sembrare diverso da quello che ognuno di noi vorrebbe che fosse, ma poi…

No, nessun piedistallo, no, neanche a pensarlo, lì, forse lì potrebbe andar bene, sì, l’angolo tra il mobile e il muro è l’ideale, lo racchiude e al tempo stesso lo protegge, lontano da sguardi indiscreti ma ugualmente in vista, riuscire a vederlo per non dimenticare, una parete verde, l’altra bianca, verde e bianco che si mischiano se un raggio di luce l’attraversa e fanno a gara per trattenere tonalità chiare, sfumate, dai colori brillanti, nettamente più luminose rispetto alle cromie scure che dagli angoli bui fanno capolino, in un gioco che trova pace soltanto quando si smette di guardarlo.

Ma lo sguardo non lo abbandona mai, anzi, cerca una scusa, immagina qualcosa per coprirlo, per far sì che nulla possa fuggire da lì dentro; che poi è solamente un vaso, neanche di cristallo, è vetro soffiato, neanche colorato, è trasparente, alto affusolato, con morbide curve ondulate, come il ritmo scandito da una melodia che le percorre dolcemente, niente più rami ma solo desideri, che s’intrufolano, uno a uno, tra maglie strette avvolte in un abbraccio che non le lascia scappare via.

Alto, affusolato, morbide curve ondulate. 3 novembre 2009

Canneto

Uno con tutto quel mare.

“Quando tira ponente nel cuore…”

… l’anima si riscalda, perché vado alla ricerca di quel soffio che rimescola il mio modo di sentire e allora guardo il mare come per ritrovare me stesso che, nel frattempo, si era perso senza poter guardare il mare. Quante volte mi sono chiesto cosa avesse da raccontarmi, il mare, quante lotte, quanto dolore, magari quante gioie, quante verità in quel silenzio assorto e solitario; non aspetta altro che essere ascoltato, il mare, allora vedi sguardi che si perdono lontano, canti con voci fioche e rauche di terre nostalgiche e abbandonate, parole sussurrate per paura di far troppo rumore, parole che parlano d’amore, d’amore per il mare. In una notte d’estate, alla luce di una lampara, lasciandomi cullare dal dolce rumore delle onde che accarezzano la barca, alla ricerca di un pesce da pescare, guardo la luce riflessa e in mezzo, tutto quel luccichio, sembrano occhi che mi guardano, che hanno solo voglia di raccontare il mare; poi penso a quel pescatore Santiago, in lui tutto era vecchio, la pelle bruciata dal sole, le rughe come solchi profonde sul viso, le grosse mani tozze e piene di tagli, tranne i suoi occhi, che malgrado il tempo, erano rimasti azzurri, azzurri come il mare; ed è così che i miei occhi si sono persi in un orizzonte che non c’era, da solo sul pontile in un fresco mattino d’estate guardando il mare, più guardo e più sembrava di riuscire a vedere ancora tanto mare. Se penso a qualcuno lontano, lo penso in riva al mare e allora, è quel mare che ci separa e poi ci unisce, la risacca delle onde in riva al mare poi, poi seduto in riva al mare di sera, quando il sole si tuffa per diventare tutt’uno con il mare, sento di esserci dentro anch’io, uno con tutto quel mare.

My beautiful picture

Immaginate una casa con un tetto piano e una terrazza sopra rifinita come fosse un merletto pitturata di bianco con mani grossolane di calce viva, solo una grande, grossa porta di legno, con sopra tante mani di pittura sovrapposte che si vedono, l’una all’altra, dipinta malamente d’azzurro ed anche un po’ scrostata, e davanti la spiaggia di sassolini bianchi, piccoli, levigati e lisci, e verso la battigia, sempre più fini, con tante conchiglie colorate, che s’intravedono mischiate tra di loro; immaginate l’alba, aprire quella porta, vedere il mare così piatto che sembra quasi finto, i riflessi di luce che si specchiano nell’acqua, lontano due barchette che ritirano le reti, l’aria frizzante al punto che avere indòsso un maglioncino e tenere le braccia intorno al petto è solo voglia di sentire un po’ di caldo, affacciarsi e rimanere senza respiro, per quanto è bello e puro ciò che vedi; immaginate che sulla spiaggia, davanti alla casa, c’è una piccolissima piazzola fatta di sassi sistemati alla rinfusa, con sopra un tavolo lungo in ferro battuto arrugginito, con il piano di cristallo con delle macchie opache forse del tempo, sedersi per consumare un buon caffè, guardarsi negli occhi e senza dire parole sorridere al mattino felici di esser lì e allora, niente più affanni, niente più voglia di scappare, il sole sorge lentamente e lentamente anche il sorriso s’illumina d’immenso, rimanere seduti e non aver voglia più d’alzarsi, scoprire d’aver vissuto quel momento ma d’esserci dentro come se fosse nuovo.

 Immaginate!

Uno con tutto quel mare 25 marzo 2010

Silenzio.

       Non è con il silenzio che si sfondano i muri dell’incomprensione, non è con il silenzio che si aprono le porte a chi pensa che non dovrebbero essere mai chiuse, non è con il silenzio che due cuori, che corrono su binari paralleli, possono incontrarsi, e proprio perché silenzio può voler dire indifferenza, non è con il silenzio che si dice: ti voglio bene.

Occhi che sanno dove guardare, non affidano al silenzio il suono delle loro emozioni, sguardi che si muovono come carezze, non si nutrono di silenzi per giungere a destinazione, parole che nel silenzio trovano respiro, non usano il silenzio per ricominciare a parlare, perché il silenzio è come una barriera che non ha mai fine, il silenzio è… non ho più nulla da dire.

Storie, storie che dopo essersi incontrate, affidano al silenzio la parola fine.

Silenzio 21 gennaio 2010

Gita al mare!

My beautiful picture

 Occhi verdi, capelli cortissimi tra il castano e il biondo rossiccio, un viso bellissimo, avrà avuto circa sei anni; seduto su di una carrozzina con due supporti che gli tenevano ferma la testa ed una cinghia che lo cingeva probabilmente per non farlo cadere, era proprio lì in riva al mare.

Il padre chino davanti a lui, tentava di fare un pupazzo con la sabbia bagnata e intanto parlava raccontandogli delle cose, sempre con un sorriso. Poco più in là, c’erano tre bambini che giocavano sul bagnasciuga a pallone, ridendo e rincorrendosi ogni volta che qualcuno di loro sbagliava bersaglio.

Nessun sorriso, nemmeno l’ombra che s’accorgesse di cosa ci fosse intorno a lui ma, lo sguardo era fisso lì, come se il rumore di quelle piccole onde, fosse un pensiero rivolto verso il mare.

Un momento vissuto; il ricordo di una gita al mare.

Gita al mare! 25 giugno 2012

Libertà.

Libertà. C’è molta confusione intorno a questa semplice parola ed è proprio vero.

E ripercorrendo alcune considerazioni fatte ieri dopo aver sentito qualcuno urlare di voler essere libero di dissentire, perché democrazia è soprattutto questo, mi sono chiesto ancora una volta cosa fosse per me la libertà.

Che parola. Libertà!

Dentro di me la libertà è riposta in un angolino che a prima vista sembrerebbe assai piccolo ma, in effetti, ha tanto spazio attorno a sè.
Se dovessi descrivermi direi di essere nato libero, nel senso che libertà ritengo sia per me l’aria che respiro, l’ossigeno che mi mantiene in vita senza il quale non potrei mai vivere.

          Libertà che sa di anarchia, non al di sopra delle regole, ma frutto di libere scelte non condizionate da qualsivoglia imposizione, libertà di rimanere fedeli a se stessi, per non farsi travolgere da falsi stereotipi. Libertà che è rispetto dell’altrui libertà, libertà che è un modo di concepire la vita, unica e sola, degna per questo d’essere vissuta. Libertà che è vagare per sentieri impervi alla ricerca di creatività da sviscerare, libertà che mi fa essere migliore nel momento in cui volo con la mia fantasia alla ricerca di cose a cui dar vita.

          Libertà di sentirmi non diverso dagli altri, ma con altre inclinazioni, che proprio per questo coltivano la mia anima, che proprio per questo è solo mia. Libero di concepire il giorno come fosse notte, la notte come fosse giorno, di decidere che spazio dedicare alla mia esistenza, poco, grande o magari niente che sia, libero di non sentirmi libero, perché di questa libertà ne ho fatto una ragione d’essere, perché ho deciso di dividerla ma solo per farla diventare ancora più grande, non più una, ma due, dieci, cento, non importa quante, unite alla ricerca di un essere comune, di una condivisione che mi fa sentire ancora più libero.

Libertà!

Libertà 23 aprile 2010 –  3 luglio 2013

Pensieri da custodire.

Pensieri che vanno e pensieri che restano, pensieri che lasciano traccia solo perché ci sono, pensieri che fuggitivi si appisolano dopo aver fatto capolino tra un pensiero e l’altro.

Ma anche pensieri che non danno tregua, pensieri che sarebbe meglio poter cancellare, magari con pensieri lievi che indulgono al sorriso, che aprono le porte alla spensieratezza o solamente all’essere, a volte, un po’ più tranquilli.

Pensieri fatti di parole, punti e virgole, come di una storia che non ha mai fine, pensieri che ci appartengono, ma anche pensieri che potrebbero essere di un altro, che riusciamo a fare nostri per dare riparo a pensieri che altrimenti potrebbero creare altri pensieri.

Pensieri di storie già finite, che magari potevano essere lì ancora da raccontare, pensieri che nell’immagine di un volto, o nel suono di una voce, o di parole scritte senza alcun pudore, trovano rifugio, pensieri da custodire.

Pensieri da custodire 14 novembre 2010

Fili d’erba.

Mi giro e vedo brina gelata che ricopre fili d’erba ripiegati su se stessi, tormento inevitabile che per un attimo è padrone indiscutibile di una stagione che volge lo sguardo altrove, lontano da colori con tinte accese mischiate dal tempo, che degradano fino a scomparire in tenue sfumatura.

E ripercorro sterminate praterie, suoni di giornate vissute all’insegna di risate senza pensieri, sguardi che sapevano cosa cercare, ma non lo davano a vedere, perché fuggire per poi rincorrere era il sussulto del battito di un cuore.

Cielo, terra scura arsa da un sole che non risparmia calore, aria, fine, sottile, che sospesa si lascia intravedere, mare, lo spuntare di nubi all’orizzonte, tratti che linea dopo linea, lasciano traccia su di un foglio bianco che man mano si scolora, fino a diventare pagine sfogliate più per inerzia che per altro, lembi che si spostano per poi accucciarsi uno sull’altro, trasportate da un alito di vento che s’adagia silenzioso come per trovare riparo, per poi ricominciare la sua folle corsa spesso senza sapere dove andare.

E dalle labbra un accenno a parole mai dette o forse sussurrate in momenti che hanno perso ogni sembianza, confusi in quotidiani discorsi che non conoscono emozioni, e mentre sono lì, ascolto una voce che non ha voglia di aspettare il tempo che passa, come quei fili d’erba ripiegati su se stessi, acchiappa l’attimo per rincorrere il passaggio delle sue stagioni.

Fili d’erba 1 febbraio 2010

UNMondo-Colori

Un mondo pieno di colori!

Entrando, sembrava d’essere in una dimensione ovattata, dove ogni cosa era al posto giusto e persino le tendine del lucernario, entrambe con ai lati le stesse pieghe tenute da laccetti di raso azzurro, sembrava facessero un inchino, dedicato esclusivamente a lei e al suo piccolo mondo dorato.

Che poi, non che la mansarda fosse grande, anzi, tutto si racchiudeva in un unico ambiente che fungeva da soggiorno e camera da letto insieme; quinte di colore arancio sfumato misto ad un bianco quasi panna alle pareti, un piccolo divanetto di tessuto giallo canarino con sopra adagiati dei cuscini finemente ricamati in pizzo di San Gallo, un vecchio Brionvega bianco poggiato per terra, un tavolinetto quadrato in ferro battuto con il piano in cristallo molato per la colazione, con sopra dimenticate delle mollette verdi e blu per capelli, un piccolissimo angolo cottura con un frigo rosso bombato con tanti bigliettini e cartoline appiccicate sopra e sotto all’abbaino, una poltrona in morbida stoffa color ocra, con delle gambe in legno di ebano con finitura cromata stile anni ’60, ed un’abajour in ceramica poggiata per terra, con paralume frangiato e tanti libri accatastati uno sopra l’altro con copertine colorate, sparsi tutto intorno.

C’era profumo di lavanda e dalla finestra spuntava un raggio di sole come una lama riverente che, con delicatezza, s’adagiava sul bel pavimento in legno di mogano anticato.

Un mondo pieno di colori  23  aprile 2012

The Best Magazine  “L’Opinione” 21 aprile 2011

The Best Magazine_2#11  (Issuu) 

Amore, nostalgia, odio, rancore o forse…

Amore, nostalgia, odio, rancore o forse soltanto risentimento, l’amarezza di sentimenti apparentemente in netto contrasto tra di loro, che se si mischiano, diventano un insulso, esplosivo miscuglio fatto ad arte per vivere male.

Mi sono sempre chiesto come si possano accettare compromessi del genere, forse perché si ha paura di far chiarezza dentro di sé e dare la colpa agli altri diventa un formidabile alibi da sbandierare alla prima occasione, un perfetto salvacondotto per la propria coscienza.

Quanto del nostro vissuto dipende da altri e quanto invece da scelte incoerenti, rinunciatarie o anche soltanto inconsapevoli fatte da noi stessi?

E questo che mi chiedo spesso.

Non amo fare bilanci o ripercorrere sentieri impervi crogiolandomi in affannose ricerche di cose che nella mia vita non si sono mai avverate, ma solo perché la ritengo un’inutile perdita di tempo e di energia che al contrario, preferisco convogliare per un futuro quanto meno più sereno.

Ma questo vale anche nei rapporti con le persone.

L’odio credo che sia una brutta compagnia; meglio una sana e “violenta” litigata, un chiarimento e se non è possibile andare più d’accordo, amici come prima. E’ oltremodo svilente pensare di coltivare l’idea della vendetta a tutti i costi, psicologica o verbale che sia, masturbazioni mentali che alla fine fanno perdere il senso della realtà e allora basta un niente per rinvangare storie che non c’entrano più nulla, solo per fare del male e cosa ancora più amara, per fare del male a se stessi.

No, non ci sto, forse perché non so cosa voglia dire rancore.

Amore, nostalgia, odio, rancore o forse… 10 marzo 2011

Scrivania_b

L’immagine che noi riflettiamo.

Fra amici, alle volte ci si fa del male perché fraintesi sulle vere intenzioni.

Non è che noi siamo diversi da come gli altri ci vedono, tendenzialmente siamo sempre gli stessi, ma può capitare di avere delle intenzioni che per pudore o per amor proprio, abbiamo difficoltà ad esprimere totalmente ed allora ecco che scoppia l’incomprensione.

L’immagine che noi riflettiamo, secondo me, non è mai parziale, è l’immagine di noi che si “scontra” con altre immagini spesso contrastanti, ma non per questo agli antipodi della comprensione.

Ma qui, forse, andiamo a toccare altri capitoli, ben più importanti: la capacità nostra di volere essere compresi, la capacità degli altri di volerci comprendere, ed allora parlo di pudore, di amor proprio, ma anche di difese e di paure.

Potremmo dare la percezione anche di una sola piccolissima parte di noi stessi, che letta in un ambito molto più allargato, fatto di conoscenza reciproca, potrebbe essere recepita nella sua complessità ma, quante volte abbiamo veramente voglia di comunicare agli altri questa nostra presunta TOTALITA’?

Quindi c’è anche questo da aggiungere, la paura di essere “scoperti”, di essere recepiti per quello che realmente siamo e quindi, scappiamo, lasciando che i fraintendimenti abbiano la meglio.

La verità, se mai esistesse, che è difficile porsi nelle condizioni di essere messi a nudo e, spesso la conoscenza, per opposte contraddizioni, rimane a livelli superficiali.

L’ideale sarebbe proporsi un po’ per volta secondo le occasioni, dolci, allegri, incoscienti, testardi, comprensivi, passionali, malinconici, crepuscolari… in fondo lo facciamo già, spetta agli altri cercare l’occasione per scoprirci.

L’immagine che noi riflettiamo 5 giugno 2012

Lo scialle di seta nero.

E così prima di sera lei prese lo scialle di seta nero e se lo mise sopra le spalle, adagiata in silenzio contro il muro, senza nessuna voglia di risposte.

Mi piacerebbe intrufolarmi tra quelle parole non dette, per far parte di quei silenzi così non diventano più tali e poi, offrirgli l’appiglio per aggrapparsi, per non restare più in bilico, per ritrovare la strada dove ci sono spazi, idee e cieli, dove lo sguardo si perde, dove ci sono le emozioni, dove quel battito in più che va cercando, possa tornare ad esserci.

Cos’è che rende la sua voce simile ad un’emozione che attraversa l’anima, fino a sentirla dentro nelle ossa, e ci resta tutto il tempo che passa, per riviverla, poi, la volta successiva?

Una domanda che trova risposta mentre la guardo camminare incurante della mia presenza, capelli bagnati, collant e maglione largo un po’ slabbrato, una leggera sbavatura nera che fa da cornice a due occhi scuri e profondi come il mare, l’andatura lenta di chi sa di essere osservata, forse anche appositamente lenta, quasi svogliata, l’esibizione di un corpo che, senza curarsi più di tanto, seduce e incanta.

Lo scialle di seta nero 16 aprile 2010

(…)

OOps_a

Penso che la cosa più difficile sia entrare nella vita delle persone, che non vuol dire conoscerle, ma farne interamente parte, dividere con loro tutto ciò che c’era prima, per poi farlo diventare dopo.

Così, un pensiero, giusto per dire!

(…) 2 ottobre 2013

A che gioco giochiamo?

Come si suol dire, la curiosità è donna e quindi ci mise praticamente meno di un attimo ad aprire quel messaggio. Dapprima rimase un po’ delusa, ma poi leggendo e rileggendo, si rese conto che qualcosa doveva farla subito e quindi, appoggiò il computer sul suo bel tavolo fratino, un gioiello del seicento, realizzato tutto con incastri a tenone e mortasa, con un bel piano costituito da una tavola unica di circa 5 cm di spessore, ancora lavorata con sgorbia in noce, si stiracchiò un attimo, fece un bel sospiro di sollievo e si diresse verso la porta della camera da letto.

Appena entrata, diede un’occhiata al letto ancora disfatto, fece spallucce e si diresse verso la cabina armadio, praticamente il suo regno, dove dentro teneva tutto ciò che in certi momenti le serviva per farla sentire meglio: abiti corti, lunghi, sportivi, da sera e da passeggio, gonne adatte per tutte le occasioni, maglie, maglioni e magliette d’ogni tipo, camice che nel tempo avevano conosciuto tantissime riletture da parte dei creatori di moda a lei più fedeli, modelli classici, con maniche lunghe chiuse da bottoni ed abbottonate davanti, colli con punte aguzze, arrotondate, alla koreana, o con il taglio stondato, senza contare l’enormità di scarpe che, in bella vista su di uno scaffale, davano l’impressione di non essere state mai usate.

Diede un’occhiata poco convinta a tutto l’insieme, prese in mano un paio di jeans, il modello più sdrucito che avesse, un dolce vita a coste larghe di un bel colore rosso amaranto, li accostò uno accanto all’altro, scosse la testa con fare compiaciuto e li appoggiò sul letto guardandoli ancora come se li vedesse per la prima volta.

Incominciò a spogliarsi, prima la gonna, che lanciò con una mossa felina sulla poltrona in fondo alla stanza poi, mimando movenze voluttuose, tolse la maglia facendola scivolare lentamente sulla pelle come fosse una carezza, con l’occhio incollato allo specchio della toletta, un bellissimo pezzo di fine ottocento di origine francese in noce nazionale e piano di marmo originale di Carrara e l’immagine che le rimandava probabilmente la teneva su di giri, tant’è che incominciò perfino a ballare, come se una musica in sottofondo, una “Balada Para un Loco” di Astor Piazzolla guidasse i suoi passi, ora felpati, ora decisi e sicuri, comunque sia sensuali.

In un balzo tolse anche gli ultimi indumenti rimasti e presa l’asciugamano dentro all’armadio, andò a farsi una doccia, sempre canticchiando la musica che prima l’aveva per un attimo rapita.

Le piace stare sotto la doccia, aprire tutta l’acqua calda e immobile con gli occhi chiusi, starsene lì e pensare il nulla; lascia che l’acqua la massaggi, i rivoli le scendono dai capelli appena tagliati corti alla maniera di Valentina sul suo bel viso e sul seno, la fanno come rinascere, pace, benessere ed eccitazione al tempo stesso.

Il vetro della doccia era già tutto appannato e aprendo gli occhi, nel vedere la sua immagine riflessa e sfocata, la ripercorse con un dito, segnandone i contorni; un gioco nuovo, mai sperimentato, sagome che una sopra l’altra si confondevano, segnati ogni volta da un sussulto, come se per la prima volta riuscisse a vedersi in un corpo a corpo che il suo stesso corpo le rimandava, centuplicandone gli effetti e le sensazioni.

Sorrise, passò le mani tra i capelli e chiuse l’acqua. Per un attimo restò ancora ferma immobile, poi sorridendo ancora, aprì la porta e prese l’asciugamano morbido di spugna, bianco, con sopra ricamato a grandi lettere il suo nome.

Mentre indossava i jeans, si accorse che si era fatto tardi e fu allora che le venne in mente quell’e-mail scarna, di poche righe, ma al tempo stesso incisiva, quasi fosse stato un perentorio avvertimento. Uhmmmm, ma no, era soltanto la scusa per dirle di quella volta.

Improvvisamente si rese conto che s’era dimenticato cosa ci fosse  scritto in quel messaggio, destino o forse la voglia di non pensarci, si guardò in giro, vide il computer ancora appoggiato sul suo bel tavolo fratino e senza pensarci due volte, si avvicino vedendo che nel frattempo era arrivata un’altra e-mail, con sua grande sorpresa, ancora più perentoria di quella di prima, poche le parole ma assai chiaro il significato e la sentì persino quella voce che diceva: “A che gioco giochiamo?

A che gioco giochiamo? 1 giugno 2010

InAttesa

L’Amico invisibile.

                   Giusto l’altro giorno nell’angolo di Erzicovina, che per chi ancora non lo sapesse è un posticino dove si chiacchiera del più e del meno in maniera più o meno affabile, Aurelio ha coniato un termine nuovo, almeno per me, “l’Amico invisibile”, riferito a qualcosa che in certi casi ha degli effetti devastanti su di noi, sulla nostra vita, una presenza scomoda da condividere con un quotidiano a volte dal futuro incerto.

Ci ha però tranquillizzato, a quel che sembra c’è un finale positivo e voglio crederci ma, ripensandoci poi non ho potuto fare a meno di vedere riflesso in quest’Amico Invisibile anche la figura di chi sta dall’altra parte dello schermo e di cui per tutta una serie di motivi si sa ben poco.

Una riflessione che, ammetto, mi ha turbato non poco, perché si è talmente presi in questi luoghi cosiddetti virtuali a scambiarsi parole dopo parole che non ci rendiamo conto, malgrado il bagaglio di emozioni, di quanta precarietà ci sia in questa amicizia, perché basta un nulla per farla del tutto vacillare: oggi c’è un avatar che ammicca dietro ad un commento e domani improvvisamente non se ne sa più nulla.

Da quattro anni a questa parte di gente svanita nel nulla ne ho vista tanta, alcuni amici con i quali si era creato un rapporto profondo in cui crederci non solo fatto di commenti, di saluti, baci e abbracci. Altri, sapevo già che sarebbe avvenuto, ma la lontananza, oltre che la percezione di aver vissuto qualcosa che per vari motivi non si era del tutto concretizzata, ossia, la conoscenza fisica, l’aver quindi avuto la possibilità di far coincidere le parole con gli sguardi e con i gesti, mi ha messo nelle condizioni di avere persino dei dubbi che qualcosa del genere fosse realmente esistito.

Nella vita di tutti i giorni capita di cambiare rotta e di ricominciare daccapo, ma sempre con la certezza che ciò che si è vissuto non debba e non possa essere confuso con qualcosa d’irreale, invece qui, mi rendo conto che basta soltanto un giorno per capire di aver perso ogni cosa e la cosa più sconvolgente è che avviene senza neanche saperlo.

Ecco, al di là di tutto, dall’altra parte dello schermo c’è un Amico Invisibile e la mia paura è di perderlo inesorabilmente.

L’Amico invisibile 30 giugno 2012

Pattino o vedetta?

In effetti, come giustamente ha scritto Alan nel suo ultimo commento al mio post precedente, in qualsiasi posto si vada la vita non cambia più di tanto, forse un leggero cambiamento può esserci perché trovandosi in un posto nuovo, all’inizio si vive tutto con più entusiasmo, la ricerca del diverso stimola e ci fa sentire più vivi, ma probabilmente è solo tutta apparenza, perché quel che c’è dentro rimane tale e quale.

Quindi, caro Alan, hai ragione, a che serve spostarsi? Sarebbe come dire che un posto vale l’altro ma, concedimi qualche piccola perplessità in proposito.

Alcuni anni fa, un amico un giorno mi ha confidato che intendeva andare in India per aiutare la gente bisognosa, per dare così uno scopo alla sua vita.

Indubbiamente una scelta degna di rispetto ma, quanto di vero c’era in questo suo bisogno e quanto di vero invece c’era nella voglia di evadere da una realtà che lo opprimeva al punto da non farlo sentire realizzato?

Conoscendolo, ritenevo la seconda ipotesi la più verosimile, malgrado avesse una famiglia, malgrado avesse un lavoro abbastanza soddisfacente da un punto di vista economico, qualsiasi scelta o imprevisto, lui lo viveva come se fosse insormontabile, insomma, c’era un’insoddisfazione di fondo che lo attanagliava e l’alternativa diversa diventava improvvisamente la soluzione migliore.

Ma senza fare della psicologia spicciola, quanti di noi vivono più o meno questo tipo d’insoddisfazione?

Ho sempre pensato che nessuno di noi è paragonabile ad un altro, c’è chi per un’ora di lavoro in più va in crisi, c’è invece chi come me, per esempio, che non ha problemi a finire e ricominciare a lavorare allo stesso tempo. Quindi assoluto rispetto. Questo per dire che non sottovaluto gli altri, perché qualunque sia il percorso, è giusto che ognuno lo adatti al proprio modo di essere.

Ma allora ciò vuol dire che cambiamento e illusione viaggiano di pari passo? No, non credo neanche questo. Se per tutta una vita rimanessimo schiavi di scelte forzatamente volute per paura di oltrepassare l’immagine della cosiddetta normalità, secondo me il prezzo da pagare sarebbe altissimo, perché vorrebbe dire che non riusciamo ad accettare l’eventualità che crescita voglia dire evoluzione.

Siamo uomini, fragili, insicuri e bisognosi di tanto, affetto, comprensione, gratificazione, ricerchiamo il piacere, desideriamo di possedere qualcuno o qualcosa, abbiamo bisogno di tenere sotto controllo tutto ciò che ci appartiene. E’ vero, qual è il problema? Siamo uomini e guai se non fosse così. Cosa potremmo mai desiderare d’altro se non circondarci di assolute certezze, l’amore, sapere di essere nei pensieri dell’amata, sposa o compagna che sia, sapere di appartenere a qualcuno e che quel qualcuno ci appartenga, sapere di provare piacere per tutto questo ma anche dolore, rabbia e sconforto, perché sappiamo, o per lo meno crediamo di saperlo che, amare, così come vivere è anche soffrire; non c’è amore se non si è coinvolti emotivamente in maniera profonda.

L’unicità dei sentimenti ci colloca in una dimensione più “personale”; amo e non sono amato allo stesso modo. Ognuno ha una sua scala di valori e di gradazioni.

E forse è per questo che il tempo scorre inesorabilmente sotto ai nostri piedi, come dice Alan, perché spesso ci fermiamo senza tener conto di alcun traguardo da raggiungere, che alla fine vuol soltanto dire cambiamento.

                    Uhmmm… quand’è che si parte?

Pattino o vedetta? 11 maggio 2012

Dejà-vu.

Siete mai stati in cima ad una montagna? Avete mai provato a lasciarvi andare al vento? Quel vento forte che spazza via anche i pensieri?

Quando si perde la via, il disagio che si prova nel non ritrovarla dà la forza per reagire e se si prende coscienza dei motivi che l’hanno motivato, vuol dire che si è pronti per ricominciare.

Che poi, è quel che succede.

Il timore di ritrovarsi dentro certe emozioni ed ancora, la sensazione di smarrimento che si prova, ci proiettata in una dimensione che fa paura, che fa sentire soli, perché non ci appartiene più, perché non la riconosci come tua.

In fondo è tutto un dejà-vu e la via sotto casa ne è la prova.

Dejà-vu4 marzo 2013

LikeIl Like!

Oggi vorrei affrontare un argomento a mio parere assai spinoso e che forse mi renderà antipatico a molti di voi, ma credo sia opportuno farlo, visto che tra l’altro in molti la pensano come me, anche se, ahimè, resta comunque un argomento che si discute in privato e mai pubblicamente.

I like, questi sconosciuti, mi verrebbe da dire!

E sì, perché ho notato che ultimamente la moda che imperversa nel mondo del blog è un uso indiscriminato di questa forma di condivisione, che va benissimo sia chiaro, ma che se fatta senza un riscontro obiettivo, sempre, cioè a dire il supporto di un commento, lascia un po’ perplessi.

L’altro giorno sono capitato in un blog nuovo, mi scappa l’occhio e vedo scritto:

“154 bloggers like this.”

Wow, ho fatto tra me e me, quanti consensi e in effetti il post era molto interessante; entro per lasciare un commento e, diavolo di un diavolo, acciderbolina, nessun commento, mannaggia. Ho commentato e poi sono andato via parecchio indispettito e dispiaciuto per il blogger che mi aveva ospitato.

Il like, questo sconosciuto, mi verrebbe da ripetere!

Il blog per sua natura, sempre secondo me, è uno strumento di condivisione di un pensiero di chi scrive, da una parte e di un pensiero di chi commenta, dall’altra. Tralasciando i blog cosiddetti intimistici dove chi scrive lo fa quasi ed esclusivamente per un suo beneficio personale e magari poco gl’importa se qualcuno commenta, oppure un blog fotografico dove i like esprimono indubbiamente l’espressione di un consenso per cui le parole a quel punto sono superflue, per tutti gli altri il commento, oltre al like, che sia telegrafico, corto o lungo, anche di una sola parola, fa parte del gioco, è un modo per condividere oppure per discutere punti di vista che proprio per questo il blogger ha espresso nel bene e nel male, giusto o sbagliato che sia. E’ vero si può leggere e non avere nulla da dire, capita anche questo, non lo discuto assolutamente e nemmeno lo condanno, anzi, è successo anche a me più di una volta con amici blogger che generalmente commento e che quindi conosco molto bene, ma se la cosa diventa un’abitudine diffusa, no, non la concepisco, e allora mi domando:

“Hai lasciato un like, mannaggia, oggi, come pure ieri, come pure l’altro ieri e l’altro ieri ancora, WoW, grazie di cuore per essermi venuto a trovare ogni volta che scrivo un post, ma possibile che quello che scrivo ti piaccia a tal punto da non riuscire a dire mai neanche una parola?”

Eh ‘porcacc…!!!  (detto con molta ironia e anche con un sorriso.)

Già, è questo il punto, ma forse sono io che sbaglio.

Ma se qualcuno che mi ha Like_kato ( si dice così?) senza mai lasciare un commento è disposto a discuterne sono pronto al confronto, come sempre d’altronde, ma questa volta per favore non lasciarmi solo un like, di’ almeno una parola, sì, no, oppure ehmmm, uhmmm, bohhh, inszomma ( …) qualsiasi cosa, purché mi accorga che anche tu hai “una voce” e nel qual caso sarò lieto, anzi, felicissimo di accoglierti nel mio blog con tutti gli onori, dandoti il benvenuto che meriti.

Ehmmm… Uhmmmm… e se qualcuno dice che sbaglio peste lo colga!

Ovviamente, così, giusto per dire!

Il Like! 5 novembre 2013

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa scatola.

Capita a volte nella vita di ripercorrere momenti che senza una verosimile ragione, abbiano in qualche modo condizionato le nostre scelte. E allora basta un nome, una frase, il colore delle foglie ingiallite di un mattino qualsiasi a farteli rivivere, ma…

Mi allungo sulla sedia e quasi mi sdraio; oggi è di quelle giornate in cui non ho voglia di pensare a nulla e così mi stiracchio con lo sguardo perso un po’ su quella scatola e un po’ fuori alla finestra.

E’ strano, quando vuoi annullare ogni pensiero i pensieri ti vengono incontro e fanno capolino malgrado tu dica loro di andare via, prepotenti, senza alcun ritegno.

Torno di nuovo a guardare quella scatola e chissà perché sembra diversa, non è solo questione di colore, anche quello, o di materiale, anche quello, vederla rinchiusa in quell’angolo ne amplifica la forma e le dimensioni, come se il suo contenuto volesse a tutti i costi spuntare fuori, e al pensiero mi vien quasi da ridere, perché m’immagino due guance gonfie di vento e lettere disordinate che in un’esplosione di linee rette e curve provano a dar forma a parole mute, ma che hanno l’aspetto di grida che libere da ogni pudore, portano sorrisi, portano lacrime, ricordi ingarbugliati sommersi dalla polvere del tempo, una matassa di fili da sbrogliare, che si percorrere solo se le dita, tra pollice e indice, trovano il ritmo giusto.

No, non ho voglia di pensare a nulla, come in un cartone animato, sento l’aria che si smuove risucchiata dal sordo rumore di un coperchio che si chiude, e un raggio di sole che filtra dai vetri appannati della finestra mi rammenta la giornata che da poco è incominciata.

Beh, tiriamoci su le maniche che son tante le cose che m’aspettano e nel farlo, sorrido al nuovo giorno, perché oggi sono quel che sono.

La scatola 4 gennaio 2010

Caro amico.

La grinta sempre la solita, lo sguardo ironico un po’ da presa per i fondelli, neanche quello lo abbandona mai, pur conoscendolo da diversi anni, non sono mai riuscito a dargli una collocazione certa nei miei pensieri, tra di noi c’è sempre stata considerazione e stima reciproca, ma non siamo mai riusciti a diventare dei grandi amici, credo dipendesse dal fatto che entrambi avevamo dell’amicizia un’idea diversa; d’altronde è proprio per questo che alle volte ci s’intende.

Perennemente attivo al di fuori da ogni logica normale, ho sempre ammirato la sua voglia di rimettersi in gioco, di cambiare vestito, d’altronde chi l’ha detto che le nostre esperienze nel campo lavorativo non possano tornare utili se applicate in altri ambiti non necessariamente in sintonia con la nostra professione? Beh, lui questa teoria l’ha sempre messa in pratica e devo dire con ottimi risultati.

Non era smania o ricerca di guadagni diversi, forse anche, ci sono persone che rincorrono sempre tutto ciò che vedono passare davanti ai loro occhi e lui è uno di questi.

Oggi è ammalato, gravemente ammalato, un bel giorno un “amico invisibile” ha deciso di fargli compagnia e dopo alcune operazioni e varie vicissitudini, è praticamente arrivato quasi alla fine del suo percorso.

Ne ha coscienza e non ne fa un dramma, o quanto meno non lo dà a vedere. Non per questo se ne sta con le mani in mano, urla, sbraita, comanda, organizza, come sempre d’altronde, porta avanti progetti che potrebbero anche finire senza di lui, ma sembra che non gl’importi più di tanto, anzi, quella carica che lo ha sempre spronato sembra quintuplicata, ponendo tra l’altro per certi versi chi gli sta accanto in difficoltà, perché vive la concezione del tempo come una risorsa da consumare che, proprio per questo contrasta con l’idea che ne hanno gli altri.

Non abbiamo mai parlato di questa sua malattia, forse proprio per quel feeling che è sempre mancato tra di noi, quando ci si vede un bel sorriso e una pacca sulle spalle, lui non si lascia andare ed io non insisto, anche in questo siamo diversi, per me la parola se usata nel modo giusto può solo fare bene, malgrado tutto non riesco a rimanere inerme, conosco molto bene la sua famiglia, ho con loro un legame che anch’io non saprei come definire, d’affetto senz’altro, e poi immagino quel travaglio interiore, quei pensieri che si accavallano per non rimanere mai da soli, lo immagino come di chi non vive questa scadenza improrogabile e proprio per questo nell’impossibilità di capire quello che lui provi realmente, e allora mi domando se è proprio questo il punto o piuttosto l’idea che noi abbiamo della vita non ci condizioni a tal punto da ritenere che tutto, un bel giorno, possa finire con essa, senza considerare che quel che rimane è comunque un segno marchiato a fuoco per nulla cancellabile o, che è peggio, da dimenticare.

Sì, quando viene a mancare qualcuno che c’è caro, man mano che passa il tempo il ricordo di quel viso, di quello sguardo, di quel sorriso si attenua, non sentiamo più la sua voce  o il rumore dei suoi passi, ciò che di materiale gli è appartenuto non esiste più, ma c’è pur sempre l’amore, quel legame che nel tempo, qualunque esso sia, rimane inviolabile e io credo possa bastare.

Non ho paura di quel battere di ciglio che non ci sarà più, ma come si suol dire la speranza è l’ultima a morire ed io spero, caro amico, che tu rimanga ancora un po’ con noi, con quella tua solita grinta e con quello sguardo ironico un po’ da presa per i fondelli, sì proprio quello che non ti ha abbandonato mai.

Caro Amico 6 gennaio 2014

Pedalando

Insieme!

Non esiste secondo me solo il ricordo di un amore, tolto il tempo che è passato e qualche inevitabile piccolo rancore, dev’esserci qualcosa di più grande, altrimenti perché mai lo si è vissuto?

Ci pensavo l’altra sera, lei come sempre se ne stava in silenzio in un angolo a leggere un libro assorta nei suoi pensieri ed io ugualmente distratto di chi mi trovavo accanto. Ho sempre sostenuto che nella vita di coppia crescita vuol dire anche questo, insieme e allo stesso tempo da soli, senza per questo vivere la percezione dell’abbandono o, che è peggio, di sentirsi dimenticati, quella sorta di sintesi che è frutto di una consapevole conoscenza profonda.

Ma allora, l’amore dove è andato a finire? Lui, l’amore, è ancora lì, un po’ in sordina forse, un po’ sotto falso nome, anche, può darsi; è l’amore che genera il bisogno l’uno dell’altro, in senso positivo naturalmente, capirsi al volo e continuare per certe cose a non capirsi affatto, l’incontro e lo scontro che è il giusto compromesso se si ha voglia di viverla fino in fondo questa vita.

Lei è sempre lì in silenzio, è uno di quei momenti che riesco a guardarla senza che se ne accorga; tenerezza, la sensazione di quanta sia grande la sua fragilità, consapevolezza, sapere di non poterne fare a meno.

Oh mannaggia direte, è questa una dichiarazione d’amore? No, non è la mia intenzione. L’ho scritta pensando a quei rapporti che sembrano trasudare incomprensione e che invece nel profondo vivono l’uno per l’altro, dunque, ai rapporti di una vita. E quei due vecchietti che girato l’angolo si tengono per mano, mi fanno pensare proprio a questo.

E da vecchietto, quando indosserò veramente i panni di Nonno Archimede, vorrei pensarla allo stesso modo, lei come sempre in silenzio in un angolo a leggere un libro assorta nei suoi pensieri ed io ugualmente distratto di chi mi trovavo accanto.

Insieme!

Insieme 14 ottobre 2014

Odor di Primavera… giochiamo ancora un po’ con le parole!

   Che giornata oggi; malgrado il sole primaverile, una  foschia attraversa gli occhi, come l’effetto che la calura estiva rilascia in un pomeriggio assolato nella terra del sud.

Con la testa china da un lato, guardi il mio viso, forse in attesa di sapere cosa voglio fare.

Potrei parlare e descriverti mentre ti guardo fermo ad un passo da te, di quei pensieri che senza voler cercare a tutti i costi un contatto, lo raccontano, consapevole che difficilmente riusciremmo a mantenere certe distanze, anche a costo di farci del male.

Un raggio di luce, che come lama tagliente s’intrufola tra una parola e l’altra, scuote il mio respiro, che quasi muore in gola: e così tu ti alzi.

Passo dopo passo, con la coda dell’occhio cerchi di scorgere il mio viso da sopra la spalla, mentre sul legno per un attimo resta impressa l’impronta del tuo piede nudo che, senza premura, si attarda. Armonia di forme che si muove!

E allora, mi basta pensarti così per iniziare a scrivere queste poche righe, e varcare quella soglia che so già, prima ancora di afferrarla e darle voce, dove mi porterà.

L’aria è satura, come la calura estiva in un pomeriggio assolato nella terra del sud.

Odor di Primavera… giochiamo… 1 aprile 2011

“Ciao, ma tu sei per caso… “

Forse è il rumore del mare che aiuta certi pensieri, o forse è il buio della sera seduto sulla spiaggia ad ascoltare il mare con gli occhi fissi nel cielo, chissà, per un attimo e non solo, mi lascio cullare dai ricordi.

E magari sono ricordi di cose che non sono mai accadute, rimaste lì in un angolino ad aspettare l’occasione buona, mai arrivata, di quando si guardava la vita con gli occhi di chi vuole scoprirla, ma senza chiedersi tanti perché.

E così penso a quelle mani che si sfiorano senza neanche volerlo, oppure sì, che forse abbiamo dimenticato come; e così penso agli sguardi che s’incrociano per poi arrossire anche soltanto per un attimo, che abbiamo forse dimenticato come; pensieri che sono quindi come ricordi che, proprio perché fanno parte di noi, vogliamo custodire gelosamente o forse abbiamo dimenticato come.

Ricordo che quand’ero al primo anno di liceo, di fronte alla casa dei miei nonni abitava una ragazza che ogni tanto vedevo affacciata alla finestra. Avrà avuto 13, 14 anni, più o meno la mia età. Era carina, molto carina devo dire, s’affacciava e guardava la gente che passava.

M’incuriosiva e poi, vabbè, a quell’età si è sempre alla ricerca della conquista.

Un giorno i nostri sguardi si sono incrociati e da allora, ogni volta che andavo dai miei nonni m’affacciavo per vedere se c’era e, casualmente,  anche lei s’affacciava.

Una mattina, mentre tornavo a casa dalla scuola, l’incontro per strada, mi sorride e così mi fermo.

“Ciao, ma tu sei per caso… “ le dico.

“Sì, sono io per caso… “ sorride e allo stesso tempo arrossisce.

Eravamo entrambi imbarazzatissimi, anche perché c’eravamo sempre solo guardati fino ad allora e quindi, era inevitabile che non sapessimo cosa dire.

Aveva un sorriso tenerissimo, e quando lo faceva, chiudeva un po’ gli occhi, diventavano come due fessurine che, ricordo, luccicavano come dardi infuocati; mannaggia che emozione, un’emozione che tuttora, sebbene sia passato tanto tempo, ricordo come se fosse ieri.

Da allora, ci siamo incontrati ancora due o tre volte, mani nella mano camminavamo raccontandoci tutto quello che ci passava per la mente. La scuola stava per finire e alla fine del mese sarei partivo per andare a vivere in Sardegna.

L’ho salutata dalla finestra, lei non capendo cosa volessi dire, è scesa in strada.

L’ho raggiunta, le ho raccontato la novità e, dopo un attimo di silenzio, ci siamo salutati con un bacio, un tenero e casto bacio sulla guancia.

L’immagine di un volto, il suono di una voce, parole mai scritte ma soltanto bisbigliate tra un rossore e l’altro, una storia forse da raccontare, pensiero di una fine che non c’è mai stata, un pensiero che ho custodito nella tenerezza di un ricordo.

“Ciao, ma tu sei per caso… “ 4 settembre 2013

Parole

Già, le parole!

“Ma servono davvero le parole?” (…)

E’ una domanda che ultimamente mi pongo spesso ma, spesso, la risposta è assai contraddittoria.

Ed è la contraddizione di un modo di vivere che in superficie cerca il confronto che, nella sostanza, evita accuratamente. Eppure, ciò che dovrebbe servire a semplificarci la vita in effetti la svilisce, le toglie quella parvenza di umana coerenza che la rende unica e vitale.

Quante volte un gesto o uno sguardo restano racchiusi dentro ad un’ampolla accuratamente sigillata? Troppe forse e poi, quando le parole si mischiano ai silenzi in un gioco perverso che non cerca regole ma serve solo ad intimidire, l’unico rifugio plausibile è chiudersi in se stessi, senza tante domande e quanto meno risposte.

Già, le parole! 11 dicembre 2013

Il tempo.

Non ho voglia di guardare indietro e neanche di guardare avanti; mi fermo in silenzio e ascolto il rumore del mare, quello che ho sempre sognato e che conservo geloso nel mio cuore.

E intanto, penso, rifletto, nel farlo, vedo scorrere immagini che cambiano colore, come su di una girandola che luccica, mossa dal soffio di un alito, più per inerzia che per altro, alla ricerca di un motivo o solamente per capire.

Per capire il tempo che passa e che, a volte, non da risposte, per ritrovarsi un mattino, all’improvviso, pensando che fosse ancora ieri.

Il tempo 21 giugno 2010 

Il_tempo

Il tempo.

Non serve a nulla scoprire se la vita che viviamo sia esattamente quella che si voleva, perché ogni angolo del nostro passato è un tassello che, come per magia, ci ha costruito un po’ per volta e se alle volte ci sembra di guardare tutto con calma apparente, è solo perché una parte di noi rincorre l’altra, ma solo per decidere la giusta via da seguire.

Il tempo è in ogni minuto che passa, in ogni sensazione che vive, in ogni angolo dei desideri, in ogni frammento delle emozioni, è tutte le volte che si ha voglia di pensare a come viverle ma, anche solo pensarle, è già tanto.

Il tempo 3 novembre 2012

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9 pensieri su “I miei scritti più belli

  1. Silvia

    Mancava questa pagina Arthur, è molto bello poter rileggere alcuni tuoi pezzi che quando li hai pubblicati avevano riscosso tanto successo tipo “un Soffio” oppure “Odor di primavera” oppure “Ciao”.

    Grazie.

    Buon fine settimana, se il tempo regge. 🙂

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  2. Grazie Silvia, so che molti pezzi li hai già letti, e mi fa piacere sentire che li leggi ancora volentieri, vuol dire che non sono poi tanto malaccio. 🙂

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  3. Ma grazie Laura, anche tu come Silvia tanti li avevi già letti, visto che ci sei in tanti commenti, non è una pagina commemorativa, ma solo una pagina che raccoglie il frutto di questi quattro anni che, tra l’altro, mi sembrano tantissimi.

    Ciao Laura e a presto. 🙂

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  4. …Solo ora ho letto l’ articolo sul Kenia…semplicemente non ho parole per complimentarmi con te…
    Ma come fai a ricordare cosi’ bene le emozioni vissute tantissimo tempo fa?? E’ un dono..beato te che l’ hai avuto..io al confronto sono un’ analfabeta!!
    bacio

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  5. Grazie Laura, però non ci credo che tu abbia dimenticato quelle emozioni, l’Africa resta dentro e tu lo sai e forse è per questo che sono riuscito a descriverla e poi c’è il murales che mi ha condotto mano nella mano in quel mondo fantastico.

    Un bacio a te. 🙂

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