Lei e lui…

Sono circa le 13.30, di un venerdì che preannuncia un fine settimana alquanto incerto; aria freddina, cielo coperto, una mattinata in studio alquanto “nervosa”, qualche contrattempo che, per carità, ci sta sempre bene, altrimenti chissà che noia, gente tanta gente che, direte voi, in un centro commerciale è la norma, (e già, dimenticavo, sono in un centro commerciale… ) tant’è che alle volte mi domando: se in tanti sono a spasso, chi ci resta negli uffici a lavorare?

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” La ricerca della Felicità “

Ieri sera ho visto un bel film di Gabriele Muccino, “La ricerca della Felicità”, dove il protagonista, Chris, vive insieme al suo bambino tutta una serie di disavventure.Indossando sempre il suo abito migliore, Chris, con l’orgoglio di chi non può e non vuole mollare, cerca di sopravvivere dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni della metropolitana.

Alla fine, riuscirà a trovare la sua tanto desiderata felicità.

Un film alla rincorsa del sogno materialistico americano, ma che offre diversi spunti per una riflessione.

La ricerca della felicità. Vivere un giorno dopo l’altro alla ricerca della felicità potrebbe voler dire che non è poi tanto facile trovarla, si rincorre e magari dopo averla trovata, ecco che scappa di nuovo, per una disavventura, un dispiacere improvviso.

Ma cosa è poi la felicità? Immagino che se dovessi chiederlo ad ognuno di voi, le risposte sarebbero una diversa dall’altra, e questo vuol dire che in assoluto non esiste una felicità uguale per tutti?

Bella domanda; personalmente ho l’impressione che spesso siamo noi stessi a negarcela, magari inconsciamente e non per una sorte avversa. Rincorriamo a volte talmente tanti desideri (che non hanno niente a che vedere con i sogni… ) che poi alla fine non sappiamo più quale è quello che ci fa stare bene veramente e allora si vive una vita fatta di scontento, perché tutto ciò che si ha non è mai abbastanza.

E’ un po’ come vivere sempre con i paraocchi, perché raggiunto un obiettivo, se ne rincorre un altro, senza aver avuto il tempo di godere quel poco o tanto che si è ottenuto, una rincorsa che inevitabilmente ci porta ad aumentare le nostre aspettative e questa benedetta “felicità” si rischia di non raggiungerla mai.

Nel film la felicità s’identifica con il benessere economico, che poi era stato la causa della separazione tra Chris e sua moglie che, nel film, non ha certo un ruolo edificante, perché sempre scontenta e isterica, pur supportata da validi motivi e qui probabilmente si evidenzia la concezione che Muccino ha delle donne.

Per quanto mi riguarda, non so esattamente se io sia felice oppure no, ma so senz’altro di essere sereno con me stesso e soprattutto con gli altri, non rincorro l’impossibile e neanche ritengo che sia indispensabile farlo, con cura coltivo i miei affetti, perché credo siano l’unica mia vera risorsa.

Sto bene con me stesso e penso che riuscirei a star bene anche su di un’isola deserta, anche se un po’ di compagnia devo ammettere che non ci sta per niente male.

Bene, forse mi accontento di poco e se questa è felicità, beh, devo dire che io sono felice.

E voi?

… e finalmente, un raggio di sole.

Sfogliando l’altra sera il 1° angolo delle chiacchiere del 13 novembre 2007.

Allora, generalmente vado il giovedì (quasi sempre…) da McDonald’s, perché, pur amando la buona cucina – sono siculo d’origine –  mi piace mangiare ogni tanto delle sane porcate e inoltre, ritengo le patatine fritte di McDonald’s le migliori in assoluto.

…e sul cioccolato… sul fatto che la voglia di cioccolato si identifica con mancanza di coccole, credo sia un’enorme bugia, inventata ovviamente dalle donne che, per ottenere l’uno e l’altro, ci hanno per “secoli” buggerato bellamente.

… e sulla primavera, che bella storia…

In effetti, tutto dipende da come si dicono le cose.

Giorni fa, ricevo da un mio caro amico due foto, scattate da lui in un appartamento al mare appena acquistato (60 mq…) e che era costato una follia (per pudore evito di dirlo…). In una delle foto, era raffigurato un bellissimo tramonto e sullo sfondo l’isola Palmaria, con una didascalia molto esplicita “… e finalmente abbiamo pure il nostro tramonto !!!!!”… e la seconda, raffigurava due piedi in primo piano, con sotto un mare verde e cristallino con scritto: “Les piéds dans l’eau …”

Sentendomi, in quel momento, in vena di ironica creatività, prendo la mia macchina fotografica, che per fortuna ho sempre a portata di mano, esco dallo studio, attraverso la strada ed entro in un’azienda che si occupa di meccanica (conosco ovviamente i proprietari…), scatto, a mia volta due foto, dove in una s’intravede in penombra l’officina, con una porta aperta, e un fascio di luce che l’attraversa, intitolata “…e finalmente, un raggio di sole…” e la seconda, in primo piano due piedi, dall’alto di un mezzanino, con sotto tubi, carrelli e quant’altro, intitolata “…chi pedi ‘ntu carreddu…”, ovviamente in siciliano (con i piedi nel carrello… ).

Pregustavo l’idea che alla vista di tanta spiritosaggine, (la mia ovviamente… ), il mio amico si scompisciasse dalle risate e invece…tanta malinconia. Lui vive una vita agiata, senza il bisogno di preoccuparsi del domani, diverso quindi da chi, di quel domani cercherà delle risposte che, purtroppo, non sempre è in grado di dare. Aveva capito questa “cosa” e…

E’ vero, c’è modo e modo di dire le cose.

 

Eluana

Non so esattamente cosa sia giusto o sbagliato, in questo momento mi sento confuso, le parole non prendono la forma di pensieri compiuti, attonito cerco uno sbocco che mi dà la possibilità di ripercorrere sentieri che ho conosciuto e condiviso, ma la sensazione di svuotamento mi pervade, lasciandomi ancora una volta senza parole: Eluana, un destino che ha impresso nella nostra memoria un nome che ormai è destinato a rimanere nei nostri cuori, un nome dietro al quale non c’è più un sorriso, o soltanto la speranza di un futuro, migliore, peggiore, di un futuro e basta.

 

Un nome, dietro al quale oggi sta nascosta una logica di potere che muove le sue trame per raggiungere obiettivi che non hanno nulla a che vedere con la carità cristiana, un nome, utilizzato solo come mercimònio d’interessi che non si ha più il pudore di nascondere.

 

Spero soltanto che Eluana riposi finalmente in pace, e che il silenzio accolga una vicenda che ha solo bisogno di rispetto.

Panni stesi al sole…

Ieri sera, ero seduto comodamente sul divano a guardare la tele, il Grande Fratello, e…  a questo punto devo dire a mia discolpa che non c’era nient’altro di bello da vedere… (evvabè….)

In effetti, lo guardo raramente e ogni volta, mio malgrado, faccio delle considerazioni che a volte mi lasciano l’amaro in bocca.Quest’anno, come ormai è consuetudine, ci sono delle belle figliole e dei bei figlioli, la casa è sempre più bella, arredata con un gusto ed una perizia che non trova riscontro nella maggioranza di case abitate dalle persone normali, (e già soltanto per questo bisognerebbe aprire un capitolo a parte… ), uno sfarzo quasi sottomesso, che appare quel tanto che basta, ma che senz’altro fa la differenza, come al solito, urla, atmosfera che crea aspettative, gridolini, smorfie, risate isteriche e pianti, insomma, il tutto ovviamente all’insegna dell’audience.E fino a qui, niente di nuovo e niente di male, per carità.Ad un certo punto, suono di campane, la presentatrice annuncia un evento storico, l’ingresso nella “grande casa” di un ragazzo non vedente e per rendere la cosa ancora più appetibile, prima di farlo entrare lo invita nello studio per intervistarlo. Applausi, baci e abbracci, il ragazzo è simpatico e dimostra di essere molto a suo agio, insomma, fosse stato un ragazzo normale, sarebbe entrato e basta, (vuoi mettere che si discrimina al contrario?), ma essendo un non vedente, si è voluto caricare di aspettative il suo ingresso, manco fosse stato un’attrazione da circo equestre…

Come se non bastasse, alla fine l’opinionista di turno (non si capisce bene cosa ci stiano a fare questi opinionisti che tra l’altro non hanno opinioni particolarmente intelligenti… ), esordisce dicendo che questo evento è l’occasione (unica… ) che hanno gli Italiani, per vedere come vive la sua giornata un non vedente… (…), e la presentatrice: “mi hai tolto le parole di bocca… “
Scusatemi, mi è concesso di rimanere io senza parole?

E già, perché il punto è proprio questo, tutto fa spettacolo, a maggior ragione l’handicap, perché ci è data la possibilità di spiare, non solo le giunoniche forme delle ragazze che partecipano, ma anche i movimenti sicuramente impacciati di un ragazzo che dovrà muoversi in un ambiente che non gli appartiene, con tutte le conseguenze del caso.

Direte, ha voluto liberamente partecipare, è vero, ma cosa ci sta dietro le motivazioni che spingono gli autori a fare certe scelte o a gestire il programma in un certo modo, cosa si vuole realmente dimostrare, forse che l’universo giovanile è rappresentato da quattro scalmanati in cerca di notorietà, che le punizioni inflitte, alle volte in maniera sadica e senza motivo, i tradimenti di ognuno nei confronti degli altri, i pianti che spesso suscitano pietismo, questo volersi raccontare a tutti i costi, lo stare 24 ore al giorno per tre mesi senza fare nulla, con la speranza di uscirne vincitori e con un bel bottino nelle tasche, diventare famosi e ricchi senza fare poi più di tanto, siano un’ottima alternativa alla vita di tutti i giorni?
Se ci pensate, in tutti i programmi che riguardano i giovani, tipo amici e reality vari, la competizione è vissuta come un libero arbitrio, baci e abbracci, ma di rispetto e consapevolezza degli altri, non c’è neanche l’ombra.

Panni stesi al sole, senza forma né sostanza…

La ricerca di un motivo.

Non ricordo come sia successo, so che un giorno improvvisamente tutto è cambiato, giravo per la stanza alla ricerca di un perché, sicuro che non sarei mai riuscito a trovarlo, inconsapevole ma inesorabile certezza, l’assurda convinzione di esserci già passato, un giorno, un anno, forse in un’altra vita, o chissà.

E poi, sarebbe inevitabile cercare un seguito, o per lo meno aspettarselo da un momento all’altro, sapere di aver voglia di metterli insieme tutti quei mosaici, contare e ricontare ogni piccolissima tessera sperando che nulla vada perduto, colore che con colore s’accompagna, piccole sfumature che danno vita ai contorni, ora sbiaditi,  che vivevano un tempo di luce riflessa, ombre e luci che incupiscono, che rischiarano, ricerca di percorsi ancora inesplorati, voglia di cavalcare praterie sconfinate, occhi che curiosi cercano conferme, labbra che s’atteggiano a sorrisi, parole dette su parole ormai risapute e poi, ricominciare un percorso senza fine.

 

 Cos’è che mi ricorda tutto questo? Forse l’odore della primavera, l’afa insopportabile di un’estate torrida, di stagioni che cavalcano l’eco dei miei sentimenti e senza volerlo, ritrovarsi in un domani che nessuno aveva mai richiesto.

E poi…

Mannaggia, e siamo arrivati anche al giorno dopo Natale… che poi, non ho capito bene, ma bisogna dire anche Buon Santo Stefano?

 

E poi…

 

… mi viene in mente con “e poi… ” quello dei bambini, quando racconti loro una storiella… ieri ero con la mia nipotina di tre anni e mezzo appena, e seduta accanto a me, tenendo il mio pollicione nella sua manina, mi raccontava della festa che avevano fatto all’asilo nido, dove le femminucce facevano la parte delle caprette e i maschietti quella del lupo ed io le chiedevo: “ma come, il lupo non mangia le caprette?” e lei sbarrando gli occhi: “ Ma no, che dici mai… pensare che il lupo è cattivo significa essere prevenuti, e siccome noi non lo siamo, le caprette non hanno paura del lupo e il lupo non ha voglia di mangiare le caprette… “

 

Che tenera… magari fosse così nella vita reale… e allora le ho raccontato del Piccolo Principe, di quando aveva chiesto di disegnare una pecora… e mentre parlavo, lei mi guardava con i suoi occhioni e appena mi fermavo, subito pronta “e poi…?”

 

E poi… come quando c’era ancora “lei” , ed io la guardavo per come era bella e le dicevo che l’amavo… lei, chinando la testa da un lato, con un sorriso biricchino subito pronta rispondeva: “E poi?”… soltanto voglia di sentirselo dire ancora… soltanto voglia di sentirselo dire ancora, e poi …

 

Chissà come mai oggi riesce difficile dirlo quel “e poi”, ma anche sentirlo a dire il vero, tanta poca è la voglia di dire due parole, di raccontarsela un po’ come si faceva un tempo, senza problemi, così semplicemente… incontri un vicino, con un sorriso lo saluti e poi… finisce tutto lì.

 

Forse mi sento anch’io un po’ bambino, comunicare, sognare sulle cose un po’… ma, secondo voi, i grandi se lo ricordano di essere stati anche loro dei bambini?

 

Uhm… non ci ho mai capito molto in queste cose… evvabè, dal vostro Archi… Buon Santo Stefano e Buon tutto quanto.

 

psss… e poi… se qualcuno s’azzarda a dire che la foto non c’azzecca, peste lo colga…

 

ft: nonno Archimede.

Natale…

© arthur
© arthur

Natale…

 

… ho dei ricordi sereni del Natale… da piccolo, ci si riuniva a casa dei miei nonni e la sera si giocava a carte, sette e mezzo, tombola, e per noi piccoli era uno spasso… ovviamente ad ogni vincita, quelle poche lirette guadagnate le mettevamo una sull’altra, ed era con orgoglio che le rimiravamo.

 

S’iniziava a giocare i primi di dicembre, una scusa per trovarsi tutti davanti ad una grande tavolata, con un bel panno verde, imbandita con frutta secca d’ogni genere.

 

La parte “riservata” agli uomini, era una ciminiera, giocavano a briscola chiamata o a scopone scientifico, l’occhio socchiuso, la sigaretta pendente dalle labbra e… quante discussioni accanite, quante urla e ogni volta, noi piccoli lì a vedere cosa era successo…

 

Poi, la vigilia di Natale la cena in pompa magna, i tortellini in brodo, come voleva la tradizione importata dal nord, il capitone, la pasta a forno, gli arancini di riso, la carne al ragù (che non è quella trita… ), olive verdi schiacciate sott’olio, acciughe salate condite con olio, aceto e prezzemolo, conserve d’ogni tipo fatte in casa, dolcetti siciliani, insomma, tante cose buone, e l’atmosfera era di gioia, d’amore, e per noi piccoli l’occasione per ritrovarci e giocare.

 

Finita la cena, si sparecchiava velocemente, e seduti intorno al tavolo… era arrivato il momento che noi piccoli aspettavamo con ansia, il gioco del Mercante in Fiera.

Mio nonno, che faceva il mercante, prendeva le sue belle carte comprate ad Alessandria d’Egitto, che conservava gelosamente in un cassetto chiuso a chiave e le distribuiva; ognuno di noi ne comprava alcune, e una volta stabiliti i premi, lui incominciava la vendita al miglior offerente delle carte rimaste.

Ogni carta rappresentava qualcosa, degli animali, degli strumenti musicali, delle scene di caccia, e per ognuna la descrizione era uno spasso: lui stava a capo tavola, con la sua bella giacca da camera e il suo inseparabile farfallino e incominciava a raccontarla su, romanzando alle volte la storia o il personaggio raffigurato… bei momenti che non dimenticherò mai!

 

Evvabè… anche quest’anno Natale in famiglia, con la mia mammona ormai vecchietta, che è felice di averci tutti intorno a lei.

Ma è anche con voi che voglio festeggiare, con Lady Ginevra, Antonella, Elle, Nunzy, Engel, Raggio di Sole, Piccola Ema (un particolare abbraccio… ), Very, Cytind, Lucy, Anto 2, Piemme, Pan (è già il secondo Natale… ), gli amici che per un anno mi hanno fatto compagnia, ma anche con gli amici ritrovati, Morena, Sancla, Stellina, Brandy, Romaguido, e che adesso condividono con me questa mia nuova avventura, e poi ancora con Veronica, Simo, Gabry, Coccinella, Xeena, Luk75, insomma con chiunque passi di qua e legge queste mie parole.

 

Domani, la vigilia di Natale, sarebbe stato il compleanno di Simona…

 

Buon Natale a tutti voi cari amici!

Pensieri sparsi…

Alcuni di voi ricorderanno questa foto, “scattata” quest’estate al mare, di noi cuccioli… c’era Nunzy, Piccola Ema, Raggio di Sole, Piemme, Engel, Pan, Lady Ginevra, io, e Petite, in rappresentanza della mamma Elle…

 

… pensieri sparsi…

 

“… l’unico modo di conoscere la verità, è condividerla da cuore a cuore… forse è quello che stiamo facendo noi, giorno dopo giorno, in questo nostro cammino comune, incontrandoci tra queste pagine, mescolando le nostre esperienze, con i vissuti, le sensazioni e le emozioni, lasciando che i nostri respiri, profondi, siano percepiti da chi ha voglia di sentirli; aria, che con aria si confonde, vero, nessuno di noi l’ha chiesto, e il silenzio, ogni giorno che passa, si fa sempre più grande e, si unisce al desiderio di non chiedere o dare risposte, perché è sempre più sul filo delle emozioni che corre.

 

Ho quasi paura di tutto questo, paura di ciò che non riesco a controllare e se mi lascio andare, che è poi il mio modo di essere, sento delle sottili vibrazioni che mi scuotono tutto dentro, ma nell’intimo, perché assisto inerme a qualcosa di nuovo, e allora amore, amicizia, bisogno degli altri, non poter fare a meno delle parole, dette, sentite, sussurrate, e persino urlate, hanno tutto un altro gusto, perché di questa realtà un po’ surreale, incominciamo a farne parte, ed esce prepotente da quel quadro che ho cercato d’immaginare, perché dietro quegli sguardi da cuccioli, ci siamo ancora noi…”

 

Queste parole l’ho scritte alcuni mesi fa ed erano rivolte ad un amico, conosciuto tra le pagine della nostra Lady, nell’angolino delle chiacchiere che tante volte ci ha fatto compagnia e che per motivi che non sto a dirvi, si è perso in altri meandri.

 

Mio caro Piemme, Socio carissimo, se riesci a leggermi, sappi che non ho mai dubitato del fatto che un giorno saresti ritornato tra di noi. Ricordi questa foto, le aspettative che si erano create mentre l’aspettavate… ormai siamo cresciuti, alcuni di noi sono impegnati a percorrere nuove avventure, Osolemia, Engel… e allora… dai che siamo quasi a Natale, l’anno sta per finire, vogliamo ancora una volta riunirci per fare questo brindisi insieme?

Ho tutto il tempo che vuoi.

Tempo di Natale, quanta gente per strada, quante rincorse tra negozi che vendono e gente che compra.

Tra l’altro alle volte mi rendo conto che il tempo passa più velocemente di quello che sembri, i giorni, i mesi, gli anni me li sento scappare di mano e così ieri eri giovane con tante cose da fare e oggi ti ritrovi a non sapere più cosa hai voglia di fare.

Giorni fa incontro una mia cara amica e dopo i soliti affettuosi convenevoli le chiedo di Luciano, il papà e lei: “Come, non lo sai?”

La guardo con meraviglia e le faccio un cenno come per dire no, perché?

“Luciano è caduto giocando con il nipotino e si è rotto il femore e adesso è al San Pancrazio a fare riabilitazione “

“Maddai “ le faccio e nel frattempo penso che Luciano deve essere già vecchietto e una frattura del genere…

Sabato non avevo niente da fare e così decido di andare a trovarlo. Arrivo al San Pancrazio e alla reception chiedo di lui e la signorina gentilmente: “ Si trova nella camera n. 145 al quarto piano.“ Prendo le scale e mio Dio che tristezza, quanta gente in carrozzina, quanta gente con lo sguardo perso nel nulla!

Arrivo alla camera n. 145, busso, e sento una vocina roca che dice: “ aiuto… aiuto… “

Entro, mi guardo in giro e vedo un uomo di spalle in carrozzina incastrato sulla porta finestra della camera, mi avvicino e lui sentendomi arrivare dice ancora: “aiuto, sono rimasto bloccato.“

Prendo la carrozzina, piano piano la sposto e chinandomi a guardarlo, gli faccio: “ Ciao Luciano, cosa fai mezzo fuori e mezzo dentro alla stanza?”

Lui mi guarda e solo allora vedo un vecchietto magro, magro, con un cappellino in testa, un cappotto sopra le spalle, gli occhi verdi sbiaditi e lo sguardo un po’ perso.

“Ciao “ mi fa, “ma sai, ero uscito a fumarmi una sigaretta e sono rimasto incastrato. “

Mi guarda ancora e nel frattempo lo porto dentro la stanza e mi siedo accanto a lui.

“ Maddai… “ dice guardandomi “che bella sorpresa, quanti anni che non ti vedo“ lo dice inarcando le sopracciglia e abbozza anche un sorriso. “Ma no “ gli dico “ l’ultima volta ci siamo visti l’anno scorso, ricordi?“

E così, parliamo del più e del meno, mi racconta della sua avventura, di come era stato stupido per essere caduto giocando con il nipotino, che stupido che era stato; gli ho chiesto quanti anni avesse e lui: “ Ottantatre, però me ne sento venti di meno, mi sento un giovanottino, mannaggia questo piede mi fa un male, poi da quando mi hanno operato non lo muovo più bene, mi devono aver toccato un nervo e scusa, avrei bisogno di andare in bagno, tu, scusa, puoi suonare all’infermiera?”

La chiamo e vedendolo un po’ imbarazzato, lo saluto promettendogli di venirlo a trovare ancora e lui: “ Sì, ciao, grazie della visita, ma, ma tu sei?”

E me lo dice tenendomi la mano tra le sue, con un dolce e tenero sorriso.

“Sono Arthur“ gli faccio, “ricordi? Ho sistemato la casa a tua nipote Luisa“

“Già“ mi fa, senza lasciarmi finire di parlare senza neanche ascoltarmi e stringendomi di più la mano: “ Già che stupido, volevo dire Arthur, che sciocco e già, sei il medico che mi ha visitato quando sono arrivato qua, mi sembrava di averti visto ieri mentre andavo a fare ginnastica.“

A quel punto non lo contraddico neanche e poi mi guarda ancora dritto negli occhi e ancora con un sorriso: “Ciao carissimo, Buon Natale, grazie ancora della visita, vienimi a trovare se hai voglia, se mi dici in quale stanza sei magari lo faccio anch’io, ho tutto il tempo che vuoi. Che sciocco che sono stato!“

Sono uscito pensando a come fosse cambiato, a quello sguardo perso, a quegli occhi profondi, a quella voglia di essere lasciato da solo con il suo mondo.